Mentre in Europa e nel mondo si rafforza la convinzione che la sicurezza passi soprattutto dal riarmo, dalla deterrenza e dall’aumento delle spese militari, dalla società civile italiana torna una proposta che prova a cambiare paradigma: costruire la difesa anche con strumenti nonviolenti, partecipati e civili.

È stata depositata lunedì mattina presso la Corte di Cassazione, a Roma, la proposta di legge di iniziativa popolare per l’“Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”, promossa dalla campagna “Un’altra difesa è possibile”, che riunisce la Conferenza nazionale enti di Servizio civile, la Rete italiana pace e disarmo e Sbilanciamoci!. Al deposito erano presenti rappresentanti di numerose associazioni, segno di una mobilitazione ampia e radicata.

Un cammino lungo più di dieci anni

Quella presentata lunedì non è una novità assoluta, ma il rilancio di un percorso iniziato nel 2014. Allora la proposta venne depositata per la prima volta e, l’anno successivo, raccolse oltre 53mila firme. Nel 2017 arrivò anche alla discussione in Parlamento, senza però concludere il suo iter. Da allora, tra petizioni, incontri istituzionali e iniziative territoriali, la campagna non si è mai fermata. Il testo attuale mantiene l’impianto originario, aggiornandolo al contesto internazionale profondamente mutato.

Una difesa civile riconosciuta dalla Costituzione

Il cuore della proposta è il riconoscimento della difesa civile non armata e nonviolenta come parte integrante del sistema nazionale di sicurezza.

Un principio che trova fondamento negli articoli 2, 11 e 52 della Costituzione, ma anche nella giurisprudenza costituzionale che già negli anni Ottanta ha riconosciuto forme “civili” di difesa della Patria. La legge prevede l’istituzione, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, di un Dipartimento dedicato, con funzioni di indirizzo e coordinamento. Tra i suoi compiti: promuovere e organizzare i Corpi civili di pace, sostenere la ricerca su pace e disarmo e operare in sinergia con la protezione civile e il Servizio civile universale. Non si tratta di sostituire la difesa militare, ma di affiancarla. L’obiettivo è offrire allo Stato strumenti ulteriori per affrontare crisi e conflitti che sempre più spesso richiedono prevenzione, mediazione, cooperazione e tutela dei diritti.

Il “6 per mille” e la scelta dei cittadini

Un aspetto innovativo riguarda il finanziamento. Accanto a un fondo previsto dalla legge di bilancio, la proposta introduce la possibilità per i cittadini di destinare il 6 per mille della propria Irpef alla difesa civile nonviolenta, senza costi aggiuntivi. Una scelta dal forte valore simbolico: per la prima volta ogni contribuente potrebbe decidere a quale modello di difesa destinare una quota delle risorse pubbliche. Un’opzione che richiama, in chiave nuova, la storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare, quando fu riconosciuto il diritto a servire la Patria senza imbracciare le armi.

Una risposta alla cultura del riarmo

I promotori leggono l’iniziativa come una risposta alla crescente “cultura della guerra”: «La sicurezza reale», spiegano, «si costruisce con la prevenzione dei conflitti, la mediazione, l’educazione alla pace e la coesione sociale». Una prospettiva che affonda le radici nelle esperienze nonviolente del Novecento e nelle battaglie che hanno portato al riconoscimento del servizio civile. Oggi, spiegano, si tratta di fare un passo ulteriore: non solo permettere scelte individuali, ma dotare lo Stato di una struttura pubblica stabile capace di promuovere e praticare la difesa non armata.

Parte la raccolta firme

Dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, partirà la raccolta delle almeno 50mila firme necessarie per portare la proposta in Parlamento. Per la prima volta sarà possibile sottoscrivere anche online, attraverso il portale della Presidenza del Consiglio, utilizzando Spid o Carta d’identità elettronica.

Un passaggio che potrebbe favorire la partecipazione, soprattutto dei più giovani, e dare nuova forza a una proposta che interpella direttamente la coscienza civile del Paese. Firmare, sottolineano i promotori, significa scegliere un’idea di difesa coerente con la Costituzione: una difesa che non rinuncia alla sicurezza, ma prova a costruirla senza armi, mettendo al centro le persone, i diritti e la pace.

«Tutti devono contribuire alla pace, non solo le Forze armate in modo esclusivo: l’articolo 11 della Costituzione sancisce il ripudio della guerra mentre l’articolo 52 affida infatti a tutti i cittadini la difesa della Patria», ha spiegato Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, tra i promotori della proposta di legge. Mentre per Giulio Marcon (Sbilanciamoci!) questa iniziativa, che pure «sembra andare in controtendenza» con la stretta attualità, in realtà era già presente nell’Agenda per la pace del 1992 quando «l’allora segretario generale dell’Onu, Boutros Ghali, propose di inserire i corpi non violenti accanto alle missioni delle Nazioni Unite». Per Marcon, «l’adagio “si vis pace para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra, ndr)

rilanciato dal Governo Meloni dispiace perché quando sono state messe in campo azioni di dialogo vero, la guerra è stata scongiurata. Non è utopia, ma realismo». Rossano Salvatore (Conferenza nazionale enti di Servizio civile) l’aspettativa è che «tanti giovani sosterranno la nostra campagna di raccolta firme». La proposta di legge nasce dal basso e «vuole essere di iniziativa popolare. Se i partiti vorranno sostenerla, ben vengano», ha concluso Francesco Vignarca, della Rete italiana pace disarmo.