Immaginate una seggiovia ferma da anni, la struttura arrugginita che penzola nel vuoto tra i larici, la stazione di partenza chiusa con un lucchetto. È lo scenario che si ripete in centinaia di angoli delle nostre Alpi e degli Appennini. Non è un'immagine poetica: è la realtà fotografata dal report Nevediversa 2026, il dossier annuale di Legambiente sul turismo montano invernale, presentato a Milano l'11 marzo 2026.

I numeri parlano chiaro e, insieme, invitano a una riflessione profonda: 273 impianti sciistici sono già dismessi, 106 chiusi temporaneamente, 98 operano in una condizione mista di apertura e chiusura, mentre 231 sopravvivono in un vero e proprio "accanimento terapeutico". A tenere in vita questi ultimi non è la neve, sempre più rara, ma i fondi pubblici, erogati stagione dopo stagione in un tentativo disperato di mantenere in piedi un modello che il clima ha già condannato.

La neve che non c'è più

Il cambiamento climatico non è un'ipotesi per il futuro: è una realtà già scritta sui versanti delle nostre montagne. Sulle Alpi, la stagione nevosa dura oggi tra 22 e 34 giorni in meno rispetto a cinquant'anni fa, con una contrazione di 10-20 giorni del periodo di copertura nevosa tra il 1982 e il 2020, e un calo superiore al 30% della profondità del manto nevoso.

Eppure, di fronte a questa evidenza, le politiche pubbliche sembrano guardare dall'altra parte. Nonostante l'aumento delle temperature, la fusione dei ghiacciai e una neve naturale che fatica ad arrivare, circa il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continua a sostenere il "sistema neve", lasciando alla riconversione dei vecchi impianti e alla destagionalizzazione solo briciole di risorse. Un paradosso che ha un costo, economico, ambientale e sociale, che prima o poi qualcuno dovrà pagare.

I numeri della crisi regione per regione

Il report di Legambiente non si ferma ai grandi numeri nazionali, ma scende nel dettaglio territoriale, offrendo una mappa precisa dello stato di salute delle nostre montagne. Il Piemonte si conferma la regione con il più alto numero di strutture sciistiche dismesse, con 76 impianti, seguita dalla Lombardia che ne conta 51. Per gli "edifici sospesi" — alberghi, residence, strutture turistiche abbandonate o sottoutilizzate — la concentrazione maggiore sull'arco alpino si trova in Valle d'Aosta (36), Lombardia (31) e Piemonte (20), mentre sull'Appennino i casi più numerosi si registrano in Toscana (19), Abruzzo (16), Marche (15) e Sicilia (15).

Tra i casi più emblematici citati nel dossier c'è il comprensorio di Scanno, in provincia de L'Aquila: un ex comprensorio sciistico lasciato al completo abbandono, con seggiovie, bacino e strutture ricettive ormai relitti di una stagione che non tornerà. Ma anche il Grand Hotel Wildbad a San Candido, in Alto Adige, un edificio di grande valore storico-culturale oggi in forte stato di degrado.

Per quanto riguarda l'"accanimento terapeutico" — termine scelto non a caso dal report per descrivere impianti tenuti in vita artificialmente — la Lombardia guida questa triste classifica con 63 casi, seguita da Abruzzo (47) ed Emilia-Romagna (34).

Cannoni e bacini: l'illusione bianca

Dove la neve non arriva da sola, si cerca di produrla. Gli altri impianti mantengono l'attività grazie a bacini artificiali e cannoni, veri pozzi di acqua ed energia. I 169 bacini per l'innevamento artificiale censiti equivalgono a milioni di metri cubi d'acqua: un volume che, ogni anno, basterebbe per impilare circa 35 grattacieli di 300 metri di altezza l'uno sopra l'altro.

La maggior parte dei bacini artificiali si concentra in Trentino-Alto Adige, Lombardia e Piemonte. Un consumo idrico colossale in un'epoca in cui l'acqua è una risorsa sempre più preziosa, in montagna come in pianura. Legambiente, con parole nette, denuncia che la neve artificiale non è una soluzione: è una foglia di fico tecnologica. Come scrive il dossier, la "settimana bianca" resta un rito identitario, e la neve artificiale funziona come una foglia di fico che maschera il cambiamento climatico, giustificando nuovi investimenti e opere.

Gli sciatori calano, i prezzi salgono

La crisi non è solo ambientale. È anche economica e sociale, e la sta pagando in primo luogo il turista comune. Secondo l'Osservatorio Italiano del Turismo Montano (JFC), nella stagione 2025-2026 si registra un calo del 14,5% degli sciatori giornalieri e una flessione del 3,9% degli italiani che scelgono di soggiornare sulle montagne del Paese.

Nonostante questo, il comparto genera ancora volumi imponenti: il settore supera i 12 miliardi di euro di volume economico, di cui circa la metà legata all'ospitalità. Un sistema che, pur in affanno, resiste — anche perché sorretta da denaro pubblico che potrebbe essere investito diversamente.

I "Luna park della montagna": la toppa peggio del buco

Quest'anno il report Nevediversa introduce una nuova categoria di censimento, rivelatrice di come alcune aree stiano tentando di riconvertirsi in modo non sempre felice. Sono i cosiddetti "Luna park della montagna": attrazioni ludiche in alta quota come piste tubing, bob estivo e simili, spesso integrate ai comprensori sciistici, che indicano forme di intrattenimento artificiale a impatto non sempre sostenibile sull'ambiente montano.

Ventotto le strutture censite per la prima volta, di cui la maggior parte si concentra in Lombardia (13 strutture) e in Toscana (7). Strutture realizzate spesso con materiali plastici, replicate identiche da una valle all'altra, senza alcun radicamento nella cultura o nella morfologia dei luoghi. Il rischio, scrive Legambiente, è che la montagna diventi una vera "fabbrica del divertimento", dove l'attrattività a breve termine prevalga sulla sostenibilità.

Il report 2026 dedica ampio spazio alle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026, che si svolgono proprio in questo periodo. Il giudizio di Legambiente è severo ma articolato. Il bilancio delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 è ritenuto problematico: tra ritardi, costi elevati, opere faraoniche e mancate promosse, l'eredità appare piena di perplessità.

Ma la questione va oltre l'edizione in corso. In meno di trent'anni si perderà l'affidabilità climatica del 44% delle sedi olimpiche finora utilizzate. Il dato più critico riguarda i Giochi Paralimpici, programmati solitamente a marzo: solo 22 delle 93 sedi finora utilizzate rimarranno climaticamente idonee. Un'eredità olimpica fatta non solo di impianti ma di domande che le comunità di montagna, e l'intera società, sono chiamate ad affrontare.

Una delle note più amare del rapporto riguarda il riutilizzo degli impianti abbandonati. I riusi e gli smantellamenti restano casi sporadici: solo 37 quelli finora conteggiati. Mentre all'estero, il report cita l'esempio virtuoso delle Alpi francesi, la riflessione sul turismo montano post-sci è già avanzata, l'Italia arranca.

Eppure esempi positivi esistono anche da noi. Il dossier raccoglie le Top Ten delle buone pratiche, realtà premiate con la Bandiera Verde da Legambiente per aver scelto strade diverse: turismo lento, valorizzazione del paesaggio, destagionalizzazione, smart working, servizi alle comunità locali. Strade percorribili, se si ha il coraggio di imboccarle.

Una montagna viva, non uno scenario

Il messaggio di Legambiente non è disperato: è una chiamata alla responsabilità. Come ha dichiarato Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente: "Ogni impianto inattivo ha un costo economico e testimonia la fragilità di un modello di turismo montano che riduce la montagna a scenografia. Infrastrutture abbandonate e neve artificiale rivelano i limiti di un'illusione collettiva, con ricadute sull'ambiente, sulle comunità e sulle generazioni future".

Da questa consapevolezza nasce il Manifesto della Carovana dell'accoglienza montana, elaborato insieme a oltre 300 realtà alpine premiate con la Bandiera Verde. Un documento che chiede di rimettere al centro le comunità locali, la loro cultura, i loro saperi, costruendo un turismo che non dipenda dall'artificiale ma dalla ricchezza reale di questi territori.

Come cristiani, siamo chiamati a custodire il creato. Le montagne non sono solo un'attrazione turistica: sono ecosistemi vitali, serbatoi d'acqua, habitat di biodiversità, luoghi di silenzio e bellezza che appartengono a tutti. Il report Nevediversa 2026 ci ricorda che questa custodia è urgente, e che i modelli di sviluppo basati sul consumo rapido della natura hanno un conto da saldare.

La domanda non è se il turismo montano debba cambiare. È se avremo la saggezza, e il coraggio, di cambiarlo prima che sia troppo tardi.