PHOTO
In Toy Story 5, il nuovo capitolo della saga Disney-Pixar, Woody, Buzz Lightyear, Jessie e gli altri giocattoli non devono vedersela con un nuovo pupazzo o un robot, ma con un tablet, Lilypad, arrivato nella cameretta di Bonnie con la pretesa di sapere meglio di tutti cosa serva a una bambina. Una trama che racconta molto bene una triste realtà in molte famiglie. E la domanda che attraversa il film è semplice e inquietante: il tempo del gioco sarà mai più lo stesso?
È una storia di fantasia ma assomiglia sempre più a quello che sta accadendo nelle case dove ci sono dei bambini. In Italia le nascite diminuiscono inesorabilmente di anno in anno e si restringe il mondo dell'infanzia. Nel 2025 i nuovi nati sono stati appena 355 mila, il minimo storico, con un tasso di fecondità di 1,14 figli per donna. Nei primi mesi del 2026 il calo è proseguito. La denatalità non è più soltanto una questione demografica: produce effetti concreti sull'economia, sul commercio e perfino sull'immaginario collettivo.
Meno bambini significa inevitabilmente meno giocattoli acquistati. Ma non basta. A cambiare è anche il modo di giocare. Tablet, smartphone e videogiochi occupano una parte crescente del tempo libero dei più piccoli, mentre il mercato dell'intrattenimento si sposta verso il digitale. Il giocattolo tradizionale perde spazio, e con esso rischia di scomparire un modo di crescere fatto di manualità, immaginazione e condivisione.
Le conseguenze sono ormai sotto gli occhi di tutti. A Milano ha chiuso a febbraio del 2026, solo due anni e mezzo dopo l’apertura, Hamleys, lo storico marchio londinese che aveva inaugurato il suo grande negozio nel cuore della città. Recente anche la crisi di Giochi Preziosi, uno dei principali gruppi italiani del settore, che ha avviato una profonda riorganizzazione che coinvolge centinaia di lavoratori, tanto da spingere i sindacati a proclamare lo stato di agitazione. Sono segnali di un comparto che paga insieme la crisi dei consumi, la trasformazione delle abitudini e la denatalità.
Eppure il tema non riguarda soltanto i bilanci delle aziende. Riguarda i bambini. La Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia riconosce il gioco come un diritto fondamentale, perché attraverso il gioco i più piccoli imparano a conoscere il mondo, a sviluppare creatività, autonomia e relazioni. Nessun dispositivo elettronico può sostituire del tutto l'esperienza di costruire una torre di mattoncini, inventare una storia con una bambola o condividere una partita con gli amici.
Il digitale non è un nemico da demonizzare. Può essere una risorsa preziosa se inserito in un percorso educativo equilibrato. Ma quando finisce per occupare tutto il tempo libero, il rischio è che venga meno quella dimensione del gioco spontaneo che nessun algoritmo può replicare.
La crisi del giocattolo racconta allora qualcosa di più profondo della difficoltà di un settore economico. Parla di un Paese che fa sempre meno figli e che, insieme ai bambini, rischia di perdere anche i luoghi, i mestieri e i simboli dell'infanzia. Se chiudono i negozi di giocattoli non scompaiono soltanto vetrine e posti di lavoro. Si impoverisce un pezzo della nostra vita sociale.
Forse è questo il messaggio più attuale di Toy Story 5: la vera sfida non è scegliere tra giocattoli e tecnologia, ma ricordare che crescere significa soprattutto fare esperienza della realtà, della fantasia e delle relazioni. E un Paese che vuole tornare a credere nel futuro non può smettere di investire proprio lì: nei bambini e nel loro diritto di giocare.







