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C’è un dato che in Italia è difficile trovare: quello relativo al numero di coppie formate da una persona con disabilità e l’altra senza. Sono le cosiddette “coppie miste”, quasi una chimera nella nostra società, se non addirittura un tabù. Eppure, queste coppie esistono e costituiscono una parte importante della collettività.
Tra queste, c’è la coppia formata da Valentina Tomirotti, 43 anni, giornalista, attivista e divulgatrice e Michele Michelazzo 59 anni, autore e producer, che si sono raccontati, a Torino, in occasione del Festival Insieme organizzato dalla fondazione torinese Paideia, che dal 1993 sostiene la crescita dei bambini con disabilità, supporta le loro famiglie e attraverso momenti di confronto e sensibilizzazione contribuisce alla costruzione di una società più inclusiva e responsabile.


Premessa dell’incontro, il «non voler essere di ispirazione, ma semplicemente far vedere che esiste anche questa realtà».
Valentina e Michele sono fidanzati da tre anni, ma hanno deciso di renderlo pubblico solo da un anno e mezzo «e per l’essermi innamorata, mi sono sentita dire che non ero “abbastanza attivista”. Ho anche perso dei followers sui social, strumento che io uso per fare divulgazione: in pratica, avendo una disabilità, devo per forza soffrire».
All’inizio della frequentazione, la disabilità ha rappresentato per voi un timore o un dubbio?
V: «Ero preoccupata per Michele: avevo paura che il giudizio degli altri potesse essere un peso. Io sono abituata agli sguardi delle persone, lui no».
M: «A me non è mai importato nulla di quello che pensa la gente. A me preoccupa Valentina, non il giudizio degli altri».
Spesso la società vede il partner normodotato come un "eroe" o un "soccorritore". Vi è mai capitato di percepire questo sguardo di compassione?
M: «Si, anzi di più: te lo dicono proprio in faccia. Ti dicono frasi del tipo “Ma tu sei bravissimo” che tradotto significa: “Io non lo farei”».
E come si risponde a una frase simile?
M: «Io sorrido, o schivo e lascio perdere, perché sono persone che non capiscono. Non riescono ad andare oltre. Io mi sono innamorato di Valentina per la sua intelligenza, per la sua profondità e per la sua autoironia: non sono un benefattore».
E tu, Valentina, come reagisci?
V: «Per me il problema è diverso: da quando c’è Michele, la mia disponibilità verso le altre persone è cambiata, così come capita a qualsiasi altra persona nel momento in cui fa entrare qualcuno nella sua vita. Questo non viene accettato, io devo essere quella sempre disponibile e Michele è diventato il nemico numero 1».
Come hanno reagito le vostre famiglie e i vostri amici all'inizio della vostra storia?
V: «Più che in ambito familiare, abbiamo dovuto lavorare tanto con gli amici. Alcuni non riescono a metabolizzare le differenze, non riescono a guardare l’essenza delle persone».
M: «La famiglia respira l’amore e hanno capito che questo è ciò che conta davvero».
Come riuscite a mantenere saldo il confine tra l'essere partner e, quando serve, l'essere di supporto?
V: «La sfera affettiva e quella sessuale non sono chiuse in un armadio. Nel mio caso, poi, si tratta non solo di una disabilità, ma di un corpo non conforme. È un abbattere delle barriere, quindi bisogna lavorarci su. Sicuramente, nel nostro caso, aiuta tantissimo anche l’ironia».
M: «Affidarsi completamente all’altra persona è un regalo enorme che si riceve. La fiducia che Valentina ripone in me anche nei frangenti più intimi e delicati è un dono prezioso che fa diventare l’assistenza un plus. Questa fiducia ci unisce molto e non diventa mai un’abitudine: ogni volta è come se fosse la prima».


Sentite che le istituzioni supportano adeguatamente la vita indipendente e i progetti delle coppie in cui è presente una disabilità?
V e M: «Per nulla. La cronaca insegna che c’è proprio una traiettoria differenziata, quasi un peso culturale. Poi crediamo che uno dei problemi più grandi sia legato al fatto che già dalla scuola non si parla di disabilità e, anzi, in questo periodo è come se stessimo tornando indietro nel tempo. Se non riusciamo ad affrontare seriamente la disabilità già a tra i banchi, è difficile immaginare che, una volta cresciute, le persone con disabilità possano desiderare di metter su famiglia».
Quanto è importante parlare di questi temi?
V: «È fondamentale. Dobbiamo continuare a dire al mondo che esistiamo anche noi. Il Festival di Fondazione Paideia, ad esempio, è un ottimo momento perché ci sono tantissime famiglie. E sono proprio le famiglie che, prima di tutti, devono capire che anche questa è una realtà, che avere una disabilità non significa dover rinunciare all’amore e al condividere la vita con un’altra persona: l’autonomia passa anche da questo».






