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Da coordinatore dell’area giovani e dipendenze della Comunità Casa del Giovane di Pavia, lo psicologo Simone Feder è spesso chiamato, in giro per la Lombardia, ad assistere classi che devono elaborare fatti gravi, come aggressioni con il coltello nell’ambito della scuola: «Quando succede», racconta, «restano tutti bloccati, ma prima la percezione del pericolo di avere una lama in tasca, di ferire qualcuno, non è sentita. Non sono allenati a cogliere gli alert: prima di una coltellata che nasce da uno sguardo fuori posto, ci sono stati una mancanza di rispetto, un vivere disordinato, che nessun amico ha notato e provato a contenere».
Gli chiediamo del pensiero ricorrente che avere un coltello in tasca possa servire a difendersi da un’aggressione, un immaginario a volte ingenuo che contagia trasversalmente, liceali di contesti non disagiati compresi, come abbiamo potuto constatare anche noi nel corso di incontri scolastici in tema di legalità: «Hanno paura di aggressioni gratuite, pensano di portare il coltello, pur avendo timore di usarlo. Dietro i disagi della Generazione Z, in contesti sociali diversi, c’è carenza di figure genitoriali autorevoli: come piantine che vengono su senza il paletto che le tiene dritte, per troppi ragazzi le persone significative di riferimento sono solo i coetanei. Crescono “esposti”: sovraccaricati di stimoli e di aspettative altrui, privati dei riferimenti, cercano continuamente di essere visti, non tanto per un like, quanto per corrispondere all’etichetta di uomo, di donna costruita dagli altri, così si spiegano, anche, il coltello in tasca al ragazzo, la foto ritoccata sui social della ragazza».
«Io non ho mai portato coltelli, ma capisco chi ha paura di uscire in certi quartieri», spiega Alberto, 16 anni, residente in una città di provincia a nord di Milano, in comunità a Pavia, che accende un riflettore sulla musica: «Se nel rap c’è anche poesia, certi testi trap vomitano una violenza che fa rabbrividire, alcuni raccontano un vissuto che segna da cui prendono poi anche le distanze, in altri come Simba la Rue, Baby Gang c’è esaltazione. Bisognerebbe ascoltare consci che non è un manuale di istruzioni per la vita, ma non tutti lo capiscono. La musica che ascolti, l’influenza di quelli che frequenti, la mancanza di prospettive se parti dai quartieri difficili, di luoghi sani di aggregazione sono le cose che portano i ragazzi su strade sbagliate».
Alberto forse non sa che sono stati proprio questi i temi al centro di un dibattito parlamentare il 15 ottobre scorso, a Londra, dove i coltelli sono da tempo un’emergenza più grande che da noi. Le strategie che lo Youth Endowment Fund (un’organizzazione benefica indipendente che nel Regno Unito lavora alla prevenzione della violenza tra i giovanissimi) dice efficaci sono le stesse che indica Feder: «Coinvolgere nel fare volontariato, sport, educazione, per rimettere le basi che portano a “vedere” l’altro. Non lo puoi vedere se nessuno ti ha insegnato a vedere te stesso, a verbalizzare il tuo mondo interiore: va a finire che è la rabbia inespressa a prevalere e determinare azioni impulsive, ma la rabbia è un’emozione, non può diventare identità».
Ci si chiede che impatto abbiano gli stupefacenti: «Le neuroscienze ci dicono che la cannabis, ormai quasi generalizzata, agisce sulla corteccia prefrontale: ne vengono condizionati il controllo, l’attenzione, il pensare prima di agire».






