Mons. Angiuli: «Non rassegniamoci a un Mediterraneo di morte»
Il vescovo della Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca che ha promosso la Carta di Leuca, spiega l’iniziativa che vedrà protagonisti diversi giovani europei e dei Paesi che si affacciano sul mare nostrum: «È un seme per richiamare i valori dell’attenzione, della prossimità e dello scambio e per la nostra comunità un invito a uscire dai percorsi tradizionali»
Un incontro dei giovani dell’Europa e dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo per attivare percorsi d’incontro e di dialogo interculturale nel segno di don Tonino Bello. Così monsignor Vito Angiuli, vescovo della Diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca, definisce la Carta di Leuca soffermandosi sulle questioni attuali più scottanti: il dialogo interreligioso con l’Islam, la persecuzione dei cristiani in diverse parti del mondo, l’emergenza terrorismo e il significato che questo documento ha per la chiesa locale. Monsignor Angiuli l’11 agosto a Tricase presenterà la Carta insieme al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e terrà la relazione “Costruttori di ponti: per una diplomazia del dialogo alla scuola di don Tonino Bello”.
Eccellenza, come è nata l’iniziativa della Carta di Leuca? «Si inserisce nelle attività che la Fondazione di partecipazione Parco Culturale Ecclesiale “Terre del capo di Leuca- De Finibus Terrae”, promossa dalla nostra Diocesi intende realizzare per promuovere un turismo consapevole e responsabile, attento a coniugare i valori della religiosità con la valorizzazione del patrimonio naturalistico, culturale e storico delle destinazioni e dei luoghi di culto. Parliamo, dunque, di un turismo sostenibile e integrale espresso da una “comunità solidale” che richiama le sue radici, espone le sue ricchezze, è capace di innovare, si serve con creatività del supporto tecnologico, apre le sue porte per un’accoglienza fraterna e amicale».
Da dove arrivano i settanta ragazzi che sottoscriveranno il documento? «La Carta di Leuca è un meeting per i giovani dell’Europa e dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo per attivare percorsi d’incontro e di dialogo interculturale al fine di stilare la una “carta di intenti”, quale contributo dei giovani ai propri governi per costruire sentieri di pace».
In che modo l’insegnamento di don Tonino Bello ha ispirato questa Carta? «Il promontorio di Leuca, geograficamente situato al centro del Mediterraneo, si presenta come il naturale ponte dove l’Oriente e l’Occidente, il Nord e il Sud, si incontrano con le loro culture, religioni e tradizioni. Don Tonino Bello, le cui spoglie mortali sono custodite ad Alessano, suo paese natale che non dista molto da Leuca, è il testimone e il profeta di questo dialogo interculturale e interreligioso e dell’azione in favore della pace. Nei suoi scritti, egli racconta la bellezza di “volti rivolti” che, in un mondo lacerato da lotte e discordie, trovano nella “convivialità delle differenze” il modo concreto di costruire sentieri di pace».
Dobbiamo rassegnarci a un Mediterraneo striato di sangue e violenza o è possibile uno spazio nuovo di dialogo e comprensione reciproca? E con quali mezzi? «Non possiamo certo rassegnarci a considerare il mar Mediterraneo come un “muro liquido” che divide, ma vorremmo che si trasformasse in un ponte attraverso il quale i popoli e le culture possano incontrarsi e dialogare. I “tavoli della convivialità” che si terranno durante i giorni del meeting sono il metodo attraverso il quale i giovani, aiutati nella riflessione da testimoni esperti di percorsi di riconciliazione e di pace, porteranno le esperienze e le speranze dei paesi che rappresentano ed elaboreranno un appello da far giungere ai propri governi per scelte concrete in favore della pace e per la lotta ad ogni forma di povertà».
In alcuni Paesi del Medio Oriente è in atto un genocidio dei cristiani? «È noto che i cristiani sono i più perseguitati nel mondo, soggetti a maltrattamenti e massacri. Più volte, papa Francesco è intervenuto per denunciare questa situazione e per chiedere alla comunità internazionale di intervenire per tutelare i diritti delle minoranze religiose e, in particolare, di quelle cristiane. A onore del vero, si deve constare che anche in Occidente vi è una sorta di strisciante cristianofobia. Padre Jacques Hamel, sacerdote francese recentemente ucciso all'interno di una Chiesa di Saint-Etienne-du Rouvray, vicino a Rouen, in Francia, svela in modo plateale quello che accadeva da tempo. È da un decennio che le profanazioni dei luoghi di culto cristiani sono in costante aumento. Dal 2008, gli atti cristianofobi sono quadruplicati: otto anni fa, erano 275, nel 2014 erano già 807. Alla fine del 2016 potrebbero essere ancora di più, ma nonostante ciò spesso restano "invisibili” per i mass media e per l’opinione pubblica».
C’è, come sostengono alcune analisti, un progetto dei musulmani di “conquistare” l’Occidente attraverso i flussi migratori? «Non so se si possa parlare di un “progetto di conquista” dell’Occidente attraverso i flussi migratori. È una tesi che qualcuno sostiene con qualche buon motivo. A mio parere, la questione fondamentale è un’altra e riguarda direttamente l’Occidente. Occorre, infatti, rispondere ad alcune domande: che cosa è oggi l’Occidente? Quali sono i suoi “valori” di riferimento? Perché i rapporti istituzionali tra i governi occidentali e quelli a maggioranza islamica, oltre agli scambi commerciali ed economici, non prevedono un riconoscimento di valori comuni e una reciprocità nelle relazioni fondamentali? Se esiste un diritto internazionale, perché la libertà di culto e di espressione religiosa non deve essere garantita e assicurata in tutti i paesi? Da qui si comprende l’intento fondamentale della nostra iniziativa: creare una conoscenza e una coscienza comune intorno ad alcuni valori che dovrebbero essere condivisi perché basati sul rispetto reciproco delle differenze d’identità, di cultura e di religione».
Che significato ha per la sua comunità questa iniziativa? «La Carta vuole essere un “piccolo seme” per richiamare i valori della prossimità, dell’attenzione, dello scambio. Per la comunità ecclesiale, è un invito a uscire (la “Chiesa in uscita”) dal tracciato tradizionale per valorizzare percorsi culturali in cui seminare e far risplendere una speranza di pace. La locuzione de finibus terrae affibbiata al promontorio di Leuca è un simbolo. Richiama la necessità di incamminarsi verso segni e luoghi condivisi, che non creano separazione, ma propongono una possibilità d’incontro e di reciproco riconoscimento».