PHOTO
Davide Simone Cavallo, lo studente dell’Università Bocconi aggredito e accoltellato nella notte tra il 12 e il 13 ottobre 2025 durante una rapina per poche decine di euro a Milano, al Meeting di Rimini.
“Due giorni di odio, io odiavo tutti. Volevo sparire … il mio corpo non poteva andare avanti in questo modo”. Così Davide Cavallo inizia il racconto di un’esperienza che ha cambiato la sua giovane vita: ciò che è seguito ad un’aggressione violenta da parte di un branco di ragazzi coetanei. Un pestaggio che lo lasciava in temporanea disabilità agli arti inferiori di cui sentiva vibrare nient’altro che un alluce. Che, però, gli è bastato per ricominciare: “Quell’alluce che di tanto in tanto vibrava. Non c’era altra via che sperare”. E proprio da quel movimento che si levava dal fondo del suo corpo, da una delle estremità dei suoi piedi, Davide ha intrapreso una via ulteriore, ha veduto ed è entrato in una nuova dimensione: “La vita mi ha lascito solo e mi ha detto: ora tocca a te! Può capitare a tutti. La mia disabilità è una limitazione. Potevo vivere quel posto come una prigione ma a distanza di mesi …le cose terribili che ci capitano hanno il potenziale di farci migliorare”.
Questo è ciò che colpisce nella reazione di Davide: ha deciso di guardare avanti, di non perdere tempo a rimpiangere ciò che non c’era più, ha deciso di ripartire da qui ed ora. Ha guardato il suo corpo e ha detto: pur così “non ero degno di abbandonarmi lì per terra… ho scoperto che quel poco che ero nessuno me l’avrebbe mai tolto...”. Davvero stupendo l’accorgersi del valore del suo corpo, e, quindi, della vita che va oltre i limiti fisici. E di poter dire: “Non mi sono mai amato tanto quanto allora!”. Accorgersi che l’amore trasforma il corpo da una possibile prigione a un trampolino di lancio.
Da un limite a un libero sconfinamento. Ancorché: “sporco, rotto”, come Davide lo vedeva. Mi viene in mente la donna cananea che aveva una figlia gravemente malata e si rivolse a Gesù perché la guarisse. Gesù le rispose: non è bene togliere il pane ai figli e darlo ai cagnolini. Ed ella replicò che anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla mensa dei figli. Una donna che fece “convertire” Gesù! infatti, quando arrivò a casa, trovò la sua bambina guarita (cf. Mc 7,24-30).
Così come Davide – è accaduto al Meeting di Rimini – si alza in piedi felice e invita tutti a guardare la sua libertà! Non solo quella che la riabilitazione gli ha fatto e gli sta ancora facendo guadagnare per le sue gambe, ma anche e specialmente quella della sua mente, del suo cuore e della sua anima. Una nuova visione, una nuova esperienza del corpo, della vita e del mondo.
“Da dove la speranza?” chiede a Davide l’uomo che lo intervista. Vuole sapere quali “sguardi” lo abbiano aiutato a calarsi nella sua condizione attuale rinunciando al rimpianto e al rancore e guidandolo a sperare. Si tratta di persone, risponde Davide: “trovi persone che ti lasciano essere, andare, muovere, amare”. Persone che riconoscono e che vedono in te quella parte che dice: “io non sono arrabbiato” e che legittimano e validano il “diritto di perdonare…la libertà di amare” poiché “sono sicuro che seguire altre strade non servirebbe a nulla…”.
Che cosa davvero meravigliosa! Davide non sente l’odio né la vendetta come un ruggito nel suo cuore ma il sussurro della libertà di perdonare, la bellezza di amare, e non ha bisogno di altro che di qualcuno che “legittimi” questo suo sentire, che lo ammetta come l’unico giusto e, soprattutto, fecondo. E fa capire con chiarezza che occorre qualcuno - una persona, più persone, una comunità - che “riconosca”, che dia fiducia a quanto urge nell’anima: “La parte di me che più merita affetto, fiducia, attenzione…spesso vediamo in questa foresta un bagliore, qualcosa di sano, di felice, di buono e lo liquidiamo come un fiore sparuto nella steppa che sparisce…”. Una parte di me – rivela Davide – che “nessuno mi ha mai legittimata!” sinché, finalmente, non “Ho trovato un uomo anziano con una vita da bambino”: il suo avvocato, ora deceduto, ma che sempre Davide sente accanto a sé. Una persona che ha legittimato la sua volontà di perdonare, che gli ha indicato la via di una giustizia non retributiva ma riparativa. Una persona che “ti vede e ti dice: vai!”. Che ha permesso a Davide di lasciarsi andare alla bellezza di esserci. “L’amore muove, il perdono rende liberi; se lo lasci andare ti muove… se, invece, ci interponiamo negli spazi di quello che vogliamo, se cerchiamo di spostare, di coprire … non riusciamo ad ottenere quello che veramente vogliamo”.
La testimonianza di questo splendido ragazzo di ventitré anni è preziosa per tutti noi, a più livelli, da quello personale a quello politico, come cristiani e come cittadini, credenti e non credenti, europei od asiatici, occidentali od orientali. Perché anche noi, in specie quando ci identifichiamo con gli “aggrediti” abbiamo bisogno di qualcuno che ci legittimi a perdonare. Che non “sposti”, che non escluda altre “realistiche” possibilità di pace – come ha detto Papa Leone sempre al Meeting – oltre a quella della rappresaglia. La gente ha bisogno di chi veda e legittimi il suo desiderio e sentimento d’amore che solo può rimuovere il grave peso delle ferite subite.
Non vogliamo sentirci dire ogni giorno che dobbiamo armarci per difenderci, che la violenza si può contrastare solo con la violenza, e alla morte si deve rispondere con la morte. Questa è la fede cristiana: che l’Amore ha vinto la morte! Abbiamo bisogno di chi creda che in noi, nel cuore umano, se pure attecchisce la radice del male, più radicato ancora è il movimento dell’amore. Se pure si impone l’istinto a compiere orrori, resiste e sboccia il desiderio di costruire la concordia: dialogare, discutere, celebrare una giustizia riparativa che porti alla riconciliazione, all’atto liberante del perdono. È “un bagliore, qualcosa di sano, di felice, di buono” – direbbe Davide – che nessuno ha il diritto di liquidare “come un fiore sparuto nella steppa”.
Mi colpisce il fatto che, spesso, anche chi si dice cristiano non riconosca negli altri e in sé stesso questo “bagliore” di bontà. Che dinanzi al male ricevuto, alla violenza subita, alla guerra, pensi che sia giusto e fatale rispondere con altrettanto male, con la violenza, con la guerra. Mi sorprende che pure chi governa con la bandiera di un Dio, propagandi una “giustizia” di odio e di vendetta. Dalla lezione di Davide abbiamo tutti tanto da imparare!
Lo splendore delle testimonianze che a Rimini hanno dato Davide Cavallo e la professoressa Chiara Mocchi – accoltellata da un suo studente - non illumina, infatti, solo la trasparenza del loro processo interiore, ma anche la verità della fede cristiana. E qui emerge il senso della loro presenza in un Meeting che per primo coinvolge il movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione. Papa Leone è stato molto esplicito chiedendo loro di amare la chiesa e di restare uniti. Gli ha consegnato il compito ecclesiale e civile di impegnarsi per annunciare il Vangelo e costruire politiche di pace. Che siano basate sulla giustizia di Dio.
Qualcuno ricorderà la storia di Caino e Abele. E immagino che tra questi ci siano molti che restano perplessi sulle decisioni di Dio in merito a chi ebbe ucciso suo fratello. Molti si scandalizzano non tanto dell’azione di Caino – di assassini ce ne sono, infatti, a bizzeffe, ancora oggi - ma perché Dio non lo punì. Invece di applicare la legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente, vita per vita, Dio protesse Caino minacciando, addirittura, chi avesse levato la mano contro di lui. Pur conoscendo questa storia, anche noi – che ci fregiamo eredi di una grande civiltà - posti dinanzi ad atti di violenza, di sopraffazione o di guerra, consideriamo doverosa la vendetta come fosse un sinonimo di giustizia. E ci sembra che Dio avesse esagerato proteggendo Caino con un segno sulla fronte e facendo, così, un torto ad Abele, l’innocente che rimase invendicato. Senza saperlo – forse... – ragioniamo non come Dio ma come il più famoso discendente di Caino, il figlio Lamec, il quale impose la sua “giustizia” dicendo: “sette volte sarà vendicato Caino e Lamec settantasette" (Gen 4,24). La vendetta di Lamec potrebbe risultare un po’ troppo asimmetrica (settantasette assassinati per uno) ben più di quanto pretesero i tedeschi per compensare l’attentato di Via Rasella, ma un po’ meno rispetto a quanto ha fatto il governo dello Stato di Israele in rappresaglia all’eccidio del sette ottobre 2023: centomila e più a fronte di poco più di mille, vale a dire cento vendette per un solo assassinio, come più volte è stato denunciato anche dal cardinale Parolin.


Chiara Mocchi, l'insegnante accoltellata da uno studente.
Un argomento, quello della “giusta” vendetta, di primaria importanza nella storia biblica cui Gesù non poteva non rispondere mostrando fedeltà al Dio degli ebrei, Yhwh appunto, che aveva protetto e non vendicato l’assassino Caino. Per questo Gesù alla domanda di Pietro: “se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18,21-22). Gesù mantiene le asimmetrie di Lamec ma rovesciate! Divina asimmetria del perdono già rivelata al Sinai: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, e non lascia senza punizione (…) fino alla terza e alla quarta generazione" (Es 34,6-7).
Il perdono è la giuntura dell’alleanza con Dio e quindi la condizione della vita di Israele, la matrice della speranza presente e futura. È il collante della Chiesa, della comunità civile, di ogni relazione, familiare, politica, sociale; esso è indispensabile per costruire il mondo insieme. Quanto Davide Cavallo e Chiara Mocci hanno potuto imparare in poco tempo - col diamante durissimo e brillante della loro esperienza - la storia non riesce ancora – ahimè! - ad impararlo. Ma “l’amor che muove il Cielo e le altre stelle” e che ha mosso il loro cuore, contagerà certamente anche il nostro.










