Mentre l'Organizzazione Mondiale della Sanità avvisa l'Europa di una nuova ondata di calore eccezionale, il presidente del Senato italiano Ignazio Benito La Russa tranquillizza con una battuta. Ci abitueremo al clima caraibico, dice, non moriremo, anzi ai Caraibi si vive pure bene. Come se non morissero già: gli anziani nelle case di cura, i bambini con il caldo nei cortili, gli operai edili che collassano su cantieri dove le temperature toccano i 38 gradi a Milano e potrebbero superare i 43 in Spagna e Portogallo. E i senza dimora.

Attualità

Lampertico, Scarp de’ tenis: «Nessuno merita di morire, solo, su una panchina»

Lampertico, Scarp de’ tenis: «Nessuno merita di morire, solo, su una panchina»
Lampertico, Scarp de’ tenis: «Nessuno merita di morire, solo, su una panchina»

Come se questa normalizzazione, questa domesticazione del disastro climatico attraverso la retorica leggera, non fosse il privilegio dell'ignoranza di chi vive in aria condizionata.

La Russa probabilmente si vede su una sdraio ai Caraibi con uno spritz in mano. Ma i Caraibi hanno temperature che raramente salgono oltre i 30-31 gradi, umidi ma sopportabili, persino gradevoli per chi può permettersi una vacanza. Il clima che ci aspetta assomiglia piuttosto a quello di Dubai, di Jeddah, dei paesi mediorientali: tre stagioni, come dice chi vi abita. Primavera, Estate, Inferno.

Quest'ultima con temperature che sfiorano i 50 gradi, che costringono gli esseri umani a vivere reclusi nelle loro abitazioni con l'aria condizionata a piena potenza, a spostarsi da un'auto climatizzata a un edificio climatizzato, senza mai toccare il mondo all'aperto, che a quei livelli non è più fatto per la specie umana.

Non è una metafora. In India quest'anno le temperature hanno raggiunto i 46-48 gradi con notti senza refrigerio. I dati ufficiali sulle vittime non sono ancora completi, ma articoli di ricerca parlano di decine di migliaia di morti. Siamo già alle soglie critiche di quel che gli scienziati chiamano "bulbo umido": il punto oltre il quale un corpo umano non riesce più a disperdere il calore attraverso il sudore e la termoregolazione diventa fisiologicamente impossibile. È il punto oltre il quale non ci si abitua. Si muore.

In Italia per fortuna non siamo a quei livelli, ancora. Ma la trasformazione è sotto gli occhi di chi vuole vederla. Anni fa c'erano momenti di afa brevi, intervalli di disagio in un'estate in cui si poteva comunque vivere, lavorare, muoversi. Ora il caldo è stabile, persistente, la nuova normalità. Bollini arancioni a Torino, Venezia, Bologna, Milano, dove le massime promettono 36 gradi. Bollini rossi a Firenze con 37 gradi attesi giovedì.

Al Sud il picco domenica, con la Sicilia a 38 gradi e la Sardegna che potrebbe superare i 40. Non sono punte eccezionali: sono previsioni di routine meteorologica in un'estate che non è nemmeno la più grave dello scorso mese, secondo gli stessi esperti che cercano di allertare i cittadini e il governo. E questo è “IL” problema.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità, martedì, ha lanciato un monito serio: altre emergenze gravi potrebbero ancora colpire il continente. Non è il linguaggio di chi legittima l'adattamento, ma di chi denuncia un'accelerazione perigliosa.

Eppure, in Italia, anziché un dibattito sulla preparazione delle strutture sanitarie, sull'apertura dei rifugi climatici, sull'obbligo di sospendere il lavoro manuale oltre certe soglie termiche, ascoltiamo battute su dinosauri e Caraibi dalla seconda carica dello Stato. Come se il negazionismo fosse un'opinione legittima quando, di fronte alla sofferenza e alla morte, è una scelta politica.

C'è un cinismo in questa retorica che non è nuovo, ma è diventato più marcato. Il "ci abitueremo" è l'arma della rassegnazione, il modo di dire "è già tutto deciso, non c'è nulla da fare, godiamoci quello che resta".

Eppure ci sono possibilità di invertire la rotta. Servirebbero decisioni serie su fonti rinnovabili, su riduzione delle emissioni, su bonifiche edilizie e pianificazione urbana. Tutte cose che richiedono visione politica, non battutine e strizzatine d’occhio.

Invece il nostro presidente del Senato sostiene che "il clima è sempre cambiato" tirando in ballo i dinosauri in una frase talmente senza capo né coda da meritare il celebre commento di Altan: "Non penso mai prima di parlare, altrimenti perdo il filo". È la sintesi perfetta di una classe dirigente che ha rinunciato a pensare. Che parla senza leggere i dati, senza sentire le voci dei climatologi, senza guardarsi intorno in ospedale, in fabbrica, nei campi dove il caldo uccide.

Il futuro assomiglia meno a una villeggiatura caraibica e più a un'opprimente quotidianità da Medio Oriente. Non è bello, non è inevitabile, e soprattutto non è un argomento per battute.

È il momento in cui una società dovrebbe scegliere di credere ancora nella propria capacità di cambiare. Altrimenti, tra qualche anno, quando il caldo sarà più forte e le morti più visibili, potrebbe essere troppo tardi persino per la retorica della rassegnazione.