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Nella Milano del post pandemia ad aumentare vertiginosamente (del 18 e del 24 per cento) sono scippi e rapine, compiuti soprattutto da minori che agiscono in gruppo. Un fenomeno in costante crescita.
«Scusa, hai una sigaretta?», spesso è così che comincia, indifferentemente con un sì o con un no, la violenza gratuita dei ragazzi per strada.
Vista da questa scrivania ordinata, dell’ufficio Gip del Tribunale per i minorenni di Milano, da cui passano i rinvii a giudizio, gli interrogatori di garanzia, le udienze preliminari dei minori accusati di reato nel distretto della Lombardia occidentale, l’accoltellamento del ragazzo della Bocconi è la punta di un iceberg. Sotto il pelo dell’acqua, valanghe di fascicoli di episodi, «decisamente più frequenti a Milano ma che capitano anche in altre città», individualmente magari meno gravi negli esiti, che al centro hanno, però, un ragazzo, a volte una ragazza, con una lama in tasca.
«Per giustificarsi con noi», racconta Nicoletta Cremona, magistrata esperta, da cinque anni in questo ufficio, dopo anni al penale adulti, «quasi tutti dicono che portavano il coltello, il più delle volte preso banalmente in cucina, qualche volta un coltellino svizzero, in qualche caso a farfalla, per “difendersi”, per la paura di essere aggrediti in strada. Ma la mia impressione è che lo dicano illudendosi di alleggerire la responsabilità».
L’ufficio del Gip è già un filtro, ci arrivano i casi “selezionati”, per così dire, in base a una certa gravità, gli arrestati, quelli già in contatto con i servizi, quelli con un’udienza preliminare in corso che magari sfocia in un decreto di rinvio a giudizio: «Non saprei dire se sapevano già prima che è un reato avere il coltello in tasca, perché quando arrivano qui qualcuno li ha già informati e lo sanno. L’impressione è che il “difendersi” sia una scusa e che in realtà ci sia più la ricerca del pretesto per esplodere un vissuto di rabbia, un “male dentro”. Lo fa pensare la futilità delle situazioni. In genere una rapina per bottini di scarsissimo valore: cuffiette, pochi euro, che non si capisce bene se siano un’occasione o un pretesto per aggredire».
E magari poi, dato che in tasca c’è, ci scappa pure la ferita all’arma bianca: «Alcune fanno notizia, per la gravità o perché fanno impressione per il genere di ferita, ma la lama usata o portata in giro e l’uso di sostanze (hashish pressoché tutti, ma cose anche più pesanti, soprattutto psicofarmaci come il Rivotril) sono una costante tra i minori finiti nel circuito criminale».
Il problema è che quando c’è un coltello in tasca, prima o poi esce e qualche volta finisce male, anche malissimo. Lo dicono i dati del rapporto del febbraio scorso sugli Omicidi volontari in Italia della Polizia criminale, la punta della punta dell’iceberg: non sono aumentati in assoluto, sempre meno di 350 l’anno in Italia, ma nel 2023 e nel 2024 si è visto salire rispettivamente al 45% e al 49% il dato di quelli causati da una lite degenerata. Mentre tra le armi, nei grafici da un lato si allunga la banda che indica le lame, dall’altro si ispessisce lo spicchio che indica i giovani come autori, con vittime coetanee.
Numeri in assoluto molto piccoli, per fortuna, la punta estrema della punta dell’iceberg, ma spia di una propensione, che si vede a percezione anche in assenza di esiti estremi: «La indicano i fascicoli sempre più numerosi che apriamo per ragazzi tra i 12 e i 14 anni, per richiuderli perché al di sotto dell’età imputabile e perché non troppo gravi in sé, mentre quando sono gravi anche al di sotto dei 14 anni sono possibili misure di sicurezza».
Le chiediamo chi sono questi ragazzi con il taglierino in tasca: «Li accomuna la bassa estrazione socio-culturale, la fuga dalla scuola, tanti i casi di minori non accompagnati che non si è riusciti a tenere nei contesti di accoglienza, che magari vivono per strada, facili prede di circuiti malavitosi che forniscono loro qualche spicciolo e droga; ma anche tanti casi di italiani di seconda generazione che vivono in contesti familiari di genitori bravissimi, che fanno di tutto per lavorare e dare riferimenti ai figli, ragazzi che poi, però, escono, si aggregano con altri coetanei e poi li ritroviamo con il coltello. Un po’ più raramente vengono da realtà meglio inserite, ma lì più spesso la rapina è senza coltello. Più si scende nel contesto educativo, più c’è dispersione scolastica, più si muovono liberi giorno e notte, più troviamo droga e coltelli. Quasi sempre, tra i ragazzi che commettono questo tipo di reati, c’è una dinamica di gruppo».
Nel caso di corso Como ha fatto notizia la violenza delle parole dopo quella dei fatti: «La cosa che continua a colpirmi, nei ragazzi rispetto agli adulti, è la gratuità della violenza, la mancanza di empatia, non ho mai visto un ragazzo davvero disperato per quello che aveva commesso. Quando chiedo loro: “Ma se al posto di quello che hai ferito ci fosse stata tua mamma, tuo papà, tuo fratello?”. Sembrano percepire soltanto sé stessi, al massimo colgono il dolore arrecato ai genitori, spesso, salvo casi di massimo degrado, persone perbene che lavorano tutto il giorno. Quello che non si vede è la capacità di immedesimarsi nel dolore inflitto agli altri, alle vittime».
A volte la paura suggerisce anche a loro la tentazione di armarsi a propria volta illudendosi di difendersi: «Bisognerebbe andare nelle scuole a spiegare che è un reato portare il coltello e che spesso averlo significa mettersi ancora più a rischio».






