Succede ininterrottamente da una settimana. Ogni mattina alle 7.45, decine e decine di ciclisti e residenti si ritrovano all'incrocio tra corso Regina Margherita e via Cesare Balbo a Torino, dove è stato ucciso Nicolò, il bambino investito in bicicletta il 22 settembre. Disponendosi lungo la linea tratteggiata che separa la ciclabile dalla carreggiata, fanno da barriera alle automobili per proteggere i ciclisti. Perché, diciamolo chiaramente, non si può morire a 7 anni mentre si va a scuola in bici con il papà.
Non si può, eppure gli incidenti mortali in bicicletta sono ancora troppi. I dati Istat rivelano una realtà drammatica: nel 2025 i ciclisti uccisi sulle strade italiane sono stati 198, con un allarmante +20% rispetto all’anno precedente. A questi si aggiungono 30 vittime tra gli utilizzatori di biciclette elettriche a pedalata assistita (+50%), per un totale di 228 morti in 12 mesi.

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La manifestazione "Basta morire di strada" a Torino dopo la morte di Nicolò (ANSA)

Il traffico è lo specchio delle metropoli e di quel che siamo diventati: una società sempre più di corsa, in cui il tornaconto individuale deve sempre avere la meglio sugli altri. E non importa se per raggiungere il più velocemente possibile l’obiettivo si debba prevaricare sugli altri e mettere a rischio la loro incolumità. Ci sono attimi in cui la prepotenza o l’ansia da prestazione fanno mettere tutto in secondo piano, costi quel che costi. Salvo poi pentirsene amaramente, perché certe disattenzioni o errori si pagano caro. E quando le vittime sono bambini, il dramma si amplifica ancor di più.
Scontato forse dirlo, ma oggi è quanto mai necessario un cambiamento culturale: la mobilità urbana non è appannaggio delle automobili, le biciclette non sono un impedimento alla circolazione e la prepotenza uccide. Chiunque guidi, pedali o cammini ha diritto a poterlo fare in sicurezza contando su infrastrutture adeguate e sulla convivenza civile tra tutti.
Benvenga, quindi, che Torino chieda «rispetto, responsabilità e sicurezza per tutti», come esortato anche dal padre del piccolo. Benvenga che ciclisti e residenti lo chiedano facendo massa critica: fa bene – immaginiamo – a quanti sono direttamente provati dal dolore di quest’ultima tragedia, fa bene a quella parte di cittadinanza che ritrova il senso dello schierarsi insieme a favore del bene comune.
Non conosciamo Nicolò né la sua famiglia, a cui vanno davvero le più sentite condoglianze. Ma basta osservare i (pochi) bambini che in Italia si spostano felici in bicicletta per ricordare una volta di più il valore sociale e ambientale del mezzo, nonché le sue potenzialità educative.

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Ancora la manifestazione "Basta morire di strada" (ANSA)

Un bambino che va a scuola in bici è un bambino che ogni mattina fa un’esperienza di autonomia e responsabilità, in cui impara a conoscere se stesso, il mezzo che guida e il codice della strada, come ad avere fiducia nelle proprie capacità.
Un bambino che va a scuola in bici è un bambino che ogni mattina assapora un pizzico di indipendenza e libertà, tanto importanti per stimolarlo nella crescita.
Un bambino che va a scuola in bici è un bambino che ogni mattina fa un piccolo esercizio fisico, prezioso per la sua salute e il suo benessere fisico.
Un bambino che va a scuola in bici è un bambino che ogni mattina sperimenta una mobilità sostenibile, crescendo nella consapevolezza che l’automobile non è l’unico mezzo di trasporto, anzi. E che ognuno, pur nella sua giovane età, può contribuire a custodire la nostra casa comune.

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La ghost bike di Nicolò (ANSA)

Dolore, rispetto delle persone, degli spazi e delle regole, speranza in un avvenire più umano e sostenibile: la ciclabile umana racconta tutto questo. E lo fa spingendo con la forza gentile dei pedali. Davanti al luogo dell’incidente è stata deposta una piccola ghost bike, le biciclette bianche usate in tutto il mondo a memoria delle vittime. Un piccolo simbolo per ricordare Nicolò e la sua giovane vita in sella, un monito per tutti ad abitare la strada da cittadini attenti e consapevoli.
Per l’ultimo saluto a Nicolò, la famiglia ha chiesto di non portare fiori quanto di contribuire al Fiab Torino Bike Pride: la manifestazione per un’idea di città più democratica, con strade sicure da percorrere, aria salubre da respirare e spazi a misura di persona e di comunità.