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martedì 12 dicembre 2017
 
COOPERANTE ITALIANO UCCISO
 

Lino Swapon Das: "In Bangladesh le religioni vivono in armonia"

01/10/2015  Il presidente di Dalit, Ong bengalese che lavora per la formazione e l'educazione delle comunità oppresse e discriminate dei fuori casta, parla dell'impegno della sua associazione e riflette sulla tragica morte del cooperante italiano Cesare Tavella, ucciso a Dacca.

Dalit, oppresso, calpestato, schiacciato, come indica la parole in lingua hindi. Ovvero fuori casta, intoccabile, il gradino più basso del rigido sistema delle caste che caratterizza la società indiana e quella bengalese. Lino Swopon Das, nato in Bangladesh 49 anni fa («secondo quanto riporta il mio certificato di nascita»), è un dalit, un oppresso. Ma per lui la possibilità di cambiamento e di riscatto da una vita di miseria e discriminazione è arrivata dall'incontro con un missionario saveriano italiano, che gli ha permesso di studiare e di venire in Italia.

Grazie al sostegno del Centro orientamento educativo (Coe), Lino ha trascorso nove anni nel nostro Paese
. Ha ottenuto il diploma di infermiere professionale, ha poi conseguito la laurea breve in Tecnico di laboratorio a Milano. Nel 1995 è tornato in Bangladesh, ancora oggi uno dei Paesi più poveri del mondo: «Il mio obiettivo non era vivere in Italia ma rientrare per aiutare la mia terra». Nel 1998 ha così fondato Dalit, una Ong con sede a Khulna (www.dalitbd.org) nella zona occidentale dello Stato, che lavora per la formazione, l'educazione, lo sviluppo delle comunità dei fuori casta nella zona sudoccidentale del Bangladesh.  
  

«Ricordo che quando ero alle scuole elementari», racconta Lino, «in quanto fuori casta non potevo sedermi sulla panchina con gli altri studenti, dovevo stare per terra. Oggi le cose sono un po' cambiate, grazie anche ad attività di sensibilizzazione nelle scuole. Ma l'appartenenza ai fuori casta resta comunque una pesante stigmatizzazione. «Ad esempio, nei villaggi rurali gli appartenenti alle caste più alte non stanno insieme ai dalit, si tengono lontani da loro, i ristoranti non servono da mangiare ai fuori casta, oppure, se lo fanno, servono il cibo in piatti separati, solo per loro. I giovani dalit che completano gli studi hanno molta difficoltà a trovare poi un lavoro». 

Oggi l'associazione Dalit ha 64 scuole, un ospedale, due istituti tecnici. «Ci occupiamo di progetti educativi per sradicare l'ingiustizia sociale e la discriminazione, lavoriamo per l'educazione in particolare delle bambine, spesso vittime di matrimoni precoci, portiamo avanti programmi sanitari e di
empowerement delle donne attraverso lo sviluppo di attività di artigianato femminile». L'associazione riceve sostegno soprattutto dall'Italia, in particolare grazie alla collaborazione del Centro orientamento educativo.

In Bangladesh il 90% circa della popolazione è di fede musulmana, seguono poi gli indù, i cristiani sono un'esigua minoranza, lo 0,6% (secondo i dati del 2010). «Nella Ong io sono cattolico, ma la maggior parte dei membri sono indù, fuori casta. Il sistema delle caste riguarda tutte le religioni, ma i dalit perlopiù sono di fede induista. E noi vogliamo dare ai fuori casta la possibilità di lavorare e migliorare la loro condizione».
 
A proposito dell'uccisione nella capitale Dacca di Cesare Tavella, veterinario di 51 anni che lavorava come cooperante per un'organizzazione olandese, Lino commenta: «Negli ultimi anni anche in Bangladesh si è sviluppata un'area estremista all'interno del mondo musulmano. I movimenti, la facilità di spostamento tra un Paese e l'altro hanno portato all'instaurazione di legami tra i fondamentalisti dei Paesi arabi e il Bangladesh. Ad esempio, nel nostro Paese sappiamo che in alcune scuole coraniche viene insegnato ai ragazzi come effettuare bombardamenti e come usare le armi».

Eppure, in Bangladesh le relazioni interreligiose sono sempre state molto buone. Lo afferma anche Silvia Rovelli, 37enne di Voghera, cooperante di Dalit da un anno e mezzo, dopo un'esperienza maturata in India: «In Bangladesh musulmani, induisti e cristiani hanno sempre vissuto in armonia, ogni fede celebra le sue festività nel reciproco rispetto, nel Paese si trovano moschee, chiese, templi».

L'assassinio al momento resta un mistero. L'atto è stato rivendicato dall'Isis, ma il ministro dell'Interno ha smentito questa pista. «Dopo l'omicidio, ho partecipato a una riunione urgente indetta dal Forum delle Ong internazionali a Dacca», racconta Silvia. «Hanno raccomandato ai cooperanti di prendere delle precauzioni, di evitare di uscire di sera a piedi, di frequentare luoghi affollati dove si radunano in genere gli stranieri. Purtroppo non si sa se si sia trattato di un gesto isolato, magari di uno squilibrato, o dell'inizio di qualcosa di più esteso e preoccupante che segni un nuovo clima di intolleranza. Se così fosse, sarebbe un problema enorme per tutto il Paese: in Bangladesh sono presenti numerose imprese straniere nel campo dell'abbigliamento che - nel bene e nel male - danno lavoro a tantissimi bengalesi. Se si diffondesse un clima di insicurezza sarebbe un grave danno per l'economia del Paese».  

(la foto sopra è tratta dal sito www.dalitbd.org)

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