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C'è un'ora del mattino, in Sardegna, in cui il mare e la roccia si accordano in una luce che non appartiene né all'uno né all'altra. Cala Gonone, costa orientale, riflessioni di calcare nel Tirreno. È lì che ieri, 4 giugno alle 6 del mattino, Hervé Barmasse ha posato i piedi sulla terra e ha cominciato a salire. Il primo obiettivo era Punta La Marmora, 1.834 metri, tetto della Sardegna. Poi la bici, poi il mare. E da lì, da quel momento preciso, il tempo ha cominciato a scorrere in modo diverso: trenta giorni per attraversare tutta l'Italia, scalare le vette più alte di ogni regione, percorrere oltre seimila chilometri con novantamila metri di dislivello positivo, senza mai salire su un motore.
Si chiama Endurance – Italia. E il nome dice già tutto quello che serve sapere.
Un'impresa senza precedenti
Nessuno lo aveva mai fatto. Non nel senso delle singole discipline, alpinisti che girano l'Italia ce ne sono stati, ciclisti pure, velisti certamente, ma nella combinazione integrale, nella scelta di unire alpinismo, ciclismo, trail running e vela in un unico filo che attraversa le venti regioni italiane senza mai interrompersi per salire su un mezzo a motore. È questa la ragione per cui il Club Alpino Italiano (CAI) ha concesso il suo patrocinio al progetto: perché Endurance – Italia non è soltanto una prova atletica, è un atto di coerenza morale. Il principio è quello del "by fair means", espressione che nell'etica alpinistica significa: con i propri mezzi, senza ausili artificiali. Qui applicato non a una parete, ma a un intero Paese.
I numeri fanno una certa impressione, anche letti a freddo. Seimila chilometri d'itinerario. Novantamila metri di dislivello positivo. Trenta giorni — condizioni meteorologiche permettendo, come specifica Barmasse con la sobrietà di chi sa che la montagna non risponde agli agendari. Una media di duecento chilometri e tremila metri di dislivello al giorno. "Gli unici ostacoli veri," dice, "potrebbero essere il caldo per la parte in bici e, sulle Alpi, i temporali intensi". Detto con la leggerezza di chi ha passato notti a meno quaranta sul Nanga Parbat.
Da Cala Gonone a Trieste, passando per tutto
La scelta della partenza non è casuale. Cala Gonone è il posto dove Barmasse ha scalato per la prima volta in Sardegna, un luogo che porta il peso dei ricordi personali e di una tradizione collettiva dell'arrampicata italiana degli anni Duemila. "Oggi, a differenza di allora, in estate è quasi proibitivo arrampicare," osserva, e in quella parentesi c'è già il tema del cambiamento climatico che, come vedremo, attraversa ogni progetto di questo alpinista. Dall'isola, dopo aver toccato Punta La Marmora, inizia la navigazione. Da Porto Corallo fino a Capo d'Orlando, in Sicilia, a bordo di una barca a vela. Nessun motore, nemmeno in acqua.
L'arrivo è fissato a Trieste, all'estremo nordest del Paese, quasi a chiudere un cerchio geografico e simbolico attorno alla penisola. In mezzo, tutte le regioni d'Italia, da quella più celebre per le sue montagne alla Puglia, che mette sul piatto il Monte Cornacchia, millecentocinquantuno metri, una vetta che Barmasse ammette di non avere mai preso in considerazione prima. "Ma il senso del progetto è anche questo," spiega: "andare alla scoperta di luoghi meno frequentati, raccontare anecdoti che altrimenti rimarrebbero fuori dalla narrazione di una montagna spesso troppo legata alle difficoltà tecniche”.


Giovanni Soldini e il dono del mare
La firma più inattesa di questo progetto non è quella di un alpinista, né di un ultrarunner. È quella di Giovanni Soldini, navigatore, velista, uno degli italiani più noti al mondo nella storia della vela. È e sarà lui a condividere con Barmasse i tratti marini, coprendo le miglia che separano le isole dal continente. "Sono felice che sia a bordo del progetto," dice Barmasse. "Giovanni ha fatto scoprire il mondo della barca a vela e dell'avventura a tutti gli italiani con imprese straordinarie. E poi senza patente nautica non potrei andare troppo lontano". L'ultimo punto è detto con ironia, ma dice qualcosa di più profondo: il riconoscimento del proprio limite, la capacità di cercare un alleato dove la propria competenza si esaurisce.
I due si erano già incontrati in oceano. Barmasse racconta quella traversata, Antigua-La Spezia, su un trimarano da competizione con i foil che volano sull'acqua fino a trentacinque nodi, con l'entusiasmo genuino di chi ha scoperto qualcosa di inaspettato. "Sin dal primo giorno mi ha messo il timone in mano e ho fatto i turni come il resto dell'equipaggio”. Arrivato a La Spezia, confessa, aveva pensato di poter cambiare vita. "Su una barca sei un ospite del mare, di tutto quello che ti circonda, come lo sei in montagna”. La vela e l'alpinismo, nella sua visione, condividono la stessa grammatica: l'esplorazione, la dipendenza dagli elementi, il rispetto per ciò che non puoi controllare.


La fatica come grammatica del mondo
Chi ha incontrato Hervé Barmasse in un'intervista, come è accaduto a Famiglia Cristiana, qualche settimana fa, in occasione del documentario Barren Lands – Terre aride, sa che parlare con lui di fatica è come parlare con un filologo di lingue. Non è retorica sportiva, non è marketing. È una riflessione genuina sul significato dell'esperienza. "La montagna ti insegna molto, soprattutto in solitaria o attraverso la fatica. Diventa un percorso di conoscenza importante che ti regala la possibilità di pensare molto prima, durante e dopo su cosa desideri dalla vita". Poi aggiunge qualcosa che vale la pena riportare per intero: "Non è una fatica che ti segna, o meglio, che ti logora. Ti accompagna, è portatrice di saggezza”.
È questa visione — la fatica come strumento ermeneutico, come modo di stare nel mondo — a rendere Endurance – Italia qualcosa di più di una semplice impresa sportiva. Barmasse ha detto di essersi ispirato, tra gli altri, a Kilian Jornet, il catalano che è forse il più grande atleta di montagna della storia contemporanea. "In States of elevation il consiglio lo ha dato a tutti: il segreto è essere lenti e continui. Ed è anche quello che punto a fare io”. Lenti, continui, presenti. Non la velocità come fine, ma come mezzo per attraversare le cose con abbastanza attenzione da capirle.
La bici, in questo contesto, è rivelazione. Barmasse la usava da adolescente per allenarsi per le gare di sci alpino, poi l'aveva un po' abbandonata. Negli ultimi cinque anni, complice la Maratona delle Dolomiti, l'ha riscoperta, tremilacinquecento chilometri l'anno, che lui stesso definisce lontani da qualsiasi ambizione agonistica. "Ma non posso definirmi nemmeno un ciclista amatore". Per questo progetto si è messo a seguire un percorso di allenamento. "D'altronde, la bici le devi conoscere bene perché diventerà la tua compagna. Avrò delle cose da dirle, anche se in certi momenti non solo per ridere e scherzare".
Un Paese da raccontare, non solo da attraversare
"L'Italia è un Paese dalla bellezza disarmante, che propone un'incredibile varietà di paesaggi naturali, monumenti, borghi antichi". Non è uno spot turistico, anche se suona così. Barmasse, che alla divulgazione ha dedicato una parte crescente della sua carriera, vede in Endurance – Italia un'opportunità narrativa prima ancora che sportiva. "Visitarla e raccontarla unendo una sfida sportiva rappresenta un'occasione incredibile per narrare questo territorio, la biodiversità che lo contraddistingue e le nostre tante montagne che sono la spina dorsale del Paese”.
Il progetto è aperto. Non nel senso di una struttura partecipativa vaga, ma in modo concreto: ogni giorno, Barmasse pubblica sui suoi canali social il percorso del giorno successivo, invitando chiunque voglia a raggiungerlo per una tappa, per mezza tappa, per una scalata. "Siamo tutti legati alle montagne di casa e chi vorrà potrà unirsi per una tappa o anche solo una parte di essa. Io cercherò di tenere il mio ritmo che non sarà veloce, anche per via della stanchezza, oltre che per risparmiare energia”. È un'apertura che va presa sul serio: non è cortesia, è progetto. L'Italia che sale insieme, per una volta, a qualcuno che conosce le vette come altri conoscono le proprie strade di quartiere.
Con lui, ogni giorno, ci saranno Luca Rolli — fotografo e fisioterapista — e Giacomo Berthet, il videooperatore con cui collabora da anni e con il quale ha appena girato il documentario africano. La comunicazione sarà quotidiana, anche attraverso Strava. "Sarà faticoso. Sarà estenuante. Ma sono sicuro che sarà bellissimo”. Poche parole, quelle giuste.
Il filo rosso: dalla siccità del Kenya alle vette italiane
Chi segue il percorso di Barmasse sa che Endurance – Italia non nasce nel vuoto. Nasce da una traiettoria che negli ultimi anni ha portato la guida alpina di Valtournenche sempre più lontano dalle sole pareti di roccia e sempre più vicino alle domande che quelle pareti, nel Novecento, non si ponevano. La prima di queste domande è quella sul clima.
Pochi mesi fa, Barmasse ha presentato Barren Lands – Terre aride, documentario girato nella contea di North Horr, nel nord-ovest del Kenya, una delle regioni più calde e inospitali del pianeta. Lì ha camminato con i pastori Gabra, nomadi alla ricerca di acqua e pascoli in un ecosistema che il cambiamento climatico sta erodendo con una velocità brutale. Il progetto era realizzato in collaborazione con Amref Health Africa, con il sostegno dei fondi 8×1000 dell'Unione Buddhista Italiana. Barmasse lo descriveva così: "Nella contea di North Horr, le comunità non vivono: resistono, sostenute da una resilienza ostinata e da un continuo adattarsi a una natura prosciugata, dove l'acqua scompare e con essa ogni forma di vita”.


C'è una continuità precisa tra quel viaggio e questo. In Africa, la montagna era assente ma la fatica era la stessa: quella di chi cammina per necessità, non per scelta. In Italia, la fatica è scelta, ma porta con sé una domanda implicita sullo stato dei luoghi attraversati. Le Alpi che cambiano, i ghiacciai che arretrano, i temporali estivi che diventano sempre più intensi. Barmasse non lo dice esplicitamente, ma lo sa: traversare l'Italia "con i propri mezzi" oggi è anche un modo per misurare quanto quei mezzi reggano di fronte a un territorio che si sta trasformando.
Le montagne più alte d'Italia, una per regione
Dalla Punta La Marmora della Sardegna (1.834 m) al Monte Bianco della Valle d'Aosta (4.808 m, il tetto d'Italia), passando per l'Etna in Sicilia, il Gran Sasso in Abruzzo, il Monte Pollino in Basilicata, il Velino nel Lazio, le Marche con il Monte Vettore, il Monte Baldo tra Lombardia e Veneto e le grandi cime alpine di Piemonte, Valle d'Aosta, Trentino. Vent'anni di alpinismo professionale non garantiscono di aver salito tutte le cime più alte delle proprie regioni d'origine, e Barmasse lo ammette con una franchezza disarmante: ci sono posti che non avrebbe mai considerato, montagne che non appartengono al pantheon dell'alpinismo agonistico ma che custodiscono storie, culture locali, rapporti tra l'uomo e il territorio che le grandi pareti non raccontano. "È un modo per creare una connessione vera tra esseri umani e la montagna, la natura”.
La prima tappa è già eloquente nei suoi numeri: duecentoventicinque chilometri in bicicletta, una decina a piedi, quattromila e cinquecento metri di dislivello. E siamo in Sardegna, l'isola più pianeggiante tra quelle con montagne significative. Da Capo d'Orlando in poi, il continente. Il ritmo si farà più duro.
Lenti, e bellissimi
Per capire Endurance – Italia, bisogna pensare che non è la storia di un superuomo che fa cose impossibili. È la storia di un uomo che ha deciso di attraversare il suo Paese a velocità umana, con i suoi muscoli, i venti del mare e la gravità delle montagne come unici motori.
In un tempo che tende a comprimere le distanze, ad annullare il corpo, a sostituire l'esperienza diretta con la sua rappresentazione digitale, c'è qualcosa di profondamente controcorrente in questo progetto. Qualcosa che richiama la domanda di fondo che Barmasse porta con sé da anni, quella stessa domanda che lo aveva portato tra i Gabra del Kenya: cosa significa essere davvero presenti in un luogo? E quanto costa, in fatica, quella presenza?
La risposta, per il momento, è novantamila metri di dislivello. E trenta giorni di silenzio dei motori.






