Un motto intraducibile per una sensazione indescrivibile. Potremmo sintetizzare così il busillis di «It’s Milano, its your vibe» (pr. vàib): alla lettera «è Milano è la tua vibe», che ritroviamo a intermittenza, da ben prima dell’inizio dei Giochi olimpici di Milano Cortina 2026 in ogni tabellone pubblicitario luminoso del capoluogo lombardo.

Abbreviazione dall’inglese vibration, vibe indica l’atmosfera, la sensazione, che un luogo, una persona, un’immagine comunicano, qualcosa che non si descrive, ma che si prova e si condivide. Non è una parola dell’inglese standard, ma slang americano, che il linguaggio giovanile, tramite i social, ha diffuso e reso popolare soprattutto in relazione a un contenuto a una immagine, a un luogo. Ha qualcosa a che fare con l’estetica, ma non si esaurisce in essa, qualcosa a che fare con lo spirito di un tempo o di un luogo, ma non si esaurisce neanche in quello. In inglese è usata per lo più al plurale. Può essere anche negativa se accompagnata da un aggettivo, per esempio “bad vibes”, cattive sensazioni, ma in genere esprime una cosa positiva. Tra persone è una sintonia. Vibe non ha una traduzione diretta in italiano, richiede una perifrasi piuttosto complessa. In inglese per necessità, dato che il motto olimpico deve essere il più possibile internazionale, è nato, ci ha spiegato Raffalla Paniè, responsabile dell’Immagine e del Look dei Giochi di Milano Cortina dalle medaglie, alle mascotte, alla livrea, per «rendere la sensazione positiva dello spirito italiano e insieme identificare i Giochi con un concetto contemporaneo, perché il passato di Milano e dell’Italia già è conosciuto». Per poi chiosare: «tutti sanno cos’è una vibe».

Tutti tutti forse no, a meno che non siano nati dopo il 1995.

Che c’entra con la vibrazione? Si è affermata nell’ambito musicale, dopo l’invenzione del vibrafono, di cui vibe è usata anche come abbreviazione a inizio Novecento. In un articolo dedicatole nel 2022 il Guardian definiva vibe la parola più abusata della nostra epoca, ricostruendo così il passaggio dal gergo musicale alla lingua comune ancorché gergale: «I personaggi più importanti nella storia della parola "vibrazioni" sono i Beach Boys. Prima dell'uscita di Good Vibrations, nel 1966, se sentivi qualcuno dire "vibrazione", probabilmente si riferiva a un vibrafono, lo strumento a percussione simile allo xilofono con barre metalliche tintinnanti, inventato nel 1916. L'idea che una persona potesse emettere "vibrazioni" era un concetto di nicchia, per lo più hippie».

Per quanto riguarda l’evoluzione più recente, grossomodo gli anni Venti del XXI secolo, la parola si è molto diffusa nel gergo del marketing e della consulenza specie nella branca che si occupa dell’ottimizzazione dei contenuti web sui motori di ricerca, e poi, trainata da social media molto basati sull’immagine come Instagram o Tik Tok per descrivere mode, atmosfere stili di vita, è diventata di uso comune tra i giovani che praticano questi strumenti.

In pubblicità indica contenuti costruiti per suscitare emozioni o sensazioni. Nel discorso politico, invece, l’attitudine a catturare il consenso sulla base dell’emotività di chi deve votare. Poi a pensarci bene, qualcosa di altrettanto emozionante, indescrivibile, ma condivisibile solo per comune esperienza, lo aveva già pensato o avvertito Dante, vedendo avvicinarsi la donna angelicata dei suoi sogni: Mostrasi sì piacente a chi la mira/ che dà per li occhi una dolcezza al core/, che 'ntender no la può chi no la prova (sonetto Tanto gentile, tanto onesta pare, Vita Nova). Se fosse stato coetaneo della generazione z avrebbe definito vibe quella sensazione?

Scherzi a parte, il rischio è che, nel quotidiano, vibe, diventi una parola-prezzemolo, che si mette dappertutto per pigrizia e genericità. Lo spiega bene nelle sue pillole Facebook di Vocabolario Pop del XXI secolo, in cui spiega con ironia e acume i modi dire, Giuseppe Sant’Elia: «Entri in un bar e dici “bella vibe” perché è accogliente. Conosci una persona e dici “strana vibe” perché non ti convince. Ricevi un messaggio e pensi “vibe negativa” perché non ti piace come è scritto. È una parola immediata, rapida. Ti evita di spiegare i motivi veri, precisi, che spesso neanche sai. Ti basta sentire. Ma attenzione: a forza di dire “vibe” rischiamo di non spiegare più niente. Perché dietro una “vibe strana” a volte c’è qualcosa di concreto: una persona antipatica, una frase sbagliata, un ricordo fastidioso. Forse ogni tanto bisognerebbe fermarsi e chiedersi: “Cosa sto davvero sentendo? E perché?”

Significativo il fatto che nel composto “vibe coding” vibe componga anche la parola dell’anno 2025 per il Collins Dictionary, che lo spiega così: «Coniato dal pioniere dell'intelligenza artificiale Andrej Karpathy, il vibe coding si riferisce all'uso dell'intelligenza artificiale, stimolata dal linguaggio naturale, per scrivere codice informatico. In pratica, si tratta di dire a una macchina cosa si vuole, anziché programmarlo meticolosamente da soli. È programmazione basata sulle vibrazioni, non sulle variabili. Mentre gli esperti di tecnologia dibattono se sia rivoluzionario o avventato, il termine ha avuto risonanza ben oltre la Silicon Valley, riflettendo un più ampio cambiamento culturale verso l'intelligenza artificiale nella vita quotidiana».

Comunque sia uno specchio dei tempi.