PHOTO
C’è un paradosso che attraversa la sanità italiana. Mentre le università aprono sempre più posti a Medicina, ospedali e territorio continuano a perdere capacità di attrarre e trattenere medici e infermieri. Il 9° Rapporto GIMBE, appena presentato, fotografa un Servizio sanitario nazionale (SSN) che continua a garantire buoni esiti di salute, ma fatica sempre più a trasformare il diritto costituzionale alla salute in cure tempestive e uguali per tutti. Il luogo in cui si vive e il reddito stanno tornando a essere determinanti.


È dentro questo quadro che acquista un significato particolare la corsa ad ampliare i corsi di Medicina. Per l’anno accademico 2026/27 sono 27.001 i posti disponibili per Medicina e Chirurgia nelle università statali e non statali: un record, accompagnato da oltre 52.300 iscritti al semestre aperto per Medicina. Nel 2025/26 i posti erano 24.026.
La crescita, però, non è stata uniforme. Secondo la ricostruzione del dottor Stefano Magnone, specialista in chirurgia generale, esperto in chirurgia oncologica gastrointestinale, in chirurgia d'urgenza e del trauma maggiore, già Segretario Regionale ANAAO ASSOMED Lombardia e membro della Segreteria Nazionale ANAAO ASSOMED, basata sui decreti MUR e su una serie storica per singolo ateneo, tra il 2023/24 e il 2026/27 i posti degli atenei privati sono passati da 2.845 a 5.415 nel perimetro UE ed equiparati: +90,3 per cento. Nello stesso periodo quelli statali sono cresciuti da 15.403 a 20.096: +30,5 per cento. La quota privata è così salita dal 15,6 al 21,2 per cento.
Non è soltanto una storia di università private già note. La relazione mostra l’ascesa rapidissima di realtà come Link Campus University e Kore di Enna. Link arriva nel 2026/27 a 1.100 posti nel solo canale italiano; la Kore a 610. Crescono anche UniCamillus, San Raffaele, Cattolica, Campus Bio-Medico, LUM e Humanitas.
Questa espansione può avere una spiegazione semplice: servono più medici e l’Italia vuole evitare che migliaia di giovani vadano a formarsi all’estero. Ma la domanda decisiva è un’altra: di quanti medici avrà davvero bisogno il Paese tra dieci anni e, soprattutto, di quanti professionisti avrà bisogno il Servizio sanitario pubblico?
Il GIMBE invita a non confondere il numero dei medici presenti nel Paese con quello dei medici che lavorano nel SSN. L’Italia conta 5,8 medici ogni mille abitanti, più della media OCSE di 4,0. Ma almeno 88.258 dei 339.256 medici censiti dall’OCSE, il 26,1 per cento, non lavorano nel SSN né frequentano percorsi di formazione post-laurea. Aumentare i posti a Medicina, quindi, «non garantisce» automaticamente più medici nei reparti e nei territori in cui servono.


È qui che il problema si rovescia. Non basta produrre più camici bianchi: bisogna rendere desiderabile lavorare nel sistema pubblico. Nel 2025 la spesa per il personale dipendente e convenzionato è stata di 52,2 miliardi, ma la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è scesa dal 39,7 per cento del 2012 al 36,9. Secondo GIMBE, mantenendo costante quella quota, fra il 2012 e il 2025 sarebbero stati destinati al personale 36,8 miliardi in più.
Il paradosso è ancora più evidente guardando agli infermieri. L’Italia ne conta 6,9 ogni mille abitanti contro i 9,7 della media OCSE, e almeno 79.926 dei 407.750 censiti dall’OCSE non lavorano nel SSN. Gli infermieri sono 1,2 per ogni medico, la metà della media OCSE, e le loro retribuzioni ospedaliere risultano inferiori del 27 per cento a parità di potere d’acquisto.


La relazione Magnone porta questa fotografia più avanti nel tempo e propone uno scenario al 2035-2037: l’uscita dalla professione della generazione dei medici più anziani potrebbe ridurre la pressione attuale proprio mentre arriveranno sul mercato migliaia di nuovi laureati. Il rischio indicato è quello di una «pletora» medica, soprattutto se l’espansione universitaria non sarà accompagnata da una programmazione delle specializzazioni e da condizioni di lavoro capaci di orientare i giovani verso le aree realmente scoperte. Per gli infermieri, al contrario, la traiettoria è quella di una carenza strutturale. Sono proiezioni di scenario, non certezze.
C’è poi una questione che riguarda direttamente l’equità. La riforma del semestre aperto ha abolito il vecchio test nazionale per il canale italiano delle università statali: l’iscrizione al primo semestre è libera, poi tre esami standardizzati – Biologia, Chimica e Fisica – alimentano una graduatoria nazionale. Gli atenei privati, invece, restano fuori da questo meccanismo e continuano a utilizzare propri test di ammissione, con date e criteri autonomi e, in diversi casi, la possibilità di tentare più selezioni nello stesso anno.


Non significa che il privato sia, di per sé, un problema. Anche GIMBE distingue il privato accreditato, che fa parte dell’offerta del SSN, dal «privato puro». Nel 2025 la spesa pubblica destinata al privato convenzionato è stata di 29,4 miliardi. Ma la spesa diretta delle famiglie presso strutture non accreditate è salita del 169 per cento fra il 2016 e il 2024, fino a 8,2 miliardi: un secondo binario che rischia di diventare accessibile soprattutto a chi può pagare.


Alla fine, i numeri raccontano una questione che non è soltanto universitaria. Se aumentano i posti per diventare medici ma il SSN non riesce a trattenere chi si forma, il problema non è stato risolto: è stato spostato più avanti. Se crescono i posti universitari ma non crescono con la stessa logica infermieri, specializzazioni, stipendi, strutture e servizi territoriali, il conto arriverà comunque negli ospedali e nelle famiglie.
Il 9° Rapporto GIMBE mette quel conto davanti agli occhi: nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a visite o esami; nel 2025 42,4 miliardi di spesa sanitaria sono stati sostenuti direttamente dalle famiglie. Nel quadriennio 2023-2026, secondo GIMBE, il SSN ha accumulato 18,8 miliardi di «tagli invisibili» e fra il 2027 e il 2029 si profila una forbice di 32,3 miliardi tra finanziamento e previsioni di spesa.


La vera sfida, dunque, non è scegliere tra pubblico e privato come fossero due mondi separati. È decidere quale sanità vogliamo costruire e fare in modo che università, ospedale e territorio siano pezzi della stessa macchina. Altrimenti potremo avere sempre più aspiranti medici, più corsi di laurea e perfino più strutture, ma sempre meno capacità di garantire a tutti ciò che la Costituzione promette: essere curati quando serve, non quando il portafoglio e il CAP lo consentono.















