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Andrea Bonomelli, presidente della cooperativa Lautari e di Borgo La Caccia
Non è soltanto una storia di vino, ma un percorso umano e sociale che attraversa un quarto di secolo. Borgo La Caccia, realtà vitivinicola legata alla cooperativa sociale Lautari di Pozzolengo, nel Bresciano, ha celebrato al Vinitaly i suoi 25 anni di attività. Un traguardo importante che racconta un modello in cui la qualità produttiva cammina insieme all’inclusione, al recupero e alla dignità del lavoro.
Nata come progetto sociale dedicato al reinserimento di persone con fragilità e percorsi di dipendenza, la cantina ha saputo negli anni crescere senza mai perdere la propria identità originaria. «Siamo nati con un progetto sociale e fin dall’inizio abbiamo puntato sulla qualità», sottolinea Andrea Bonomelli, presidente della cooperativa, ricordando come la sfida iniziale fosse proprio quella di dimostrare che inclusione e eccellenza non sono mondi separati, ma possono rafforzarsi a vicenda.
In questo senso, il lavoro in vigna e in cantina diventa parte di un cammino più ampio. Non solo produzione, ma anche formazione, responsabilità, crescita personale. Le persone coinvolte nel progetto sono al centro di un’esperienza che unisce lavoro, accompagnamento educativo e inserimento sociale. Un approccio che restituisce valore al gesto agricolo e alla fatica quotidiana, trasformandoli in occasione di riscatto.
Accanto alla dimensione sociale, negli anni si è sviluppato un percorso produttivo sempre più orientato alla qualità e all’identità territoriale. La scelta di puntare con decisione sul Lugana ha segnato una svolta decisiva. «Siamo partiti con il rosso, ma oggi siamo specializzati in Lugana, con l’obiettivo di valorizzare al meglio il territorio», è la sintesi di un’evoluzione che ha permesso alla cantina di radicarsi ancora più profondamente nella vocazione della zona.
Fondamentale, in questo processo, è stata la collaborazione con l’enologo Stefano Chioccioli, che ha accompagnato la crescita tecnica dell’azienda. Un lavoro di ricerca che ha portato a sperimentazioni diverse – dall’anfora al legno, fino al cocciopesto – con l’obiettivo di interpretare il vitigno in forme sempre nuove, senza tradirne l’identità. Tutto parte dalla vigna, dalla cura manuale e da una vendemmia attenta, in cui la qualità dell’uva diventa il primo gesto di rispetto verso il prodotto finale.
Ma dietro le tecniche e le innovazioni resta centrale una visione: quella di un vino che nasce da un territorio e da una comunità. Un vino che non è solo espressione commerciale, ma racconto di un paesaggio umano prima ancora che agricolo.
Il Vinitaly, in questo contesto, rappresenta non solo una vetrina internazionale, ma anche un’occasione di riflessione. In un momento segnato da incertezze economiche e da mutamenti nei consumi – con una crescita dei bianchi e una flessione dei rossi – Borgo La Caccia guarda al futuro con pragmatismo e apertura ai mercati esteri, senza dimenticare le proprie radici.
Accanto alle sfide del mercato globale, emergono anche nuove sperimentazioni, come l’interesse per prodotti a basso o nullo contenuto alcolico, segno di un settore in trasformazione. Tuttavia, per la cooperativa, il cuore del progetto rimane altrove: nella persona, nel lavoro condiviso, nella possibilità di offrire una seconda opportunità.
Esperienze come quella di Borgo La Caccia ricordano che l’impresa può essere anche luogo di cura, relazione e rinascita. Non un’alternativa al mercato, ma una sua possibile umanizzazione.
A 25 anni dalla nascita, questa realtà si presenta dunque come un esempio concreto di economia integrata, dove produzione e solidarietà non si escludono, ma si sostengono reciprocamente. Un modello che interpella anche il mondo del vino e, più in generale, quello dell’impresa: è possibile coniugare competitività e attenzione alla persona? La risposta, qui, sembra essere già scritta nei fatti.
Dal Vinitaly arriva così non solo la celebrazione di un anniversario, ma il rilancio di una visione.






