«Riposarsi non vuol dire concedersi un lusso o fermarsi solo quando tutto il resto è stato portato a termine, ma rappresenta una dimensione essenziale della vita, uno spazio che va desiderato, costruito e persino difeso dalle continue richieste del lavoro e degli impegni quotidiani» Lo spiega Anna Maria Foli, 58 anni, esperta di temi di carattere filosofico e spirituale, nel suo ultimo volume L’arte di riposare (San Paolo) che in questo momento si rilassa grazie alle sue attività preferite, camminare e leggere: «scelgo romanzi, storie avvincenti e appassionanti che mi portano lontano dalla realtà per farmi immaginare mondi diversi dal mio». ​Ci spiega che il riposo permette di rallentare, allentare la pressione continua dei pensieri, ritrovare equilibrio e restituire profondità alle giornate. Non serve soltanto a recuperare energie fisiche, ma aiuta a prendersi cura di sé, a ritrovare lucidità, serenità e una qualità diversa del tempo.

Che differenza c’è tra riposare, rilassarsi e dormire?

«Riposare non significa solo fermarsi, ma entrare in una qualità diversa del tempo e rigenerare corpo, mente e spirito; questo si può realizzare attraverso molte attività, dal camminare alla lettura, dalla meditazione al contatto con la natura o alla condivisione con gli altri. Il rilassamento rappresenta una delle vie che preparano al riposo. Mentre identificare il riposo soltanto con il dormire significa trascurarne la dimensione più ricca, fatta di silenzio, creatività, relazioni e cura della propria interiorità».

Ci si riposa soprattutto da soli?

«Entrambe le modalità possono essere autenticamente rigeneranti perché le relazioni autentiche sono in tal senso davvero preziose. Leggere insieme, condividere una passeggiata, mangiare con gli amici o trascorrere del tempo con le persone care possono trasformarsi in occasioni di vero ristoro. Il riposo, quindi, non dipende tanto dall’essere soli o in compagnia, quanto dalla qualità del tempo vissuto e dalla capacità di ritrovare un equilibrio».

Ci sono stagioni in cui diventa diventa fondamentale?

«È un bisogno che accompagna tutta la vita quotidiana e sarebbe meglio non concentrarlo esclusivamente nel periodo delle vacanze estive. Così facendo infatti si rischia di sovraccaricare di impegni i giorni di vacanza, sperando di fare in quel periodo tutto quello che non ci è stato possibile fare durante l’anno. Il risultato è ricreare gli stessi ritmi frenetici e alla fine ritrovarsi quasi più stanchi di prima. L’arte del riposo si costruisce attraverso piccoli gesti distribuiti ogni giorno, perché il rischio maggiore della società contemporanea è rimandare continuamente il momento di fermarsi».

Ogni età ha il suo modo diverso di riposare?

«Sicuramente sì, e noi adulti dovremmo prendere esempio dai bambini, che sono naturalmente capaci di alternare gioco e relax, e non temono nemmeno i momenti di noia, che rivestono una grande importanza per lo sviluppo».

E uomini e donne riposano in modo differente?

«Il bisogno di riposo è un’esigenza universale, comune a ogni persona, indipendentemente dal genere. Ai tempi dei Greci e dei Romani il tempo dell’otium era un privilegio quasi esclusivamente maschile e le donne erano generalmente escluse da questi spazi di libertà, in cui i membri delle classi più agiate potevano dedicarsi allo studio, alla filosofia e all’amicizia. In questo caso si tratta di una differenza sociale e culturale, non di una diversa predisposizione al riposo. Relativamente al sonno, invece, tra i due sessi si evidenzia una differenza significativa: le donne soffrono di insonnia più degli uomini. Oltre ai fattori biologici e ormonali, incidono anche aspetti sociali, perché le donne sostengono mediamente un maggiore carico di lavoro familiare e di cura, con livelli più elevati di stress emotivo che rendno il sonno più leggero e frammentato».

Perché è così difficile per certe persone?

«Perché la cultura contemporanea tende a identificare il valore della persona con ciò che produce. In questo contesto il lavoro diventa il centro dell’esistenza e il tempo libero viene percepito come un semplice intervallo tra un’attività e l’altra, utile soltanto per recuperare le energie necessarie a tornare produttivi. Fermarsi finisce così per apparire quasi una perdita di tempo o addirittura un segno di pigrizia. Il libro invita invece a recuperare il significato più alto dell’otium, inteso come tempo dedicato alla crescita personale, alla riflessione, alla creatività, alla cultura, alla cura della propria interiorità e al rapporto con gli altri. Solo quando cambiamo questo sguardo diventa più facile concedersi il diritto di riposare».

Riposo e sensi di colpa. Come rompere questo binomio?

«Il primo passo consiste nel cambiare prospettiva. Il riposo non deve essere visto come una ricompensa o una concessione da accordarsi soltanto dopo aver terminato ogni incombenza, ma come una necessità della vita. Quando smettiamo di considerarlo tempo sottratto al lavoro e iniziamo a riconoscerlo come uno spazio che ci rende più equilibrati, più presenti e persino più capaci di affrontare gli impegni quotidiani, anche il senso di colpa si attenua. Per questo nel libro ricordo che il vero riposo nasce da una scelta consapevole, non dall’inattività o dalla semplice assenza di impegni».

Luoghi ideali dove riposare?

«I luoghi privilegiati sono quelli che favoriscono il silenzio e il contatto con la natura. Un sentiero nel bosco, un parco, la riva di un lago o del mare, una passeggiata in campagna o un paesaggio aperto aiutano a lasciare cadere le tensioni e a ritrovare equilibrio. Anche i monasteri e i luoghi di spiritualità sono ambienti particolarmente favorevoli, perché permettono di rallentare il ritmo, fare silenzio e recuperare uno spazio interiore. A volte invece cercare il silenzio fa un po’ paura, perché non siamo abituati a staccarci dal rumore di fondo in cui viviamo ogni giorno e ritrovarsi soli con la propria interiorità può risultare difficile. Più che il luogo in sé, conta però la possibilità di allontanarsi dalla frenesia quotidiana». ​