Il primo giorno Gianluca, il direttore di macchina, conosce già i nomi di tutti. Si presentano senza cognomi gli uomini dell’equipaggio di Nave Italia, per azzerare subito le distanze con i ragazzi dell’associazione Sclerosi Tuberosa che, appena saliti a bordo, sono diventati «marinai a pieno titolo». I genitori salutano dalla banchina e il brigantino della Fondazione Tender (costituita nel 2007 dalla Marina militare e dallo Yacht club italiano e presieduta da Mariella Enoch, del Bambino Gesù) prende il largo da Gaeta, direzione Civitavecchia, capitanata dal comandante Dario Gentile. Sono 14 con sette operatori i ragazzi e le ragazze che partecipano al progetto. Da metà maggio a metà ottobre in totale 22 associazioni si alternano in questa iniziativa di inclusione, integrazione e riabilitazione di persone con disabilità fisiche o mentali o con disagio famigliare e scolastico. Un comitato scientifico selezione le onlus già l’anno precedente e poi i ragazzi vengono accompagnati prima e dopo la partenza per prepararli al meglio all’esperienza.

Dopo pochi minuti, i 14 (la più piccola 17 anni e la più grande 36) sono già padroni dei ruoli. Si esercitano al corso sicurezza, si dividono i turn per la pulizia della nave, parlano di loro stessi: «Hanno scoperto la mia malattia alla nascita. Quando avevo tre anni non dicevo ancora alcuna parola»; racconta Claudia, 22 anni, che studia lettere e vuole fare la giornalista. «Non ho parlato fino ai nove anni, poi ho cominciato e non mi sono fermata più», scherza, mentre parla di Konrad e della letteratura inglese, interrotta da Elisa, aretina, che vuole spiegare il suo progetto di autonomia: «Gliel’ho detto al babbo e alla mamma che mi trovo bene nell’appartamento che condivido con un’altra ragazza. Se ho bisogno di qualcosa ci sono gli operatori al piano di sopra, e poi voglio far vedere che ce la faccio a fare da me». È la seconda volta che sale su Nave Italia, «ho imparato tante cose, mi piace soprattutto quando si spiegano le vele». Si presentano uno a uno, qualcuno non ricorda l’età, qualcun altro da anche il suo indirizzo di casa, tutti però si ritrovano nelle parole di Giovanni: «Perché siamo qui? Perché non vogliamo smettere di sognare».