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In un’epoca dominata dai like, dalle notifiche e dalla costante esposizione digitale, si fa sempre più urgente interrogarsi sul senso dell’essere e del relazionarsi online. Nel suo ultimo libro Essere per esserci (Edizioni Paoline), lo scrittore e giornalista Agostino Picicco propone una riflessione profonda sul valore dell’essere al di là dell’apparire, invitando a rimettere la persona, le relazioni autentiche e la responsabilità etica al centro della vita digitale. Dalla consapevolezza nell’uso dei social alla costruzione di un nuovo umanesimo digitale, passando per il tema della modestia e le sfide poste dall’Intelligenza Artificiale, l’Autore ci guida in un percorso che intreccia spiritualità, tecnologia e cultura contemporanea.
Picicco, il suo libro è un rovesciamento culturale potente. In un tempo in cui sembra che esistiamo solo se siamo visibili, che cosa significa rimettere l’essere, e non il consenso, al centro dell’esperienza digitale?
«Significa, per me, recuperare una verità che spesso viene dimenticata: l’essere viene prima dell’apparire. Viviamo in un contesto in cui la visibilità è diventata criterio di valutazione dell’esistenza e il consenso una forma di legittimazione personale. Rimettere l’essere al centro vuol dire sottrarsi a questa logica fuorviante e ricordare che il valore di una persona non coincide con la sua esposizione e neppure con il numero delle reazioni che suscita. Venendo all’esperienza digitale il riferimento va all’uso più consapevole della parola e dell’immagine, rivalutando anche il senso del silenzio. In pratica non si tratta di inorgoglirsi per “quanto sono visto”, ma di mettersi nell’ottica di “che cosa genero in me e negli altri”. È un modo di essere, appunto, che restituisce senso alla comunicazione e la sottrae alla futilità e superficialità».


Lei parla di social come possibile antidoto alla solitudine, ma anche come luogo di nuove fragilità. Qual è il passaggio decisivo che trasforma una semplice connessione in una relazione che si prende cura dell’altro?
«Il passaggio è il riconoscimento dell’altro come “persona” e non come “pubblico”. La connessione è rapida, tecnica, reversibile; la relazione, invece, comporta attenzione, ascolto e responsabilità. I social diventano antidoto alla solitudine quando smettono di essere uno spazio di consumo in spirito individualistico o egoistico e si trasformano in luoghi di incontro. Prendersi cura dell’altro significa accettare tempi più lenti, risposte meno corrispondenti alle nostre pretese, una presenza che non cerca solo visibilità e consenso ma prossimità. È così che la tecnologia può favorire e sostenere legami, e non amplificare solitudini».
Nel libro propone l’idea di un nuovo umanesimo digitale. Quali scelte concrete, personali e collettive, possono rendere i social strumenti di umanizzazione e non di impoverimento relazionale?
«Un nuovo umanesimo digitale nasce da scelte quotidiane, non da proclami astratti. A livello personale significa educarsi a un uso sobrio e consapevole dei social selezionando i contenuti, curando il linguaggio, soprattutto non alimentando conflitti con il metodo tipico dei “leoni da tastiera”. A livello collettivo implica promuovere ambienti digitali che favoriscano il dialogo, la qualità della comunicazione positiva nel rispetto dei diversi punti di vista. È una visione che riconosce nella tecnologia uno strumento potente, ma non un fine. Ponendo la persona al centro – con il suo essere, la sua dignità, le sue relazioni, la sua sensibilità – il digitale può diventare uno spazio che umanizza anziché impoverire».


La modestia è ancora una virtù, nell’epoca della sovraesposizione e dell’auto-racconto continuo? Dove passa oggi il confine tra condivisione autentica e perdita del senso del limite?
«Non creso che sia una virtù superata. Nell’epoca dell’auto-racconto permanente, essa protegge l’intimità e restituisce valore al silenzio. Condividere non significa esporre tutto, ma scegliere ciò che può davvero generare senso, relazione, confronto e positività. Il confine si perde quando l’identità diventa un prodotto e la vita una narrazione continua di banalità per attrare like. La condivisione autentica nasce invece da un desiderio di comunicare contenuti utili, non di accumulare momenti effimeri di visibilità. In questo senso, la modestia è un modo di essere che diventa modello di relazione con l’altro».
Nell’ultima parte del libro affronta il tema dell’Intelligenza Artificiale, con il rischio di un futuro paradossalmente “antisociale”. Che atteggiamento dovremmo coltivare: entusiasmo, prudenza critica o responsabilità?
«Più che scegliere tra entusiasmo o prudenza, occorre coltivare una responsabilità etica condivisa. L’Intelligenza Artificiale apre possibilità straordinarie, ma pone anche interrogativi profondi sul senso delle relazioni, del lavoro e della comunicazione. Il rischio di un futuro “antisociale” emerge quando deleghiamo alle macchine decisioni che richiedono discernimento umano. La tecnologia deve restare uno strumento al servizio della persona, non un criterio che la sostituisce. La vera sfida non è rendere le macchine più intelligenti, ma preservare e valorizzare l’umanità di chi le utilizza, la capacità di creare legami e di prendersi cura degli altri».



