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Uno scatto dello spettacolo "Le voci dei bambini"
Quello odierno è un mondo strutturato dagli adulti per gli adulti. Relagata al piccolo spazio delle mura domestiche, spesso strette, anguste, spoglie, il mondo dei bambini ha perso la propria dimensione. La loro è una civiltà incomprensibile, spesso in contraddizione con la nostra, come suggeriva Maria Montessori, che si serve di un proprio linguaggio e delle proprie specificità che vengono spesso dimenticate o etichettate come “fastidiose”. Ma cosa pensano davvero i bambini? Cosa soffrono e cosa cercano di comunicarci? A queste domande Margherita Rimi, neuropsichiatra infantile e poetessa, risponde attraverso una ricerca clinica e letteraria pluridecennale. Ne emerge un universo di fragilità e bellezza, dove le voci dei piccoli si sovrappongono a quelle degli adulti per rivendicare una propria verità.
In occasione della rassegna DonneTeatroDiritti al PACTA Salone (23-24 aprile), la parola poetica di Rimi prende vita nello spettacolo Le voci dei bambini, adattato e interpretato da Lorena Nocera. Abbiamo intervistato la dottoressa per farci raccontare questo delicato equilibrio tra infanzia, medicina e poesia.
Come convivono in lei questi due mondi apparentemente così distanti?
«La medicina e la poesia non sono mondi antitetici, ma modi diversi di interrogare l’umano. Come medico, ho studiato la struttura fisica del corpo, imparando che la malattia non è mai un concetto astratto: assume forme e sfumature diverse a seconda della persona che la abita. L’etica medica impone di trattare ogni paziente nella sua unicità. Specializzandomi in neuropsichiatria infantile, ho compreso che il corpo di un bambino è un organismo in crescita, non una miniatura di quello adulto. Il linguaggio dei bambini è una lingua a sé stante, che l'adulto spesso non comprende. Scientificamente, parliamo di codici che variano con l'età: c'è la prima infanzia, la seconda (fino ai 6-7 anni) e quella che si protrae fino ai 10 anni, prima di sfociare nella preadolescenza. I bambini mi hanno insegnato a parlare con loro, portandomi nel loro mondo attraverso un linguaggio che spesso l’adulto non comprende. Quello che per un logopedista o uno psichiatra è solo un "linguaggio alterato", per me era una forma di espressione che meritava di essere ascoltata. Non dobbiamo avere paura, come dice Giuseppe Pontiggia, di nominare le cose con le loro parole. I bambini che ho trattato, con disabilità psicofisiche o disturbi del linguaggio, utilizzano spesso associazioni originalissime che possiedono uno stupore poetico straordinario».


Questo ascolto ha portato alla nascita di opere come Le voci dei bambini e Il Dio dei bambini. Qual è la sfida nel trascrivere queste realtà così delicate?
«Ho cominciato a prendere degli appunti che poi ho rielaborato. È nato così Le voci dei bambini, un volumetto molto piccolo dove ho trascritto le loro parole senza retorica, senza nessuna forzatura, fondendole con le mie qualità artistico-linguistiche. Dare voce ai bambini è un atto di estrema responsabilità. Mentre il dialogo tra adulti avviene tra pari, farsi portavoce dell'infanzia significa maneggiare una fragilità assoluta, specialmente quando si riportano le loro parole testuali. In questo ascolto emerge un universo di dolore, solitudine e rabbia, ma soprattutto un paradossale senso di colpa: il bambino abusato o maltrattato finisce spesso per sentirsi 'cattivo', caricandosi della responsabilità del male subito dagli adulti. Fin dalla tenera età, i bambini possiedono una percezione nitida di sentimenti complessi come la colpa, la vergogna e la solitudine. È un dato clinico sorprendente: mentre l'osservatore esterno scorge spesso solo la rabbia, il bambino vittima di abusi tende paradossalmente a sentirsi colpevole. Questa mancanza di consapevolezza del male subito, che può durare fino agli 8-9 anni, è uno degli aspetti più difficili da trattare. Solo attraverso la terapia è possibile superare questa fase, trasformando quel senso di colpa paralizzante in una rabbia sana e consapevole. In un momento di grande sconforto, è nato Il Dio dei Bambini. Ho scelto di suddividere le violenze commesse dagli adulti in categorie cromatiche: il nero per la guerra, il rosso per le spose bambine, e così via. È un'opera che vuole dar voce a realtà "scandalose" per noi adulti, perché rivelano senza filtri la meschinità e il cinismo di chi dovrebbe proteggere e invece manipola o abusa. In questo scenario, ho inserito figure positive che richiamano l'immagine del terapeuta o del genitore positivo: adulti capaci di aiutare il bambino a nominare le cose e a comprendere il mondo circostante. L'idea di un "Dio dei Bambini" nasce dal fatto che i piccoli non hanno strumenti per difendersi e sono spesso costretti a vivere secondo regole imposte da chi fa loro del male. Ho immaginato una divinità che crede alle loro parole e non le liquida come bugie. Rappresentare il male causato a un bambino è una sfida complessa, tanto quanto rappresentare il bene senza cadere nella retorica».
Viviamo in un'epoca di conflitti globali. Come percepiscono i bambini questa realtà e quale ruolo deve avere l'adulto nel mediare tale paura?
«Di fronte alla complessità geopolitica e alle guerre, i bambini percepiscono tutto. In questo contesto, il genitore deve farsi mediatore: non deve negare la paura, ma razionalizzarla, ammettendo che è umano averne per poi offrire rassicurazione e speranza. Questo approccio si riflette nel "Dio dei Bambini" di cui parlo nei miei scritti: una figura paterna e materna che non tradisce, che non liquida le paure o le denunce di abuso come bugie, ma che accoglie ogni parola dei piccoli come una verità assoluta da proteggere».
Dal punto di vista clinico, come sta cambiando la salute dei più piccoli? Quali patologie calano e quali, invece, sono in preoccupante aumento?
«Il panorama è mutato radicalmente. I progressi della medicina e della diagnostica prenatale hanno fatto sì che le tetraparesi spastiche o i traumi da parto si siano ridotte drasticamente, come anche la sindrome di Down. Tuttavia, assistiamo a un exploit di altre problematiche: i disturbi dello spettro autistico e i deficit dell'attenzione con iperattività (ADHD) sono in netto aumento. Anche i disturbi alimentari sono cresciuti in parallelo a un sistema sociale che si muove male».
Quali sono le concause di questo malessere e perché termini come "cattiveria" sono inadeguati per descrivere i fenomeni di devianza giovanile come le baby gang?
«Il malessere dei bambini e degli adolescenti nasce da una complessa rete di concause. Da un lato pesa l’aumento della povertà e una gestione urbanistica che confina i più fragili in aree marginali e prive di attenzioni per l’infanzia. Dall’altro, è riduttivo demonizzare solo la tecnologia: il vero problema risiede in una società che esalta il narcisismo assoluto, il denaro e il potere. Questi valori vengono interiorizzati fin da piccoli: la "malattia" cova durante l’infanzia per poi esplodere drammaticamente in adolescenza. In questo contesto, definire "cattivi" i ragazzi delle baby gang è un errore. Il male non è genetico: l'istinto aggressivo riconduce quasi sempre a carenze educative o a contesti sociali degradati dove i giovani imitano gli unici linguaggi comportamentali e verbali che hanno a disposizione, spesso dominati dalla criminalità. I bambini, nella loro essenza, ci offrono un capovolgimento dei valori adulti: non chiedono potere o soldi, ma di essere amati, accuditi e ascoltati. È necessario mettersi nei loro occhi per costruire una vera civiltà dell’infanzia, fatta di mediazione familiare, solidarietà e spazi educativi come biblioteche e parchi giochi».
Le sue riflessioni e i suoi testi hanno trovato una nuova vita sul palcoscenico. Come è avvenuto questo passaggio al teatro?
«Il lavoro portato a teatro è un tassello fondamentale di questo percorso. Lorena Nocera è stata straordinaria nel cogliere l'essenza di questi temi, riuscendo a rappresentarli senza alcuna ipocrisia. Lo spettacolo trasforma le parole in una verità tangibile, fatta di corpi, oggetti e scenografie, rimanendo estremamente fedele al testo originale. Il teatro permette di rendere visibile quella "verità del corpo" che spesso la società preferisce ignorare. È un modo potente per costringere l'adulto a compiere quello sforzo necessario di mettersi negli occhi dei bambini, guardando il mondo dalla loro altezza per capire cosa sia davvero importante per loro».
Concludiamo con il concetto di Restitutio ad Integrum. C’è ancora spazio per la speranza in questo panorama?
«Assolutamente sì. “La medicina è figlia dei sogni”, del desiderio di guarire le persone. Anche quando una guarigione completa non è possibile, come in certi casi di disabilità, la "cura" può e deve migliorare la condizione umana. Restitutio ad Integrum è una locuzione che parla di speranza: tecnicamente indica la guarigione di un organo, ma umanamente rappresenta la capacità della nostra mente di andare oltre la fragilità del corpo e cercare una trascendenza. Il mio lavoro, e il giuramento etico che ho fatto come medico, mira a migliorare la condizione umana, ricordandoci che i bambini non sono un "fastidio" passeggero, ma il cuore pulsante del nostro mondo a cui dobbiamo restituire spazio, ascolto e rispetto».






