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Il presidente russo Vladimir Putin visita una fiera delle armi a Perm il 19 settembre scorso
Il commercio globale di armamenti continua a crescere e negli ultimi anni è stato trainato soprattutto dall’Europa. Secondo il nuovo rapporto pubblicato dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), il volume dei trasferimenti internazionali di armi è aumentato del 9,2% confrontando il quinquennio 2016-2020 con quello 2021-2025.
A spingere verso l’alto il dato complessivo sono soprattutto le importazioni europee, che sono più che triplicate rispetto al periodo precedente, facendo del continente la principale area al mondo per volume di armi ricevute.
La guerra in Ucraina e la percezione della minaccia russa
Il principale fattore che spiega questo incremento è la guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. Da sola Kyiv ha assorbito il 9,7% di tutti i trasferimenti globali di armi nel periodo analizzato.
Il conflitto e il timore di una possibile espansione della guerra hanno spinto molti Paesi europei a rafforzare rapidamente i propri sistemi di difesa.
«Mentre le tensioni in Asia, Oceania e Medio Oriente continuano a far registrare una domanda elevata, il balzo delle forniture verso gli stati europei ha fatto salire il totale globale di quasi il 10%», spiega Mathew George, direttore del programma Sipri Arms Transfers.
«Le consegne all’Ucraina a partire dal 2022 sono il fattore più evidente, ma la maggior parte dei singoli stati della Ue ha comunque avviato un significativo riarmo in risposta alla minaccia percepita dalla Russia», aggiunge.
Stati Uniti sempre più dominanti
Il rapporto evidenzia anche il rafforzamento della leadership degli Stati Uniti nel mercato globale degli armamenti. Nel quinquennio 2021-2025 Washington ha coperto il 42% di tutti i trasferimenti internazionali di armi, contro il 36% del periodo precedente, rifornendo 99 Paesi in cinque continenti.
Le esportazioni statunitensi sono aumentate complessivamente del 27%, con una crescita particolarmente marcata verso l’Europa, dove le consegne sono salite addirittura del 217%. «Gli Stati europei hanno continuato ad acquistare sistemi americani, in particolare aerei da combattimento e difese aeree a lungo raggio, nonostante la crescita della produzione interna e i nuovi incentivi dell’Unione Europea all’industria della difesa», osserva la ricercatrice Katarina Djokic. Secondo Pieter Wezeman, ricercatore senior del Sipri, «gli Stati Uniti hanno ulteriormente rafforzato la propria leadership».
«Per gli acquirenti, le armi americane offrono tecnologie avanzate e un canale privilegiato di relazioni diplomatiche; per Washington, le esportazioni sono uno strumento di politica estera e un volano per l’industria della difesa», sottolinea. Per la prima volta in vent’anni la quota maggiore delle esportazioni statunitensi è andata all’Europa (38%) e non al Medio Oriente (33%). Il singolo cliente principale resta comunque l’Arabia Saudita, con il 12% degli acquisti.


Il crollo delle esportazioni russe e l’ascesa di Israele
Tra i principali fornitori mondiali, la Russia è l’unico Paese ad aver registrato un forte calo. Le sue esportazioni di armi sono diminuite del 64%, con la quota globale scesa dal 21% al 6,8%. Diversa invece la traiettoria di Israele, che è diventato il settimo esportatore mondiale di armamenti. La sua quota è passata dal 3,1% al 4,4%, superando per la prima volta il Regno Unito. «Nonostante la guerra a Gaza e le operazioni su più fronti, l’industria israeliana degli armamenti ha continuato a crescere», commenta il ricercatore Zain Hussain.
Asia ancora seconda area di importazione
Sul fronte delle importazioni regionali, Asia e Oceania restano la seconda area mondiale con il 31% del totale, anche se hanno registrato un calo del 20% rispetto al quinquennio precedente.
Il dato è dovuto soprattutto alla forte riduzione degli acquisti della Cina, le cui importazioni sono crollate del 72% grazie allo sviluppo della produzione domestica. Per la prima volta dal periodo 1991-1995 Pechino esce così dalla top ten mondiale degli importatori.
In diminuzione anche gli acquisti della Corea del Sud (-54%) e dell’Australia (-39%). «I timori sulle intenzioni della Cina influenzano il riarmo di molti Paesi asiatici, che restano largamente dipendenti dalle forniture estere», osserva il ricercatore senior Siemon Wezeman. «Le armi importate hanno peraltro avuto un ruolo diretto nello scontro del 2025 tra India e Pakistan, entrambi dotati di arsenali nucleari», aggiunge.
Le altre regioni del mondo
Nel resto del mondo le tendenze sono più differenziate. In Medio Oriente le importazioni sono diminuite del 13%, mentre in Africa gli acquisti di armamenti pesanti sono calati del 41%. Nelle Americhe si registra invece un aumento complessivo del 12%, con gli Stati Uniti che assorbono il 52% del totale regionale. Il Sud America segna un incremento del 31%, trainato soprattutto dal Brasile, le cui importazioni sono cresciute del 150%.
Le armi come strumento di politica estera
Secondo i ricercatori del Sipri, il commercio di armi non può essere interpretato solo come un’attività economica. È anche uno strumento centrale nelle relazioni internazionali. Il database dell’istituto, spiegano gli studiosi, «è l’unica risorsa pubblica che fornisce informazioni coerenti su tutti i trasferimenti internazionali di armi pesanti, comprese vendite, donazioni e produzione su licenza, tra Stati, organizzazioni internazionali e gruppi non statali dal 1950». I dati, precisano ancora, «riflettono il volume dei trasferimenti di armi, non il loro valore finanziario».
Il rapporto appena diffuso è il secondo di tre rilasci di dati che confluiranno nell’annuario del Sipri, la cui nuova edizione sarà pubblicata a metà del 2026.


Rete Pace e Disarmo: «Corsa alle armi senza precedenti»
I dati del Sipri hanno suscitato anche la reazione della Rete Italiana Pace e Disarmo, che legge nelle nuove statistiche «uno specchio impietoso della direzione imboccata dall’Europa e dall’Italia: quella di una corsa alle armi senza precedenti, che arricchisce il complesso militare-industriale-finanziario ma non costruisce né sicurezza reale né autonomia».
Secondo la rete pacifista, l’aumento del 9,2% dei trasferimenti internazionali di armi tra il quinquennio 2016-2020 e quello 2021-2025 rappresenta «il balzo più significativo dell’ultimo decennio» e ha al suo centro proprio il riarmo europeo. Le importazioni di armamenti nel continente sono infatti cresciute del 210%, più che triplicate rispetto al periodo precedente, portando l’Europa a rappresentare il 33% del totale globale e a diventare, per la prima volta dagli anni Sessanta, la principale area del mondo per acquisizioni militari.
Il sostegno militare all’Ucraina, che da sola ha assorbito il 9,7% dei trasferimenti globali, ha certamente accelerato questa dinamica. Tuttavia, osserva la Rete Pace e Disarmo, i dati mostrano che «la quasi totalità degli Stati europei ha aumentato in modo massiccio e autonomo le proprie importazioni di armamenti». In particolare i 29 Paesi europei della NATO hanno incrementato gli acquisti del 143%, segno di una tendenza strutturale al riarmo.
La rete pacifista contesta inoltre la narrazione politica secondo cui questo processo sarebbe parte di un percorso di autonomia strategica europea. «I numeri del Sipri dimostrano esattamente il contrario», afferma. Quasi la metà delle armi importate dagli Stati europei (48%) proviene dagli Stati Uniti, quota che sale al 58% tra i soli Paesi Nato europei. Allo stesso tempo Washington ha rafforzato la propria leadership mondiale, portando la propria quota di esportazioni dal 36% al 42% del totale globale. Per la prima volta in vent’anni, sottolinea la rete, «la destinazione principale dell’export militare americano non è più il Medio Oriente ma l’Europa», con un incremento delle forniture verso il continente pari al 217%. Un esempio emblematico è rappresentato dai programmi di acquisizione del caccia di quinta generazione Lockheed Martin F-35 Lightning II: dodici Paesi europei ne hanno ordinati o selezionati 466 esemplari.
Il caso dell’Italia
In questo scenario emerge con forza anche il caso italiano. I dati Sipri indicano che l’Italia ha registrato una delle crescite più rapide tra i grandi esportatori di armamenti: le esportazioni sono aumentate del 157% tra i due quinquenni analizzati. Questo balzo ha portato il Paese dal decimo al sesto posto nella classifica mondiale dei fornitori di armi, con una quota pari al 5,1% del mercato globale. L’Italia si colloca così davanti a Paesi come Israele, Regno Unito, Corea del Sud e Spagna.
Le destinazioni principali dell’export militare italiano, osserva la Rete Pace e Disarmo, mostrano inoltre come la maggior parte delle vendite sia diretta fuori dall’Europa: il 59% delle esportazioni va al Medio Oriente, in particolare verso Qatar (26%) e Kuwait (17%). Un altro 16% è destinato all’Asia e all’Oceania, con un ruolo rilevante dell’Indonesia (12%), mentre solo il 13% rimane in Europa.
Per la rete pacifista questi numeri «smentiscono la tesi secondo cui l’industria militare italiana sarebbe penalizzata da controlli più severi rispetto agli altri Paesi europei». Al contrario, sottolineano gli attivisti, «l’export italiano è cresciuto più velocemente di quello di molti concorrenti internazionali, segno che non esiste alcuno svantaggio competitivo legato alle norme di controllo».
Il riferimento è alla discussione sulla possibile revisione della legge che regola l’export militare italiano, la Legge 185/1990. Secondo la Rete Pace e Disarmo, «utilizzare l’argomento della competitività per ridurre trasparenza e controlli significa ignorare i dati. Se l’industria militare italiana cresce a ritmi record ciò che serve non è meno controllo, ma semmai più trasparenza e maggiore responsabilità politica sulle destinazioni delle armi».
Alla luce di questi dati la rete rilancia la campagna “Basta favori ai mercanti di armi”, chiedendo di mantenere e rafforzare i meccanismi di controllo previsti dalla normativa italiana. «In un momento in cui il mercato globale degli armamenti è in piena espansione», concludono, «indebolire le regole sulla trasparenza e sull’export verso Paesi coinvolti in conflitti o responsabili di violazioni dei diritti umani sarebbe una scelta politicamente e moralmente irresponsabile».







