C’è un punto in cui la politica incontra la verità della vita umana, in cui il diritto si misura con il mistero della vita che nasce. È il punto in cui una donna porta un figlio dentro di sé, lo sente crescere, lo custodisce, lo accompagna nel silenzio dei mesi in cui tutto si forma: il corpo, il respiro, la memoria primordiale dell’essere amato. È da questo punto che dobbiamo guardare alla proposta di una moratoria internazionale sulla maternità surrogata (promossa dai governi di Italia e Cile durante una conferenza a margine della sessione del Consiglio diritti umani dell'Onu, in corso dal 15 giugno e fino al 10 luglio a Ginevra, ndr) non come a un dibattito astratto, ma come a una domanda sulla dignità umana.

La maternità surrogata, oggi, non è un gesto di solidarietà tra esseri umani. È un mercato dove molte donne sperimentano sfruttamento, manipolazione psicologica, dipendenza economica, fino a forme estreme di violenza contrattuale: se il bambino non corrisponde a ciò che era stato pattuito, i contratti possono prevedere il rifiuto del bambino fino alla richiesta di aborto. E dopo il parto arriva un’ulteriore profonda ferita: la separazione immediata, programmata, inevitabile. Una separazione dettata da una clausola. In Italia, tutto questo non è permesso. La legge vieta la maternità surrogata in ogni sua forma. E questo divieto non è un retaggio del passato: è una tutela della donna, del bambino, della verità della relazione che li unisce.

Per questo è ambiguo — e profondamente fuorviante — presentare la maternità surrogata come gestazione per altri, quasi fosse un atto di generosità, un sacrificio d’amore compiuto per il bene altrui. Il linguaggio, qui, rischia di ingannare: trasforma una separazione programmata in un’apparente forma di altruismo, come se la consegna di un figlio commissionato potesse essere interpretata come un dono. E anche se non ci fosse alcun compenso economico, resterebbe comunque inaccettabile. Perché la maternità non è un servizio che si presta. Perché il corpo della donna non è uno strumento che si mette a disposizione. La scienza lo conferma, ma prima ancora lo dice l’esperienza di ogni madre: tra la donna che porta avanti la gravidanza e il bambino che cresce in lei si crea un dialogo biologico, emotivo, sensoriale. È un linguaggio antico, fatto di battiti, ritmi condivisi.

È un legame che non si può appaltare, non si può interrompere senza lasciare tracce. La maternità naturale non è solo un fatto biologico: è gratuità, è dono, è un “sì” che non si compra e non si vende. È la certezza che il figlio non è un prodotto, ma un mistero affidato. Ogni essere umano, crescendo, formula la domanda che fonda la propria identità: Da dove vengo? Non è una domanda psicologica. È una domanda ontologica. È il bisogno di conoscere le proprie origini, di riconoscersi in una storia, in un volto, in una voce.

La moratoria non è contro qualcuno. È per qualcuno: per le donne vulnerabili che diventano ingranaggi di un sistema che le usa; per i bambini, che hanno diritto a non essere oggetto di scambio; per la società, che non può accettare che la maternità diventi una prestazione e la vita un bene contrattuale. È un atto di responsabilità globale, un modo per dire che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è umanamente accettabile.

La genitorialità, quando è autentica, è sempre un atto di gratuità, è un dono che non chiede garanzie. La maternità surrogata, invece, introduce un principio opposto: la prestazione, la garanzia, la consegna. E quando la vita entra nella logica del contratto, perde la sua verità più profonda. Nel mio lavoro quotidiano al Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli incontro donne che vivono maternità difficili, spesso segnate dalla solitudine, dalla paura, dalla precarietà. Eppure, in ognuna di loro, anche nelle situazioni più complesse, vedo una forza che nessun contratto potrà mai replicare: la forza del legame, del desiderio di proteggere, della responsabilità verso una vita che chiede solo di essere accolta. La moratoria non è un limite alla libertà. È un limite al potere del denaro, della tecnica, del desiderio che diventa diritto assoluto. Perché la domanda “Da dove vengo?” merita una risposta che non sia un contratto, ma un volto.

*Soemia Sibillo, vicepresidente Movimento per la Vita italiano e direttrice del Cav Mangiagalli a Milano