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Il giudice Rosario Livatino (1952-1990, webphoto).
Ora i magistrati italiani hanno un patrono. Si tratta del beato Rosario Livatino che, con decreto del 7 ottobre 2026 del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, è stato dichiarato protettore e particolare intercessore presso Dio dell’intera categoria professionale.
In tutte le fasi dell’iter di discernimento e approvazione, i Vescovi italiani hanno sostenuto la richiesta del Comitato promotore, che vede nella figura del giudice Livatino un modello di riferimento per quanti ogni giorno amministrano la giustizia. Non poteva essere diversamente, per il primo magistrato nella storia della Chiesa ad essere proclamato martire dopo essere stato ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 a soli 38 anni.
«Il giudice Livatino si è distinto quale autentico uomo di legge e fedele servitore dello Stato», sottolinea il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI. «Nel suo servizio alla collettività, è stato capace di contemperare nell’esercizio delle sue funzioni la verità con la carità, la scienza giuridica con l’etica cristiana e l’atto del giudicare con un discernimento illuminato dalla fede e dalla preghiera».


Nel decennio dal 29 settembre 1979 al 20 agosto 1989, come Sostituto Procuratore della Repubblica, Livatino si era occupato delle più delicate indagini antimafia, di criminalità comune ma anche, nel 1985, di quella che poi negli anni 1990 sarebbe scoppiata come la “Tangentopoli siciliana”. Venne ucciso la mattina del 21 settembre 1990 la strada statale Agrigento-Caltanissetta mentre, alla guida della propria auto, si recava in Tribunale. Per la sua morte sono stati individuati, grazie al testimone oculare Pietro Nava, i componenti del gruppo omicida e i mandanti, e tutti sono stati condannati, in tre differenti tronconi processuali.
Nell’agenda di Livatino, alla data del 18 luglio 1978, è possibile leggere: «Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige».










