«Lo spreco zero è una questione di possibilità. Di mangiare meglio, respirare meglio, vivere meglio». Per Sara Segantin, giornalista, scrittrice e Ambasciatrice di Buone pratiche della Campagna Spreco Zero 2026, ridurre gli sprechi alimentari non significa imporre rinunce o chiedere ai cittadini di diventare consumatori perfetti. Significa, piuttosto, imparare a riconoscere il valore di ciò che abbiamo e capire che ogni gesto quotidiano ha un impatto.

«Va bene dire “chiudi il rubinetto” e “non lasciare cibo nel piatto”, ma in un presente attraversato da crisi climatica, guerre e disuguaglianze lo spreco non è più una semplice cattiva abitudine: è il sintomo di un sistema che considera infinite risorse che infinite non sono e alimenta la cultura dello scarto, delle cose, del cibo e delle persone», osserva Segantin.

L’educazione allo spreco zero, dunque, deve partire dalle azioni di tutti i giorni, ma non fermarsi lì. «Riparare, riutilizzare, condividere non significa fare sacrifici o rinunciare, ma guadagnare in benessere e libertà e risparmiare nel portafoglio». Per cambiare davvero, però, occorre anche riscoprire il legame con ciò che consumiamo: «Impariamo da dove viene ciò che mangiamo e ciò che usiamo, impariamo a conoscere e quindi ad amare, perché se cambi le premesse, cambiano inevitabilmente anche le conclusioni». La responsabilità, insiste, non può ricadere soltanto sui singoli. «Non possiamo chiedere ai cittadini di diventare “perfetti e a spreco zero” se il sistema continua ad alimentare la cultura dello scarto. Educare allo spreco zero significa educare alla responsabilità collettiva e chiedere a istituzioni, imprese e comunità di fare la loro parte». Una sfida culturale che torna al centro della Giornata internazionale di consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari, istituita dall’Onu e promossa da Fao e Unep, in programma martedì 29 settembre.

In Italia la giornata è promossa dalla campagna Spreco Zero e l’edizione di quest’anno punta sul potenziale trasformativo della riduzione degli sprechi e guarda anche alla rivoluzione digitale. Secondo i dati anticipati dall’Osservatorio Waste Watcher International, il 57% degli intervistati consulta l’intelligenza artificiale e il 51% la utilizza per cercare ricette che permettano di recuperare gli avanzi. Ma come trasformare queste nuove abitudini in comportamenti davvero consapevoli? E quanto siamo lontani dall’obiettivo Onu per il 2030? Ne parliamo con Andrea Segrè, direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher International e della Campagna Spreco Zero.

Ogni italiano spreca in media 493,7 grammi di cibo a settimana. Il dato è in calo, ma resta distante dall’obiettivo di 369,7 grammi fissato per il 2030. Che cosa ci dice?

«Ci dice due cose. La prima è positiva: siamo scesi dai 555,8 grammi dell’agosto 2025 ai 493,7 grammi settimanali, una riduzione dell’11,2%. Significa che una maggiore attenzione allo spreco sta producendo risultati. Ma non possiamo accontentarci: per arrivare all’obiettivo dobbiamo togliere dalla pattumiera altri 124 grammi a settimana per persona. Moltiplicati per milioni di italiani e per 52 settimane diventano una montagna di cibo. Il punto è recuperare il valore del cibo, non soltanto il suo prezzo. Dentro ciò che buttiamo ci sono terra, acqua, energia, lavoro, trasporti e denaro. Lo spreco è un indicatore del nostro rapporto con il cibo: ne abbiamo grande disponibilità, ma rischiamo di percepirne sempre meno il valore. Dobbiamo passare dall’abbondanza all’abbastanza: non mangiare meno, ma acquistare e consumare il giusto».

Frutta fresca, pane e verdure sono tra gli alimenti più sprecati. Quali sono gli errori più comuni e come possiamo evitarli?

«Compriamo più del necessario, non controlliamo quello che abbiamo già in casa, sistemiamo male frigorifero e dispensa e dimentichiamo gli alimenti deperibili. Spesso, inoltre, confondiamo il termine minimo di conservazione, il “preferibilmente entro”, con una data oltre la quale il prodotto debba essere automaticamente gettato. I rimedi sono semplici: controllare frigorifero e dispensa prima di fare la spesa, preparare una lista, acquistare le quantità che consumeremo davvero, mettere davanti ciò che va consumato prima e imparare a conservare e congelare. La misura più efficace non è trovare una destinazione a ciò che avanza, ma evitare che avanzi. Prevenire viene prima di recuperare».

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Il 51% degli italiani consulta l’intelligenza artificiale per ricette antispreco. Può diventare un’alleata?

«La tecnologia può esserlo, a condizione che non pensi al posto nostro. L’intelligenza artificiale può suggerire come utilizzare ciò che abbiamo in frigorifero, costruire una ricetta con gli avanzi, programmare i pasti e organizzare meglio la spesa. Diverso è delegarle decisioni sulla sicurezza alimentare: un algoritmo non può sapere con certezza come un alimento sia stato conservato, se si sia interrotta la catena del freddo o se presenti alterazioni. Può informarci, ma non sostituire le indicazioni dell’etichetta, le regole di sicurezza e, quando necessario, il giudizio di un esperto».

I dati mostrano anche che il 27% degli italiani ha acquistato almeno qualche volta un alimento “instagrammabile” per curiosità o per condividerlo sui social, finendo poi per sprecarlo?

«È uno dei dati che trovo più interessanti, perché racconta una trasformazione culturale. Il cibo ha sempre avuto anche un valore simbolico e sociale: mangiare significa condividere, stare insieme, raccontare chi siamo. I social hanno però aggiunto una nuova funzione: il cibo non deve soltanto essere buono da mangiare, deve essere bello da mostrare. Il rischio è che il suo valore d'uso venga sostituito dal valore dell'immagine: compro non perché mi serve o perché lo mangerò, ma perché voglio provarlo, fotografarlo, condividerlo. È una forma nuova di quella perdita di valore del cibo di cui parlo in Contro lo spreco. Un alimento può raccogliere centinaia di «like» e finire poco dopo nella spazzatura. Dovremmo recuperare una gerarchia molto semplice: il cibo è certamente cultura, convivialità e anche bellezza, ma nasce prima di tutto per nutrire. Fotografiamolo pure, dunque. Ma poi mangiamolo».

Famiglia ed educazione

Come insegnare ai giovani a non sprecare il cibo?

Come insegnare ai giovani a non sprecare il cibo?
Come insegnare ai giovani a non sprecare il cibo?

Quali regole suggerisce alle famiglie per ridurre gli sprechi?

«Le riassumerei in tre verbi: guardare, misurare, recuperare. Guardare cosa abbiamo in casa e cosa deve essere consumato prima. Misurare le quantità che acquistiamo e cuciniamo, senza credere che “di più” significhi necessariamente “meglio” o “più conveniente”. Se compro tre prodotti al prezzo di due e poi ne butto uno, non ho risparmiato: ho comprato un rifiuto in anticipo.

Recuperare significa ricordare che ciò che resta non è automaticamente uno scarto: gli avanzi possono diventare un altro piatto e gli alimenti che non consumeremo in tempo possono essere congelati. Lo spreco zero non richiede una vita di rinunce, ma attenzione, conoscenza e misura. Prima di comprare pensare, prima di buttare guardare. In altre parole: basta il giusto».