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Un momento dell'incontro
Non basta più misurare la povertà solo attraverso il reddito. Oggi la marginalità passa sempre più dall’esclusione dal lavoro, dalla fragilità delle relazioni e dalla difficoltà di partecipare pienamente alla vita sociale. In Italia oltre 5,7 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta e più di 3 milioni restano ai margini del mercato del lavoro; in Europa quasi una persona su cinque è a rischio di esclusione sociale. Numeri che raccontano una frattura profonda, ma anche la necessità di immaginare nuove strade per ricostruire legami, dignità e opportunità.
Da queste premesse è nato l’incontro “Governance Complexity Competence: Empowering the marginalized in complex worlds”, ospitato dalla Pontificia Università della Santa Croce e promosso da Diadema Capital insieme al Centro di Ricerca “Markets, Culture & Ethics” (MCE). Un confronto che ha riunito istituzioni, accademici, imprenditori sociali e rappresentanti del terzo settore attorno a una domanda centrale: come trasformare la fragilità in possibilità concreta di rinascita?
Al centro del dibattito il ruolo delle cosiddette “imprese ibride”, realtà capaci di unire sostenibilità economica e impatto sociale, superando la tradizionale distinzione tra profit e non profit. Modelli che non considerano la persona fragile come destinataria passiva di assistenza, ma come protagonista di percorsi di autonomia e inclusione.
Le testimonianze portate all’incontro hanno raccontato storie molto diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa convinzione: il lavoro può diventare strumento di dignità e ricostruzione personale.
È il caso di Made in Carcere, fondata da Luciana Delle Donne, che trasforma materiali di scarto in prodotti artigianali realizzati da donne detenute. Un’esperienza che intreccia economia circolare e reinserimento sociale, offrendo formazione e opportunità concrete a chi vive la realtà del carcere.
Sul fronte dell’innovazione tecnologica, Pedius, guidata da Lorenzo Di Ciaccio, ha sviluppato sistemi che permettono alle persone sorde di telefonare autonomamente, trasformando un limite in una possibilità di comunicazione e inclusione. A Roma, invece, Ridaje coinvolge persone senza fissa dimora nella cura del verde pubblico e nella rigenerazione urbana, mostrando come il recupero degli spazi cittadini possa andare di pari passo con il recupero delle persone.
Un’attenzione particolare è stata dedicata anche ai progetti rivolti alle persone nello spettro autistico. Il Tortellante, nato a Modena, unisce laboratorio terapeutico, formazione e lavoro attraverso la produzione artigianale di pasta fresca. Un’esperienza in cui il fare insieme diventa occasione di crescita, autonomia e costruzione di relazioni.
Nella stessa prospettiva si colloca La Terra degli In-Super-Abili, presentata da Roberto Pellegatti: una fattoria sociale pensata come luogo in cui vita quotidiana, lavoro e inclusione si intrecciano in un ecosistema capace di valorizzare le capacità di ciascuno.
Importante anche il contributo della Fondazione Gi Group, illustrato dalla presidente Chiara Violini, che ha evidenziato la necessità di creare reti tra imprese, terzo settore e persone fragili per rendere l’inserimento lavorativo un processo stabile e strutturato, non un intervento occasionale.
Il tema della legalità e del reinserimento nelle carceri è stato affrontato da Paola Severino, già ministro della Giustizia e presidente della Fondazione Severino. I progetti promossi dalla fondazione puntano a creare opportunità reali attraverso formazione, lavoro e cultura. Tra questi, il progetto artistico “Benu” nel carcere di Rebibbia, pensato come ponte tra “dentro e fuori”, capace di generare dialogo, fiducia e senso di comunità.
La tavola rotonda conclusiva ha visto confrontarsi rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico, delle fondazioni e della Chiesa. Tra gli interventi, quelli di Renato Loiero, consigliere del Presidente del Consiglio dei Ministri, Erika Coppelli e Lara Gilmore de Il Tortellante, Francesco Rullani dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, Dolores Sánchez Galera del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede e monsignor Antonino Treppiedi, presidente della Fondazione San Giorgio Roma.
Dal confronto è emersa con forza la necessità di politiche pubbliche capaci di sostenere e valorizzare esperienze che già operano nei territori. Esperienze che mostrano come l’impresa possa diventare luogo di sviluppo umano integrale, capace di creare valore economico senza separarlo dalla cura delle persone.
In un tempo segnato da disuguaglianze crescenti, queste realtà indicano una direzione diversa: trasformare la marginalità da problema da contenere a spazio generativo di relazioni, lavoro e speranza





