Arriva a Napoli un’ora prima papa Leone. La partenza da Pompei anticipata per le condizioni meteorologiche regala ai partenopei un abbraccio a sorpresa. Il Pontefice ne parla come di «un popolo inconfondibile e gioioso, nonostante il peso di tante fatiche». Il lungo percorso sul lungomare, prima di arrivare in Duomo è un bagno di folla e di affetto. Il cardinale Domenico Battaglia, che lo ha accolto alla rotonda Diaz con il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, con il prefetto di Napoli Michele DI Bari e con il sindaco della città, Gaetano Manfredi, lo ringrazia per aver «scelto di condividere questo giorno, il giorno della sua elezione, con tutti noi, in questa terra bellissima e fragile che la festeggia come solo lei sa fare».

Parla di «festa» e di «tempesta», l’arcivescovo presentando i presbiteri che «abitano questa città nei suoi quartieri, nelle periferie, nei luoghi della fatica e della speranza» e che «conoscono la bellezza del servire, ma anche il peso della solitudine, delle domande, delle stanchezze che non sempre si possono dire». Parla dei «consacrati e delle consacrate. Presenze discrete e luminose, sparse nella città come semi di Vangelo. Case che accolgono, comunità che pregano, mani che curano, vite donate senza misura». E ancora i diaconi permanenti, «uomini, che nell’amore alla famiglia hanno accolto il desiderio del ministero» e che «chiamati ad indossare il grembiule del servizio, si fanno carezza per chi è nel dolore, coraggio per chi fa fatica, cuore attento alle necessità di quanti hanno bisogno di toccare con mano la cura di Dio per la loro vita».

In cattedrale ci sono anche i seminaristi, «giovani in cammino, che provano ogni giorno a lasciarsi raggiungere dal Signore, a lasciarsi prendere per mano da Lui». E poi, conclude il cardinale, «c’è il popolo santo di Dio. Il cuore vivo di questa Chiesa. I passi in fretta. Le mani tese. Gli occhi attenti. I sogni grandi. I dettagli che dicono la fede».

Papa Leone improvvisa a braccio un saluto alla folla assiepata in piazza Duomo per esprimere la sua gioia: «Sono tanto contento di essere qui oggi pomeriggio per fare un omaggio a San Gennaro tanto importante per la vostra fede e devozione», dice prima di entrare in cattedrale dove gli hanno portato la teca con il sangue del Santo caro ai napoletani. «Il sangue del martire parla ancora. Interroga la coscienza della città e della Chiesa: ci chiede cosa facciamo delle ferite del nostro tempo, dei poveri, dei giovani smarriti, delle vite ferite, delle speranze tradite. San Gennaro ricorda a questa Chiesa che la fede non è abitudine, ma scelta», dice il cardinale,

E il Pontefice ricorda le parole del suo predecessore. «Papa Francesco, venendo qui nel 2015, disse: “La vita a Napoli non è mai stata facile, però non è mai stata triste! È questa la vostra grande risorsa: la gioia, l’allegria”. Oggi sono qui anche per farmi contagiare da questa gioia».

Ai presenti lascia una parola «cura», da meditare. Come i discepoli di Emmaus, spiega, «anche noi spesso portiamo avanti il nostro cammino senza riuscire a interpretare i segni della storia e, a volte, scoraggiati e delusi da tanti problemi o per le speranze personali e pastorali che sembrano non realizzarsi, abbiamo il volto triste e l’amarezza nel cuore. Gesù, però, si affianca e cammina con noi, ci accompagna per aprirci a una nuova luce: il suo è l’atteggiamento di chi si prende cura». Il contrario di questa cura è la «trascuratezza». Trascuratezza «delle strade e degli angoli della città, quella delle aree comuni, quella delle periferie e, ancor più, tutte quelle situazioni in cui è la vita stessa a essere trascurata, quando si fa fatica a custodirne la bellezza e la dignità». Ma c’è anche una cura che deve essere rivolta alla propria vita interiore. Il Papa parla della «cura del nostro cuore, della nostra umanità e delle nostre relazioni». Cura che deve essere esercitata, innanzitutto da chi è chiamato a una speciale consacrazione. «Penso anzitutto ai preti, alle religiose e ai religiosi, perché il peso del ministero e la fatica interiore che ne consegue, oggi sono diventati, per certi versi, ancora più gravosi rispetto al passato».

Perché in una «città dai mille colori, in cui la cultura e le tradizioni del passato si mescolano alla modernità e alle innovazioni», in cui «una religiosità popolare spontanea ed effervescente si intreccia con numerose fragilità sociali e con i molteplici volti della povertà» e che è segnata «da tante sofferenze e perfino insanguinata dalla violenza» il peso per i presbiteri è grande. Pesa l’ascolto di tante storie di dolore, la ricerca di quelle più nascoste, la perseveranza nell’impegno «di un annuncio evangelico che possa offrire orizzonti di speranza e incoraggiare la scelta del bene». Il Pontefice pensa «alle famiglie affaticate e ai giovani spesso disorientati che vi proponete di accompagnare, e a tutti i bisogni, umani, materiali e spirituali, che i poveri vi affidano bussando alle porte delle vostre parrocchie e delle vostre associazioni. A ciò si aggiunge, spesso, un senso di impotenza e di smarrimento quando constatiamo che i nostri linguaggi e il nostro agire sembrano non adeguati alle nuove domande e sfide di oggi, specialmente dei più giovani». Questo carico rischia di «esaurire le nostre energie, e a volte può essere ancora più aggravato da una certa solitudine e dal senso di isolamento pastorale. Per questo abbiamo bisogno di cura. Anzitutto la cura della vita interiore e spirituale, alimentando costantemente la nostra relazione personale con il Signore nella preghiera e coltivando la capacità di ascoltare ciò che si agita dentro di noi, per fare discernimento e lasciarci illuminare dallo Spirito. Ciò richiede anche il coraggio di saperci fermare, di non aver paura di interrogare il Vangelo sulle situazioni personali e pastorali che viviamo, per non ridurre il ministero a una funzione da svolgere».

Il Pontefice poi parla dell’importanza della fraternità e della comunione per vincere la solitudine. Dell’«accompagnamento vicendevole, così come nella condivisione di progetti e iniziative pastorali». La fraternità e la comunione non sono slogan. E hanno bisogno di essere coltivate e promosse proprio perché «oggi siamo più esposti alle derive della solitudine vivendo in un ambiente culturale più complesso e frammentato». Vanno sperimentate «nuove “forme possibili di vita comune”, in cui i presbiteri possano aiutarsi a vicenda ed elaborare insieme l’azione pastorale. Si tratta non solo di partecipare a qualche incontro o evento, ma di lavorare per vincere la tentazione dell’individualismo. Pensiamoci preti e religiosi insieme! Esercitiamoci nell’arte della prossimità!».

Cita ancora papa Francesco per dire che occorre reagire «a un certo individualismo diffuso nelle nostre diocesi “con la scelta della fraternità”».

La comunione poi «va cercata, incoraggiata e vissuta in tutte le nostre relazioni umane e pastorali, nelle quali un ruolo di primaria importanza è quello dei laici e degli operatori pastorali». È lo stile sinodale che il Papa incoraggia pensando anche al recente Sinodo che la diocesi ha celebrato. «È stato un processo che ha rimesso in movimento l’intera comunità ecclesiale, chiamandola a interrogarsi sul proprio modo di essere e di annunciare il Vangelo in questa terra. Vorrei invitarvi a custodire e fare vostro anzitutto il metodo del Sinodo: un esercizio di ascolto reciproco, un coinvolgimento che non ha escluso nessuno, una sinergia umana, pastorale e spirituale tra parrocchie, realtà associative, consacrati e laici, cercando di dare voce anche a chi solitamente resta ai margini. Questo ascolto ha fatto emergere con chiarezza le attese, le ferite e le speranze, restituendovi l’immagine di una Chiesa chiamata a uscire da sé stessa, a convertire il proprio stile, a incarnarsi tra la gente come luce di speranza».

Dunque l’invito è di ascoltarsi, di camminare insieme, di creare «una sinfonia di carismi e ministeri, e così trovate le modalità per passare da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria, capace di intercettare la vita concreta delle persone».

Perché «in una città segnata da disuguaglianze, disoccupazione giovanile, dispersione scolastica e fragilità familiari, l’annuncio del Vangelo non può prescindere da una presenza concreta e solidale, che coinvolge tutti e ciascuno, preti, religiosi, laici».

Infine ricorda lo speciale legame «che vi unisce al vostro Patrono San Gennaro; ma la grazia di Dio è stata con voi così generosa che ha suscitato tante altre figure di Santi e Sante nel corso della vostra storia. Vi affido a loro e all’intercessione di Maria, Vergine Assunta e Madre premurosa. E non dimenticate: siete dentro una storia d’amore – quella del Signore per il suo popolo – che è iniziata prima di voi e non finisce con voi; ci siete dentro come tessere uniche e necessarie; ci siete dentro perché, anche nelle fitte trame del buio, voi possiate accendere una luce. Non abbiate paura, non scoraggiatevi e siate, per questa Chiesa e per questa città, testimoni di Cristo e seminatori di futuro!».