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Suor Kamila, seduta a destra, suor Sabina, a sinistra, e suor Lidia, in piedi, con alcune mamme e i loro figli nella casa di Korotych.
Il manto spesso di neve e ghiaccio che ricopre la strada di Korotych dove sorge la casa famiglia delle suore di don Orione per madri sole crea un’atmosfera ovattata, rarefatta. La temperatura, al mattino, raggiunge i 13 gradi sotto lo zero. Una donna con suo figlio, di 3 o 4 anni, ospiti della casa famiglia, infagottati in cappucci e sciarpe fino agli occhi, chiedono un passaggio in auto per arrivare alla stazione degli autobus: a piedi con un bambino, con il gelo per la strada, è troppo pericoloso.
Dentro la casa, il silenzio è rotto soltanto dalle grida dei bambini che giocano e corrono per il corridoio e da una stanza all’altra. Nella cameretta adibita solo per lei, una ragazza – che chiamiamo Kateryna - culla tra le sue braccia con tenerezza la sua bambina nata un mese fa. Kateryna ha 28 anni e altri tre figli, ma nessuno di loro vive con lei. «Questa ragazza è arrivata qui da noi un mese prima di partorire», racconta suor Kamila Frydryszewska, religiosa polacca, superiora della casa di accoglienza fondata dalle Piccole suore missionarie della carità (suore di don Orione) in questo sobborgo della città di Kharkiv, nel Nordest dell’Ucraina.
«Kateryna sta cercando di uscire da una situazione molto difficile: il papà della bambina è dipendente dall’alcol e lei è dipendente da lui, intrappolata in una relazione tossica e in una condizione di vita segnata dal degrado. Ma non voleva che anche la piccola appena nata le venisse portata via dai servizi sociali, così ha deciso di staccarsi dal compagno e di venire qui da noi. Anche se la sua condizione è molto fragile: non sappiamo se, una volta che sarà andata via da qui, tornerà di nuovo con lui».
Da tanti anni la casa famiglia di Korotych apre le sue porte all’accoglienza di madri sole in condizione di grave difficoltà, donne con disagio sociale, psicologico, economico, spesso con un passato di dipendenze, di abbandono familiare, storie di maltrattamenti, di abusi. Oggi la casa ospita sette madri con i loro bambini e bambine. «Qui da noi ricevono la prima accoglienza, nella fase per così dire emergenziale. Ricevono assistenza, sostegno psicologico. Si fermano per qualche tempo, poi vengono spostate nelle altre due case famiglia più grandi, poco distanti da qui, che dipendono da Caritas Spes (la Caritas della Chiesa romano-cattolica) ma sono gestite da noi».


Suor Kamila è arrivata qui dalla Polonia tredici anni fa. Insieme a lei ci sono tre consorelle, tutte polacche, suor Renata Jurczak, suor Sabina Pekala e suor Lidia Drozniewska. Trent’anni fa suor Renata è stata la prima ad arrivare in Ucraina, a Kharkiv. Nel Paese appena uscito dalla dominazione sovietica, la religiosa orionina accoglieva le persone senza fissa dimora, i bambini di strada. Poi è cominciata la missione rivolta alle ragazze madri. Suor Sabina, che in passato ha vissuto anche in Italia, risiedeva a Kharkiv, ma si è trasferita a Korotych dopo l’invasione russa e l’inizio della guerra su vasta scala, cominciata il 24 febbraio del 2022, perché il sobborgo era considerato relativamente più sicuro, meno esposto ai pericoli dei bombardamenti rispetto alla città.
Distante dal confine russo appena una quarantina di chilometri, Kharkiv, la seconda città più grande dell’Ucraina dopo Kyiv e in passato capitale del Paese, è stata fin da subito uno dei principali bersagli della massiccia offensiva di Mosca, che ha cercato nei primi mesi di conquistarla stringendola nella morsa dell’assedio e a pesanti bombardamenti. Ma Kharkiv ha strenuamente resistito all’avanzata russa.
In questi quattro anni di guerra, la città non ha mai avuto tregua e continua a subire attacchi costanti con missili e ondate di droni. Nemmeno Korotych è stata risparmiata. Nel corridoio della casa, al secondo piano, suor Sabina mostra sul soffitto uno squarcio causato dall’ingresso di un grosso proiettile, che poi è rimbalzato con forza sul pavimento rompendone una parte. I pezzi del proiettile sono conservati dietro all’altare nella cappella della casa, a memoria di un pericolo che è stata scampato. «Per fortuna in quel momento nel corridoio non c’era nessuno altrimenti sarebbe stato colpito e probabilmente ucciso», dice la religiosa.
Ogni giorno, tranne il sabato e la domenica, suor Sabina prende l’autobus e torna a Kharkiv dove continua a occuparsi della mensa di Caritas Spes. «Tanti di quelli che vengono da noi a ricevere il pasto sono senza tetto, ma per la maggior parte sono sfollati arrivati dai territori occupati, dalle zone del fronte, persone che hanno perso tutto. E poi moltissimi anziani, quelli che sopravvivono a fatica con pensioni bassissime».
In questo inverno durissimo, segnato da un rigore e temperature senza precedenti negli ultimi anni in Ucraina, anche a Korotych bisogna convivere con i continui blackout della corrente elettrica – provocati dagli attacchi russi alle infrastrutture energetiche in tutto il Paese – e cercare delle modalità per gestire al meglio la vita quotidiana.
Intanto, al primo piano della casa famiglia, le risate allegre e gli abbracci dei piccoli ospiti scaldano il cuore. In questa terra vicina al fronte, la casa delle suore di don Orione è un baluardo della carità che non si è lasciata sopraffare dalla guerra.




