A Lesmo il titolare dell'Hostaria 2.0 ha annunciato sui social di voler fare del suo locale il primo «ristorante child free» della Brianza. Il video ha superato i due milioni di visualizzazioni e ha acceso, come era prevedibile, una discussione furibonda.

In realtà, Alan Sampietro non può mettere un cartello sulla porta con scritto «vietato l'ingresso ai bambini». La legge non glielo consente. Un esercente non può rifiutare una prestazione a chi la domanda e può pagarla, se non esiste un legittimo motivo; l'età, di per sé, non lo è. Il ristoratore lo sa bene e infatti non parla di divieto: ha tolto seggioloni e menù per bambini e sul sito sconsiglia la prenotazione alle famiglie con figli sotto i sette anni. Il suo è un locale piccolo, 26 posti, pensato per una cena tranquilla, luci soffuse e atmosfera raccolta. La decisione è arrivata dopo un episodio con un bambino lasciato correre tra i tavoli e una successiva recensione negativa.

Possiamo sotto certi aspetti comprendere la decisione di sconsigliare la sua sala a clienti con bambini piccoli. Non è neppure il primo caso. Negli ultimi anni sono comparsi in Italia ristoranti, alberghi e stabilimenti che hanno cercato di rivolgersi a una clientela adulta, puntando sul silenzio e sulla tranquillità. Il fenomeno dei locali «no kids», nato negli Stati Uniti, è arrivato anche da noi.

Ma forse la questione è più grande di un ristorante di Lesmo. E sarebbe troppo facile liquidarla come l'ennesima polemica da social. Perché in realtà, accanto alla mancanza di politiche adeguate per le giovani coppie, agli stipendi che non bastano, alle case troppo care, alla precarietà del lavoro e alla paura del futuro, c'è anche un altro ingrediente nella nostra denatalità: i bambini non piacciono più, non vanno di moda, danno fastidio.

Danno fastidio al vicino di casa quando piangono di notte o corrono per la casa. Danno fastidio al passeggero quando fanno rumore in treno. Danno fastidio ai commensali quando non stanno seduti composti. Danno fastidio persino i bambini che giocano all’aperto, nelle scuole o negli oratori, ai condomini confinanti. E, a volte, sembrano dare fastidio persino a chi potrebbe scegliere di diventare genitore e continua a rimandare. Non è un'accusa, è una domanda che dovremmo avere il coraggio di farci.

Del resto, basta guardarsi intorno. Spuntano aree cani ovunque, chiudono i negozi di giocattoli e di attrezzature per l'infanzia mentre asili nido, scuole materne e servizi per le famiglie fanno i conti con numeri sempre più piccoli. Il cane è diventato per molti il figlio che non chiede un congedo parentale, non si ammala alla vigilia delle vacanze, non impedisce di andare a un concerto o di fermarsi per l'aperitivo. Un animale da amare, certo, ma anche una responsabilità che, nella vita quotidiana, appare spesso più semplice da conciliare con una società costruita intorno all'individuo.

Non stupiamoci allora se un ristoratore decide di posizionarsi sul mercato come «children free». Sa leggere il suo tempo. Sa che esiste una clientela disposta a pagare per avere una cena senza pianti, corse e rumori. E, piaccia o no, potrebbe essere ahimè una scelta commerciale vincente.