Ogni secondo nel mondo un camion di vestiti finisce in discarica o nell'inceneritore. Basterebbe questo dato per convincerci che la fast fashion più che una moda è una piaga. Di cosa si tratta è presto detto: la produzione, l'acquisto e la dismissione di abiti a "ciclo continuo". Capi ultraeconomici che vengono indossati solo 7 o 8 volte prima di essere scartati. Negli ultimi decenni si stima che l'utilizzo medio dei vestiti sia diminuito del 36%: sintomo di un consumismo esasperato, del tutto in contrasto anche con l'ecologia integrale cara a papa Francesco e alla Chiesa intera. Un meccanismo micidiale, quello della fast fashion, a basso prezzo per chi acquista ma ad alto costo ambientale e sociale per tutti. La moda istantanea produce, infatti, ogni anno 1,2 miliardi di tonnellate di CO2, più della somma del trasporto marittimo e aereo mondiale. Ma quando in Occidente abbiamo cominciato a rinnovare il guardaroba senza tregua? Catene di alcuni grandi marchi hanno preso piede a inizio anni Duemila.

Garbage that is old rag And the plastic takes a long time to decompose naturally Difficulties in the removal algorithm Use large storage space to become environmental pollution.
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Vestiti di ogni tipo gettati in una discarica abusiva (Getty Images)

«In breve si è passati da 2 o 4 collezioni all'anno, una per stagione, a circa 50, una a settimana. L'ultra fast fashion lancia addirittura una collezione al giorno. Mentre prima con gli abiti si creava una sorta di legame affettivo, con i capi a 3, 5, massimo 10 euro la moda diventa "usa e getta"», denuncia Giuseppe Ungherese di Greenpeace.

Nei primi 15 anni del millennio la produzione dei capi è raddoppiata, mentre la spesa pro capite globale per il vestiario si è ridotta. «Si producono talmente tanti abiti che anche se fermassimo ora la produzione, le prossime sette generazioni non avrebbero bisogno di altri capi», aggiunge Ungherese. Valanghe di vestiti che finiscono per inquinare i Paesi più poveri e, peraltro, risultano difficilmente riciclabili, tanto che solo l'1% degli abiti viene prodotto da stoffe usate. «Si tratta spesso di tessuto poliaccoppiato, ovvero con il filato non di un solo tipo (per esempio, cotone) ma combinato con un altro materiale, che rende il prodotto non riciclabile», spiega Andrea Minutolo di Legambiente.
Dietro lo scintillio di magliette, pantaloni, scarpe e cappotti sempre nuovi, c'è dunque tutto un lato oscuro della fast fashion che è causa di una notevole pressione ambientale, a cominciare dai consumi idrici ed energetici. «È un sistema vorace, che fa man bassa di risorse di non rinnovabili, derivate da petrolio e gas per oltre il 60%», nota ancora Ungherese.

Poi c'è l'impiego di vaste quantità di acqua – per produrre una maglietta ne occorrono 3.500 litri – e l'utilizzo di prodotti chimici dannosi come le tinture. L'elenco delle nefandezze ambientali sarebbe ancora lungo, dall'inquinamento da microplastiche rilasciate dai tessuti sintetici (e circa il 60% delle fibre utilizzate nell'abbigliamento fast lo sono), all'impatto dei pacchi di vestiti che viaggiano avanti e indietro tra l'Europa e la Cina: sono gli abiti resi dopo l'acquisto on line, che secondo i dossier dell'Unità investigativa di Greenpeace Italia percorrono migliaia di chilometri e spesso non vengono più rivenduti.

Agra, India - March 1, 2013: A woman arranges customers' clothes in Agra, India. Laundry is to be done on a riverbank in India.
Agra, India - March 1, 2013: A woman arranges customers' clothes in Agra, India. Laundry is to be done on a riverbank in India.
Una donna recupera vestiti ancora utilizzabili, nella discarica di Agra, in India (Getty Images)

L'industria dell'abbigliamento è poi la seconda maggiormente esposta al rischio di schiavitù moderna. I casi di sfruttamento riguardano tutta la filiera, dalla raccolta nei campi di cotone fino al confezionamento nei laboratori artigianali e nelle grandi fabbriche. Si stima che in tutto il mondo siano 152 milioni i bambini costretti a lavorare fino a 12 ore al giorno, nella speranza di guadagnare, da adulti, uno stipendio medio che non supera i 200 dollari al mese. Alcune soluzioni per fermare i danni da fast fashion ci sarebbero, a partire dall'ecodesign, che significa utilizzare "materie prime seconde", come filati riciclati, e progettare i capi prevedendo già la filiera del riciclo. Poi c'è l'etichetta standardizzata, per garantire informazioni precise sulla filiera e la tassazione per i prodotti di moda veloce, già ipotizzata dalla Francia. «È una svolta che chiediamo con decisione anche al Governo italiano e che sosterrebbe tra l'altro le realtà del made in Italy», commenta Ungherese.

A fine maggio 2024 l'Unione europea ha approvato in via definitiva la Corporate sustainability due diligence directive (Csddd), la direttiva che impone alle grandi imprese obblighi di prevenzione e mitigazione degli impatti negativi delle attività su ambiente e diritti umani. Anche se l'applicazione sarà graduale e si partirà dal 2027, la direzione è quella giusta: perché se i gusti del vestirsi cambiano, i diritti sociali e la sostenibilità ambientale non dovrebbero mai passare di moda.