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lunedì 25 luglio 2016
 
Il funerale del boss
 

Chi era Vittorio Casamonica (e di cosa vive il suo clan)

21/08/2015  Droga, usura, estorsioni. Rigido controllo del territorio. È una lunga storia criminale, quella del clan Casamonica, che inizia a Roma e nel Lazio oltre 40 anni fa. Quanto al funerale del boss Vittorio Casamonica, non è una prima volta. E serve a mandare un messaggio chiaro.

Non servono infiltrati o tecniche investigative sofisticate. Bastano poche ore di navigazione sui canali social, dove i bazar kitch dei Casamonica sono ostentati, mostrati come feticci di un potere conquistato in decenni di attività criminale. Compleanni, fidanzamenti, alleanze, feste, matrimoni. Ovunque c'è uno smartphone, pronto a pubblicare tutto su youtube. Dal karaoke sulle note di Frank Sinatra, alla sfilata di macchine di lusso.

E così il funerale del padrino Vittorio è solo un pezzo – senza dubbio eclatante – che si aggiunge al mosaico di quella parte di Mafia Capitale più evidente
. Sfacciata, in una sorta di sfida, che nasce quarant'anni fa. Sinti abruzzesi di origine, arrivati a Roma negli anni '70, con una tradizione di “cavallari” secolare alle spalle, il grande clan dei Casamonica è partito dal basso.

Riscossione di crediti per le batterie della banda della Magliana, quando questo nome contava nella capitale. E poi la droga, l'eroina, l'usura, l'estorsione. Con gruppi e sottogruppi, clan alleati e fedeli anche fuori il raccordo anulare, da Ostia – con gli Spada – fino a Latina, dove i Ciarelli e Di Silvio controllano la città.

A volte basta il nome. Pronunciarlo nelle vie delle borgate a sud di Roma fa capire cosa vuol dire il “mondo di mezzo”, quella metafora usata dalla procura di Roma per inchiodare il gruppo di Massimo Carminati. Non ci si spara, meglio allearsi. Un grande cartello che riunisce quel che rimane dei gruppi organizzati degli anni '70 – che hanno nella loro storia rapporti mai chiariti con l'eversione nera e alcuni apparati dello Stato – con gruppi di camorra di peso, quale i Senese, fino ad arrivare ai fedelissimi Casamonica. Un trust che si allea e convive con la 'ndrangheta, presente negli investimenti nel centro della città e nel controllo delle piazze in tantissime borgate.


Un sequestro effettuato dai Carabinieri nel 2013 ai Casamonica: beni per 3 milioni di euro.
Un sequestro effettuato dai Carabinieri nel 2013 ai Casamonica: beni per 3 milioni di euro.

Nel 1992 Vittorio Casamonica era già ritenuto il capo del clan

Il nome dei Casamonica assume un certo rilievo nel panorama criminale romano già all'inizio degli anni '90, quando la squadra mobile esegue i primi sequestri. Il 9 dicembre del 1992 in due autorimesse della zona sud – in via Giulio Agricola e in via Tito Labieno – la polizia trova il “garage di famiglia”: Jaguar, Ferrari, Rolls Royce, valutate, all'epoca, in qualche miliardo di lire. Venne applicata, in quel caso, la normativa antimafia che era stata appena votata dal Parlamento.

Vittorio Casamonica era già ritenuto il capo del clan e il suo nome era emerso nel corso di indagini della procura della capitale sull'infiltrazione dei gruppi di camorra. Da almeno vent'anni nessuno poteva dire di non sapere.


Il ruolo di punta nella gestione degli schemi finanziari spetta alle donne del clan

  

Passa una decina di anni e le indagini iniziano a colpire il sistema di riciclaggio del clan. Gli investigatori scoprono che il ruolo di punta nella gestione degli schemi finanziari spetta alle donne. La procura di Roma arresta, tra gli altri, Anna Di Silvio, madre di Dora e Mirella Casamonica e anche di Concetta, convivente con Pasquale Di Silvio. Sono loro – secondo l'accusa dell'epoca – a movimentare milioni di euro verso il Principato di Monaco.

La Dia accertò che da tempo i flussi finanziari dei Casamonica si erano trasferiti, attraverso operazioni sofisticate, in direzione del paradiso fiscale nel sud della Francia. In quella stessa operazione – chiamata “Esmeralda” – la Direzione antimafia romana sequestrò diverse ville, con mobili antichi e ornamenti di pregio. Immagini che torneranno solo pochi anni fa, quando la polizia mostrò le case kitch e ricche durante le perquisizioni. Ville incastonate tra case popolari nella zona compresa tra Tor Vergata e Anagnina, a conferma del radicamento del gruppo in quel territorio.

Da allora le cronache giudiziarie sono fitte, con continue operazioni, arresti, sequestri. Sempre più spesso l'affare principale della famiglia è la droga, che si accompagna con l'usura e l'estorsione. Tre anni fa un'intera via venne chiusa dalle forze di Polizia, nella zona della Romanina, Tor Vergata, perché era stata trasformata in una sorta di bazar all'aperto di stupefacenti. I clienti non erano solo romani, gran parte dei giovani arrivavano dall'area dei Castelli romani, zona sotto l'influenza dei Senese e degli stessi Casamonica.

“Qui comandiamo noi”

Le difficoltà investigative nascono dalla forte ramificazione e diffusione del gruppo. I due alleati principali – strettamente imparentati con i Casamonica – garantiscono gli affari anche lontano dalla zona sud della capitale, in un triangolo dove la criminalità organizzata sta crescendo senza sosta. A Ostia comanda la famiglia Spada – alleata con i clan Fasciani e Triassi, colpiti dall'operazione Nuova Alba della Dda di Roma solo due anni fa – capeggiata da Carmine Spada, accusato di estorsione aggravata. Nella zona di Latina da almeno vent'anni agiscono le famiglie Ciarelli e Di Silvio, attive nello spaccio di stupefacenti, nell'usura e nelle estorsioni. I principali esponenti sono stati condannati qualche mese fa nel corso del processo Caronte, nato da un'indagine della squadra mobile della capitale pontina dopo una serie di ferimenti e omicidi. Un processo difficilissimo, che si è svolto in un clima di tensione, tra minacce velate e rinunce di avvocati.

E proprio a Latina c'è il precedente più eclatante del funerale di Vittorio Casamonica. Il 9 luglio del 2003, sul litorale pontino, a pochi passi dai bagnanti, una bomba uccise Ferdinando Di Silvio, esponente di una delle famiglie alleate con i Casamonica. I funerali si tennero l'11 luglio, con la salma trasportata in carrozza e la presenza massiccia di gruppi sinti arrivati da tutta Italia. Il corteo funebre partì dalla zona delle case popolari, territorio tradizionalmente controllato dal clan, per arrivare nella chiesa di Santa Maria Goretti: fu la risposta all'attentato. L'ostentazione del potere, la forza mostrata a tutti, per continuare a dire “Qui comandiamo noi”.


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