PHOTO
Ci sono libri che si leggono e poi si dimenticano, e ce ne sono altri che restano addosso perché raccontano la vita così com’è: fragile, ferita, ma capace di ripartire quando tutto sembra perduto. Cento ripartenze. Quando la vita ricomincia – Volume 2 di Giorgio Paolucci appartiene a questa seconda categoria. Non è semplicemente una raccolta di racconti, ma una sorta di viaggio dentro l’umanità, una mappa di quelle piccole luci che continuano a brillare anche quando il tempo sembra dominato dalla paura e dalla rassegnazione. Vorrei fare una piccola premessa: conosco l’autore da più di trent’anni per i comuni trascorsi giovanili nel quotidiano Avvenire e mi è stato difficile tenere alla larga le motivazioni dell’amicizia dal rigore professionale con cui mi addentro nella recensione di un libro. Ma sono pronto a giurare che avrei scritto le stesse cose anche se non avessi mai conosciuto l’autore, vista la materia che saltava all’occhio ad ogni pagina.
Il libro nasce da una constatazione lucida: viviamo anni segnati da guerre, solitudini, precarietà e smarrimento. Lo stesso autore lo riconosce con grande realismo, osservando come molte persone si scoprano fragili e disorientate mentre attorno a loro si moltiplicano promesse di felicità facili e illusorie. Eppure proprio dentro questo scenario Paolucci sceglie una strada diversa: andare alla ricerca dei segni di bene nascosti nella realtà, quelle “pepite” che raramente arrivano sulle prime pagine dei giornali ma che continuano a nutrire la speranza degli uomini.
L’autore si muove come un cercatore d’oro. Setaccia le pieghe della cronaca, i luoghi marginali della società, le storie dimenticate. Ne nasce un libro composto da cento brevi capitoli, ognuno dei quali racconta una ripartenza. Non si tratta di storie idealizzate o consolatorie. Al contrario, quasi tutte nascono da situazioni dure: carceri, malattie, povertà, errori gravi, vite che sembravano ormai finite. Ma proprio lì, dove tutto sembra chiuso, accade qualcosa che cambia il corso delle cose.
Colpiscono soprattutto le pagine dedicate al mondo del carcere. E non è un caso, perchè l’autore, che è stato caporedattore centrale del quotidiano dei vescovi, da sempre assetato di umanità (fu tra primi, alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso, a scoprire il tema dell’immigrazione extracomunitaria, quando ancora in Italia non ne scriveva nessuno) dopo la pensione si è dedicato al volontariato proprio in questo ambiente. Paolucci racconta uomini che hanno commesso reati gravi e che tuttavia scoprono, nel luogo più impensato, la possibilità di una vita nuova. C’è il mafioso che, trovandosi davanti l’assassino del fratello, rinuncia alla vendetta e lo abbraccia. C’è l’ex boss della droga che dopo l’arresto comprende il male provocato e decide di studiare filosofia, arrivando a laurearsi e a dedicarsi ai poveri. C’è il detenuto tatuato che, ascoltando le omelie del cappellano, chiede il battesimo perché per la prima volta sente parlare di Cristo come di una presenza viva. In queste storie il carcere smette di essere solo un luogo di punizione e diventa uno spazio in cui l’uomo può riscoprire se stesso. E noi abbiamo la possibilitò di vivere la stessa esperienza interiore, di rispondere a questa domanda di sneso, proprio leggendo queste pagine.


Accanto al carcere emerge un altro grande tema: l’educazione. Paolucci mostra come l’incontro con un insegnante, un educatore o un volontario possa cambiare un destino. Il racconto del maestro di Albert Camus, che riconobbe il talento di un bambino povero e lo accompagnò nel suo percorso fino al Nobel, diventa simbolo di ciò che significa educare davvero: accorgersi di qualcuno e scommettere su di lui. Allo stesso modo l’autore narra la storia di una insegnante in pensione che torna ad aiutare gratuitamente ragazzi in difficoltà e quella di un preside che costruisce con i suoi studenti una cattedrale di mattoncini Lego per mostrare che la vita, come un edificio, cresce dettaglio dopo dettaglio.
Il libro non evita il confronto con il dolore più radicale. Le pagine dedicate alla malattia e alla morte sono tra le più intense. Lo scrittore racconta persone che scoprono nella fragilità un’occasione inattesa per guardare la vita con occhi nuovi. C’è il cappellano d’ospedale che convive con il Parkinson e definisce la sua malattia un “amico invadente” capace di insegnargli cosa conta davvero. C’è la storia di un trapianto di rene che salva due fratelli in modo imprevedibile. Ci sono genitori che perdono un figlio e trovano nella prova la forza di ricostruire la propria vita.
Lo stile dell’autore è limpido, essenziale, quasi da cronaca narrativa. I capitoli sono brevi, costruiti spesso attorno a un incontro o a una testimonianza. Non c’è retorica né moralismo: Paolucci lascia parlare i fatti, convinto che la realtà possieda già in sé una forza narrativa sufficiente. Proprio questa sobrietà rende le storie ancora più credibili e incisive.
Il risultato è un libro profondamente controcorrente. In un’epoca in cui la narrazione dominante tende a concentrarsi quasi esclusivamente sul male e sul fallimento, Cento ripartenze compie un gesto semplice ma radicale: raccontare il bene che continua a nascere, il seme che dà i suoi frutti. Non un bene astratto o ideologico, ma quello concreto che si manifesta nei gesti quotidiani, nei legami, nella fede, nella capacità di perdonare.
Pagina dopo pagina emerge una convinzione chiara: la vita non è mai definitivamente perduta. Anche quando tutto sembra chiuso, esiste sempre la possibilità di un nuovo inizio. È questo il cuore del libro (un cuore profondamente evangelico) e la ragione per cui la sua lettura lascia una sensazione rara: quella di uscire dalle pagine con uno sguardo più fiducioso sulla realtà e sull’uomo. Se vi pare poco ...




