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Un pugno nello stomaco, o meglio nella coscienza. Il volume di Roberto Mozzi, Fuori legge. Quando la pena tradisce la giustizia (In Dialogo) mette chi legge di fronte a una realtà che spesso si finge di non vedere o verso cui si prova paura, se non indifferenza: quella della violazione sistematica della dignità e dei diritti umani di detenuti e detenute reclusi nei penitenziari italiani.
Una situazione ben lontana da quel criterio costituzionale di rieducazione in vista del reinserimento sociale, che dovrebbe essere alla base della privazione della libertà di chi ha commesso uno o più reati. «Può sembrare un libro che denuncia inadempienze e contraddizioni tra il dettame costituzionale, i regolamenti e la prassi quotidiana. Ma in realtà è il racconto di un fallimento», osserva nella prefazione l’arcivescovo ambrosiano Mario Delpini, che puntualizza: «Il carcere di San Vittore è nel centro di Milano. Si può quindi dire che al centro di Milano c’è un’immensa, insopportabile, incomprensibile discarica di dolore». Prezioso anche il contributo di Valeria Verdolini, presidente della costola lombarda dell’associazione Antigone, nella postfazione: il carcere «non raccoglie soltanto gli scarti della società, ma li produce, li organizza e infine li restituisce».


«Ho scritto perché chi è in carcere non ha voce. Non si tratta di un libro di denuncia, perché i fatti riportati sono noti alla quasi totalità di operatori, volontari e dirigenti dell’istituto, ma, come tutto ciò che riguarda il carcere, spesso restano confinati dietro le mura», sottolinea l’autore 53enne, ex sacerdote, per oltre un decennio cappellano nel carcere milanese di San Vittore “Francesco Di Cataldo”, da marzo 2014 ad agosto 2024. I proventi della vendita del libro saranno destinati a enti che accolgono ex detenuti o persone che si trovano in misura alternativa: la cooperativa sociale La Valle di Ezechiele, l’ente di terzo settore Kayros e la Fondazione Arché che accompagna le famiglie vulnerabili verso l’autonomia.


Cosa ha imparato dalla sua esperienza di cappellano? Cosa le ha svelato, rispetto a quanto pensava prima di entrare in carcere?
«Inizialmente mi sono avvicinato con esperienze saltuarie insieme ai giovani della parrocchia. Ho imparato a non giudicare mai: quasi sempre i detenuti, prima di diventarlo, hanno ricevuto qualche forma di male, anche se questo non toglie la responsabilità personale. Inoltre ho acquisito uno sguardo sociale diverso: in carcere c’è una parte della società che non conoscevo, se non per sentito dire, spazi sommersi in cui le persone vivono ai margini; alcuni finiscono in carcere e poi tornano di nuovo in quei margini da cui provenivano. Una situazione che interroga chi è nato e vissuto in un contesto diverso. Terzo aspetto: il valore concreto della Costituzione, che diamo per scontata; quando viene a mancare, ci si rende conto di quanto sia importante. In carcere ho visto venire meno i valori costituzionali nelle prassi quotidiane, nei vissuti e negli agiti, a volte anche negli atti amministrativi. Principalmente, i diritti alla salute, al lavoro, alla rieducazione e non alla punizione».
Qual è ora il suo rapporto con il carcere? Fa il volontario o è impegnato in altre forme?
«In questo momento il mio impegno è quello di dare voce a coloro che vivono in carcere, portare a frutto la mia esperienze, informare e far comprendere all’esterno quello che accade all’interno, di cui manca la percezione concreta del degrado: è ancora forte il pregiudizio culturale e politico su questo tema. Sono in contatto epistolare con alcuni detenuti, sento diversi operatori penitenziari, incontro ex detenuti che escono e chiedono di vedermi. Vorrei anche aiutare la Chiesa a leggere con sguardo sempre più evangelico questo ambito pastorale: vicina ai detenuti, è numericamente fra le istituzioni non statali più presenti in carcere. Tuttavia – oltre alla vicinanza spirituale, che è lo specifico che la contraddistingue, e all’aspetto assistenziale – c’è una parte che potrebbe implementare: la denuncia dei diritti violati, la difesa delle persone calpestate e la promozione dei diritti costituzionali che contraddistinguono la dottrina sociale della Chiesa, in cui viene in primis la dignità della persona. In linea generale da parte di sacerdoti, religiosi, laici e associazioni vedo ancora molta timidezza e paura a riguardo, forse per il timore di perdere il diritto di stare in carcere. Nel Vangelo Gesù insegna a stare dalla parte degli ultimi e a condividere la loro sofferenza, mai a tacere».
Secondo lei, quali sono i pregiudizi riguardo ai detenuti, alimentati anche dalle gogne mediatiche?
«I processi mediatici non aiutano le persone interessate: né le vittime dei reati, né gli autori, né i giudici. Hanno le conseguenze di polarizzare l’opinione pubblica, proiettando la propria idea di male su questi capri espiatori che non sono in realtà le persone descritte dal clamore mediatico. Non si accumulano informazioni corrette, ma voci confuse e contraddittorie. Spesso il luogo comune è che in carcere ci siano i criminali, ma non dice la verità della popolazione detenuta: criminale è chi ha orientato tutta la sua vita al male nei confronti degli altri, un’esigua minoranza di chi si trova in cella. Dove sono soprattutto coloro che hanno violato la legge provenendo da ambiti di vita marginale; il loro desiderio più grande è cercare di dare un senso a una vita piena di dolore ricevuto e commesso, da cui nascono domande vere. Altro luogo comune: per avere sicurezza occorrono pene severe. Un assunto smentito dai fatti, dalle statistiche, dagli studi riguardo al diritto penitenziario e la sua applicazione. Se il mancato rispetto della legge avviene per cause sociali e non morali, è ovvio che la punizione non le rimuove, ma allontana ancora di più chi è marginale dal rispetto delle leggi. La sicurezza pubblica si ottiene se si cura il detenuto, non se lo si punisce».
Lei parla di violazione sistematica dei diritti umani in carcere.
«La violazione più visibile è il sovraffollamento: a fine aprile arrivava al 140% in ambito nazionale, a San Vittore raggiungeva il 210%. Non significa solo poco spazio, ma compressione dei servizi a disposizione: cure sanitarie, assistenza psicologica, attenzione educativa (già scarsa per il numero esiguo di educatori), diritto di telefonare, ore d’aria, lavoro, con un indotto di negatività esponenziale. Allo spazio compresso corrisponde il tempo dilatato: dal 2022 chi è in regime di media sicurezza passa 20 ore al giorno in cella, se va bene. La violazione più grave? L’obiettivo della rieducazione è fruito solo da una minima parte dei detenuti e il trattamento punitivo subito dalle persone detenute con malattie mentali. La violazione più crudele? Il trattamento degradante subito dalle persone a rischio suicidario, che finiscono nelle celle “lisce” ad alto rischio, i posti più sporchi che ho visto».
Ritiene che manchi la formazione necessaria a chi lavora nei penitenziari?
«A singoli volontari e cappellani manca generalmente una formazione con nozioni giuridiche basilari per lavorare in ambito penale: non basta la buona volontà per capire cosa accade ai detenuti nella loro vicenda giudiziaria, bisogna conoscere bene il funzionalmente del carcere e sapere quando le normative vengono violate. Inoltre manca una formazione specifica sui diritti umani delle persone detenute, materia delicata e difficile. Alla Polizia penitenziaria si chiede una competenza che non può avere con i malati psichiatrici gravi, ben il 12% della popolazione detenuta che a San Vittore sfiora il 40%: il carcere non è attrezzato per gestirli. Ci vorrebbero infermieri, educatori, mediatori culturali, psichiatri e personale specializzato, com’è stato fatto per le persone tossicodipendenti. Invece il diritto alla salute mentale svanisce».







