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Riscoprire le radici dell’Europa «per la pace e l’unità» e contro una «nuova inutile strage». Papa Leone, a due anni esatti dal viaggio che aveva portato papa Francesco a Bruxelles per ribadire l’importanza del Vecchio continente come argine alle guerre e per la difesa della dignità di ciascuno, riprende il filo del discorso e continua a srotolarlo per chiamare ciascuno alla propria responsabilità.


Lo fa a Metz, nella regione della Mosella, «dove lungamente ha vissuto, dove riposa e della quale è stato per molti anni rappresentante all’Assemblea Nazionale» Robert Schuman, uno dei padri dell’Unione europea.


Leone incontra prima i leader delle religioni ai quali, ricordando la figura del politico come «uomo di fede e di convinzioni» che seppe «trasformare le vecchie linee di frattura in ponti di speranza per tutta l'Europa», ripropone la strade del dialogo, «non come strategia diplomatica», né «semplice esercizio di tolleranza», come un'arte dell'incontro di cui il mondo ha urgente bisogno, agli antipodi dell'aggressività e della violenza.
I leader firmano un appello per la pace che viene, tra gli applausi, consegnato ai ragazzi e ai giovani. Poi incontra i leader politici e i presidenti delle conferenze episcopali europee e manda un messaggio all’Europa. Due discorsi, ma un unico tema: quello dell’unità e della concordia che parte da una città come quella di Metz, che è città di frontiera, da sempre crocevia di popoli, culture e fedi. Citando papa Francesco e Giovanni Paolo II, Prevost ribadisce che il dialogo interreligioso ha come obiettivo «stabilire amicizia, pace», e che invocare il nome di Dio per legittimare violenza o oppressione costituisce una «profanazione».
Richiama i credenti a essere custodi della vita perché «la grandezza di una civiltà non si misura dai suoi successi materiali, ma dal modo in cui circonda, protegge ed eleva la persona umana». Le religioni manifestano allora la propria fecondità nella presenza amorevole accanto ai più vulnerabili e fragili, offrendo punti di riferimento solidi soprattutto ai giovani.
E poi, nell’auditorium intitolato a La Fayette, ripercorre la storia del continente come «realtà culturale e storica ancor prima d'essere una realtà geografica», frutto di incontri secolari, talvolta faticosi ma sempre generativi: dalla civiltà ellenistica all'Impero romano, dalla diffusione del cristianesimo alle culture germaniche e slave, dalla presenza araba nella penisola iberica alla proiezione del Vecchio Continente nel Nuovo Mondo. In questo lungo percorso, un altro Padre dell'Europa emerge con forza: san Benedetto, che Paolo VI volle patrono d’Europa, «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà», la cui opera monastica ha plasmato ambiti innumerevoli della civiltà europea, dal diritto all'architettura, dall'educazione alla medicina.
Citando le parole di Schuman e di Alcide de Gasperi, altro padre dell’Unione, il Pontefice sottolinea che il contributo del cristianesimo all’Europa è stato soprattutto quello di affermare l'uguaglianza di tutti gli uomini. Allora il richiamo alle radici europee non è un criterio confessionale, ma la chiave per comprendere che l'apertura al trascendente è fonte di civiltà, di convivenza, di tutela della persona, di pace.
Di fronte a un'Europa che affronta oggi una nuova tappa della sua storia – con l'arrivo di tanti uomini e donne in fuga da guerre e persecuzioni – il Papa chiede, come già aveva fatto in Spagna, vie legali e sicure, accoglienza e integrazione autentiche. Accogliere una persona, ha detto, significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole la possibilità di sviluppare i propri talenti ma anche di entrare nello spirito della casa che la accoglie.
Una accoglienza e un’apertura al dialogo che sono antidoto alla violenza in un mondo dove «purtroppo oggi la guerra è riapparsa». Riapparsa anche in Europa come «una nuova inutile strage». Le parole della Dichiarazione di Schuman del 1950 restano dunque attuali: la pace mondiale non può essere salvaguardata senza sforzi creativi proporzionati ai pericoli che la minacciano. Ma bisogna guardarsi dall'illusione del riarmo, e chiedersi se si stiano realmente compiendo quegli sforzi creativi o se ci si stia semplicemente preparando a guerre future.
L'Europa secondo la visione di Schuman è un Continente dove, dopo i lutti delle Guerre mondiali, si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi, dove si mettono in comune le risorse perché ogni guerra diventi «non solo impensabile, ma materialmente impossibile». Si fonda sul rispetto del diritto internazionale, «sul principio pacta sunt servanda, sul multilateralismo come antidoto alla volontà di dominio». E si costruisce con pazienza, attraverso realizzazioni concrete che creano solidarietà di fatto.
«L’Europa non si costruisce contro l’altro, ma con l’altro» aveva ammonito, nel suo saluto iniziale il cardinale Jean-Marc Aveline. E il Papa ribadisce che è la strada dell’incontro che porta alla pace. Con un appello finale rivolto ai giovani, chiamati a costruire l'Europa di oggi e di domani: «Abbiate il coraggio di vivere in modo responsabile la missione di costruire la pace», dice loro, «non sottomettetevi alla logica della violenza, amate la vita in ogni momento, non abbiate paura di formare una famiglia, di generare figli, di difendere la dignità di ogni persona. Siate costruttori di comunità. E con voi, l'Europa, saldamente radicata, continuerà a fiorire e a ispirare il mondo intero».

















