Che fine fanno i vestiti che non indossiamo più? E come possiamo trasformare ciò che consideriamo uno scarto in una risorsa, capace di generare benefici ambientali e nuove opportunità sociali?

Sono queste alcune delle domande al centro del progetto presentato al Festival Francescano (Bologna 24-27 settembre), che mette in rete competenze ed esperienze diverse per promuovere un modello di economia circolare applicato al settore tessile. Dalla raccolta alla selezione, dalla riparazione al riciclo, l’obiettivo è prolungare la vita degli abiti, ridurre gli sprechi e valorizzare i materiali, senza dimenticare la dimensione sociale e le opportunità di inserimento lavorativo per le persone più fragili. Un percorso che coinvolge ERP Italia Tessile, Rete RIUSE, Vesti Solidale e PRISM e che si inserisce in un contesto di profondo cambiamento, anche alla luce dell’introduzione della Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), destinata a ridefinire il ruolo delle aziende nella gestione dei prodotti tessili a fine vita. Ne parliamo con Alberto Canni Ferrari, General Manager Consorzio ERP Italia Tessile.

Che cosa succede davvero a un vestito quando non lo usiamo più e quando possiamo parlare di rifiuto tessile?

«Un vestito che non usiamo più non è necessariamente un rifiuto. Se è ancora in buone condizioni può essere riutilizzato, ceduto o riparato, prolungandone la vita. Quando invece entra nel circuito della raccolta dei rifiuti tessili, deve essere gestito secondo regole precise. Dopo la raccolta, la selezione è fondamentale per capire quale sia la destinazione migliore: preparazione per il riuso quando possibile, oppure recupero e riciclo dei materiali. L’obiettivo è semplice: evitare di perdere il valore che ancora esiste in un prodotto o nei materiali che lo compongono».

Alberto Canni Ferrari, General Manager Consorzio ERP Italia Tessile.
Alberto Canni Ferrari, General Manager Consorzio ERP Italia Tessile.
Alberto Canni Ferrari, General Manager Consorzio ERP Italia Tessile.

Cos'è il sistema di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) e perché può cambiare il modo in cui gestiamo i vestiti a fine vita?

«L’EPR introduce un principio molto chiaro: la responsabilità del produttore non finisce con la vendita del prodotto, ma si estende anche alla sua gestione a fine vita. In concreto, i produttori saranno chiamati a contribuire ai costi della raccolta, selezione, preparazione per il riuso e riciclo dei prodotti tessili. Questo può favorire anche un cambiamento a monte: progettare prodotti più durevoli, riparabili e riciclabili. Per il cittadino significa poter contare progressivamente su un sistema più organizzato, continuando a fare la propria parte attraverso acquisti consapevoli, un uso più lungo dei capi e un corretto conferimento. In Italia il sistema è ancora in costruzione ma dovremmo essere ormai in fondo all’iter di recepimento: il 23 luglio 2026 la Conferenza Unificata ha espresso parere favorevole sullo schema di regolamento nazionale EPR tessile».

Getty Images/iStockphoto

Il progetto presentato al Festival Francescano mette insieme produttori, raccolta, selezione, riparazione e riciclo. Come funziona concretamente?

«L’economia circolare funziona quando competenze diverse riescono a lavorare insieme. ERP Italia Tessile rappresenta il raccordo con i produttori e si prepara al futuro sistema EPR con un’ottica e un respiro internazionale, facendo parte del Gruppo Landbell; Rete RIUSE opera nella raccolta; Vesti Solidale nella selezione e nel trattamento dei rifiuti tessili; PRISM interviene invece prima che il prodotto diventi rifiuto, attraverso riparazione, ricondizionamento e upcycling. È quindi un percorso che accompagna il tessile nelle diverse fasi della sua vita: usarlo più a lungo, ripararlo quando possibile e, quando diventa rifiuto, recuperare al meglio materiali e risorse».

Oltre al recupero dei tessili in favore dell’ambiente si parla anche della possibilità di creare lavoro e opportunità per persone fragili. In che modo?

«La circolarità può generare non solo benefici ambientali, ma anche valore sociale. Attività come raccolta, selezione, preparazione per il riuso e riparazione richiedono lavoro e competenze e possono offrire opportunità di inserimento professionale anche a persone in condizioni di fragilità. Non è un elemento secondario: anche la nuova normativa europea riconosce il ruolo dell’economia sociale nella filiera tessile e la sua capacità di creare occupazione, anche per le persone più vulnerabili. Dare una seconda vita alle cose può quindi significare anche creare nuove opportunità per le persone».