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La protesta dei rider milanesi, organizzata da Usb il 7 luiglio scorso, dal titolo “Morire di caldo o morire di fame”, con l’obiettivo di chiedere al Governo il riconoscimento della natura subordinata del lavoro di chi vive effettuando consegne per le grandi piattaforme di delivery a Milano
«Morire di caldo o morire di fame». È la scelta impossibile che molti rider denunciano di essere costretti a fare in queste settimane di temperature estreme. Da una parte le ordinanze di Regioni e Comuni che, per tutelare la salute dei lavoratori esposti al sole, vietano le attività nelle ore più calde. Dall'altra un sistema di lavoro che paga quasi esclusivamente a consegna: se ci si ferma, non si guadagna.
Per questo mercoledì 15 luglio i rider di Glovo e Deliveroo incroceranno le biciclette in diverse città italiane. A Milano, Firenze e Bologna lo sciopero è stato proclamato da Nidil Cgil e sarà accompagnato da cortei. Nel capoluogo lombardo il presidio partirà alle 18, mentre in Piemonte la mobilitazione è prevista giovedì 16 luglio, dalle 10 alle 17. La protesta arriva alla vigilia del tavolo convocato al Ministero del Lavoro tra sindacati e piattaforme digitali, chiamate a discutere di tutele, contratti e sicurezza.
Il paradosso delle ordinanze anti-caldo
A Milano, come in molte altre città italiane, un'ordinanza comunale vieta il lavoro all'aperto nelle ore più calde delle giornate da bollino rosso che in quest’estate sono sempre più frequenti. In teoria la misura dovrebbe tutelare anche i rider. In pratica, però, il problema resta aperto. Chi consegna cibo a domicilio, infatti, nella maggior parte dei casi non è un lavoratore dipendente ma un collaboratore autonomo. Non ha quindi diritto a una retribuzione oraria garantita. Se l'app si spegne o il rider decide di fermarsi per evitare un colpo di calore, semplicemente non incassa nulla. È questo il cuore della protesta. «La richiesta dei lavoratori è innanzitutto quella di riconoscere un'indennità economica ai rider costretti a fermarsi durante le ore in cui scattano i divieti legati al caldo estremo», spiega Andrea Bacchin, della Nidil Cgil Milan, «la tutela della salute non può tradursi in una perdita di reddito».
Il sindacato chiede dunque che Glovo e Deliveroo istituiscano un fondo che compensi le ore di stop imposte dalle ordinanze.


Una manifestazione di protesta dei riders a Milano nel 2023
(ANSA)«Misure concrete, non scegliere tra salute e stipendio»
La protesta milanese nasce da un'assemblea dei rider organizzata nei giorni scorsi davanti alla Stazione Centrale.
«Chiediamo a Glovo, Deliveroo e al Prefetto di Milano soluzioni tangibili per i lavoratori: misure che tutelino la loro salute senza costringerli a perdere salario», spiega Bacchin. Secondo la Cgil, il problema non riguarda soltanto l'emergenza climatica: «L'impegno di alcune piattaforme ad aumentare le retribuzioni si è sostanzialmente trasformato in un appiattimento di tutte le consegne a tre euro, a prescindere dalle distanze», denuncia il sindacalista. Per questo lo sciopero rilancia anche una richiesta più ampia: il riconoscimento del lavoro subordinato, con tutte le tutele del caso, per chi svolge l'attività in modo continuativo. «La maggior parte dei rider dovrebbe essere assunta come dipendente, mentre può rimanere autonoma soltanto una piccola percentuale di lavoratori realmente occasionali», sostiene la Nidil Cgil.


Rider a Torino durante le ore di punta del grande caldo che sta investendo l'Italia e l'Europa
(ANSA)Glovo, Deliveroo e il nodo del lavoro digitale
Le piattaforme sostengono invece che il modello della collaborazione autonoma garantisca flessibilità ai rider. L’anno scorso Glovo aveva anche introdotto bonus economici legati alle temperature più elevate (era previsto un bonus del 2% tra i 32 e i 36 gradi, del 4% tra i 36 e i 40, dell'8% per temperature superiori ai 40 gradi): un incentivo contestato dai sindacati perché, secondo la Cgil, rischiava di trasformare il caldo estremo in un'occasione per guadagnare qualcosa in più, anziché in un motivo per fermarsi. «Nessun compenso può giustificare il lavoro in condizioni di rischio estremo», aveva replicato allora la Nidil Cgil.


Due rider su via dei Fori Imperiali, a Roma, durante la prima ondata di caldo di quest'estate
(ANSA)Perché Just Eat non sciopera
Diversa la situazione di Just Eat, che ha comunicato di non essere coinvolta nella mobilitazione. L'azienda impiega infatti gran parte dei propri rider come lavoratori dipendenti, con una paga oraria garantita, oltre alla componente variabile legata alle consegne. «Alcuni lavoratori di Just Eat erano presenti all'assemblea e condividono le ragioni della protesta, ma il loro è un quadro differente», osserva Bacchin. Anche Just Eat ha fatto sapere di essere impegnata in un confronto con le organizzazioni sindacali per applicare le ordinanze anti-caldo.
Non solo caldo: il lavoro precario nell'era della crisi climatica
Lo sciopero dei rider mette in evidenza un tema destinato a diventare sempre più centrale: come proteggere chi lavora all'aperto mentre le ondate di calore diventano sempre più frequenti e intense. I fattorini che attraversano le città in bicicletta o in motorino sono tra i lavoratori più esposti agli effetti della crisi climatica. Ma sono anche tra quelli con minori tutele. Per la Cgil, il rischio è che il cambiamento climatico accentui le disuguaglianze sociali, costringendo i lavoratori più fragili a scegliere tra la salute e il reddito. «Non sono costi accessori, sono diritti fondamentali. Le consegne sono sostenibili solo se garantiscono un lavoro sicuro, dignitoso e tutelato», spiegano i sindacati.


Un rider in piazza Duomo a Milano
(ANSA)Il tavolo al Ministero
Giovedì 16 luglio sindacati e piattaforme si incontreranno al Ministero del Lavoro a Roma per discutere il rinnovo delle tutele per i rider. Sul tavolo ci sono il riconoscimento di maggiori diritti, l'accesso agli ammortizzatori sociali e l'applicazione della direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme digitali, che l'Italia dovrà recepire entro la fine dell'anno. La direttiva punta a contrastare il fenomeno dei “falsi autonomi”, introduce una presunzione di rapporto di lavoro subordinato quando la piattaforma esercita un controllo significativo sull'attività del lavoratore (ad esempio fissando compensi, turni o modalità di svolgimento delle consegne), salvo prova contraria dell'azienda. La direttiva, inoltre, impone inoltre maggiore trasparenza nell'uso degli algoritmi che assegnano gli ordini e valutano le prestazioni, vietando che decisioni come sospensioni o licenziamenti siano affidate esclusivamente a sistemi automatizzati senza un controllo umano.
Intanto, nelle piazze, il messaggio dei rider resta semplice e immediato: la sicurezza sul lavoro non può diventare un lusso riservato a chi può permettersi di rinunciare allo stipendio. Per chi vive di consegne, fermarsi nelle ore più calde non dovrebbe significare scegliere tra la propria salute e il pane da portare a casa.





