C'è un piccolo paese dell'Appennino abruzzese che, ogni estate, prova a ricordare all'Italia una verità tanto semplice quanto dimenticata: il buon giornalismo non nasce dal rumore, ma dall'ascolto. Non vive della velocità, ma della verifica. Non rincorre il consenso, ma la realtà. È da Fano Adriano, tra le pendici del Gran Sasso, che torna a levarsi la voce del Premio Giuseppe Zilli, dedicato al sacerdote paolino che, dal 1954 al 1980, guidò Famiglia Cristiana trasformandola in uno dei più autorevoli settimanali italiani, facendo dell'informazione un autentico servizio alle persone.

La quinta edizione del Premio, i cui vincitori sono stati annunciati il 6 luglio nella sede del Consiglio nazionale dell'Ordine dei Giornalisti a Roma, arriva in uno dei momenti più complessi per la professione. Guerre combattute anche con le informazioni, intelligenza artificiale, propaganda, algoritmi, polarizzazione e social network stanno cambiando profondamente il modo di raccontare il mondo. In questo scenario il riconoscimento dedicato a don Giuseppe Zilli assume un significato che va oltre la celebrazione dei singoli premiati: diventa una riflessione pubblica sul senso stesso del mestiere di giornalista.

A ricevere il Premio Giuseppe Zilli 2026 sono Lina Palmerini per il giornalismo cartaceo, Vincenzo Morgante per la televisione, Liala Antonino per il giornalismo web e Sonia Filippazzi per la radio. Il Premio alla carriera va allo storico Franco Cardini, mentre il Premio speciale è stato assegnato all'Università degli Studi di Teramo. Un riconoscimento alla memoria ricorderà invece Sandro Galantini, storico direttore del Premio, scomparso lo scorso maggio dopo aver contribuito in maniera decisiva alla crescita della manifestazione.

A guidare la giuria è Lucio Caracciolo, direttore di Limes, che durante la presentazione romana ha preferito sostituire l'espressione "dovere della verità" con un'altra forse ancora più esigente: "onestà intellettuale". Una sfumatura che racconta bene il nostro tempo. «Siamo coinvolti non solo in guerre militari, ma anche in una guerra delle informazioni», ha osservato. Per questo, ha aggiunto, iniziative come il Premio Giuseppe Zilli restituiscono dignità a una professione sottoposta alla pressione della comunicazione in tempo reale e delle bolle digitali.

Sono parole che sembrano dialogare direttamente con l'eredità lasciata da don Giuseppe Zilli. Nato nel 1921 in una famiglia di pastori di Fano Adriano, sacerdote della Società San Paolo, Zilli comprese con largo anticipo che l'informazione non poteva essere semplice cronaca dei fatti né tantomeno strumento di potere. Doveva invece dare voce agli ultimi, accompagnare i cambiamenti della società e della Chiesa, educare i lettori a comprendere la complessità della realtà.

Durante i suoi ventisei anni alla direzione di Famiglia Cristiana, il settimanale conobbe una stagione di straordinaria crescita editoriale, distinguendosi per uno stile rigoroso, moderno e profondamente attento alla dignità della persona. Fu anche il promotore della nascita del mensile Jesus e contribuì allo sviluppo della Periodici San Paolo, lasciando un'impronta ancora oggi riconoscibile nel giornalismo cattolico italiano.

Non stupisce allora che l'intera manifestazione sia costruita attorno ai temi della responsabilità civile dell'informazione. Il programma, in calendario dal 17 al 19 luglio, alternerà momenti di riflessione culturale, incontri sulla deontologia professionale validi per la formazione dei giornalisti, approfondimenti geopolitici, cinema, spiritualità e memoria. La cerimonia conclusiva si svolgerà nell'Eremo dell'Annunziata, luogo simbolico che sembra ricordare come il silenzio e la contemplazione possano ancora aiutare a comprendere un mondo spesso travolto dalla frenesia delle notizie.

«La deontologia non è un insieme di regole per i giornalisti, ma un patto con i cittadini», ha ricordato Stefano Pallotta. Un'affermazione che riporta la professione alla sua vocazione originaria: non produrre contenuti, ma costruire fiducia.

È la stessa convinzione richiamata dalla presidente dell'Ordine dei Giornalisti d'Abruzzo, Marina Marinucci, secondo cui Giuseppe Zilli fu un anticipatore dei tempi perché mise al centro i più fragili, il rispetto della dignità umana e un'informazione inclusiva quando questi temi non erano ancora entrati nel lessico della deontologia.

In fondo è questa la vera eredità del Premio Giuseppe Zilli. Non soltanto premiare eccellenti firme del giornalismo italiano, ma ricordare che, nell'epoca dell'intelligenza artificiale, dei video manipolati e della velocità digitale, la qualità dell'informazione continua a dipendere da virtù antiche: il dubbio, lo studio, la responsabilità, il coraggio di verificare e la libertà di raccontare anche ciò che non è conveniente raccontare.

Da un piccolo paese dell'Abruzzo arriva così una lezione che parla all'intero Paese. Perché le montagne conservano una caratteristica preziosa: costringono ad alzare lo sguardo. Ed è forse proprio ciò di cui oggi ha più bisogno il giornalismo italiano.