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martedì 21 novembre 2017
 
La collana
 

Famiglia, la gioia della vita insieme

02/09/2015  “Questioni di famiglia”, la serie di dodici volumi per esplorare il pensiero della Chiesa su matrimonio e vita di coppia. Don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale della Cei per la pastorale della famiglia, spiega le tematiche dei dodici volumi della collana pensata insieme dall’Ufficio della Cei, dalle Edizioni San Paolo e dal Cisf.

Si intitola “Questioni  di famiglia” la collana ideata dall’Ufficio famiglia della Cei, le Edizioni San Paolo e il Cisf.
Si intitola “Questioni di famiglia” la collana ideata dall’Ufficio famiglia della Cei, le Edizioni San Paolo e il Cisf.

Una chiamata alla felicità. «Nel disegno di Dio la famiglia non è una serie di problemi, di obblighi, di doveri. Dio ha una promessa di felicità per ogni uomo e per ogni donna che si uniscono nel suo nome. Ed è da questo che vogliamo partire». Don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale della Cei per la pastorale della famiglia, spiega che i dodici volumi della collana Questioni di famiglia, pensata insieme dall’Ufficio della Cei, dalle Edizioni San Paolo e dal Cisf, «volutamente parla, nel primo volume, della bellezza della famiglia. Affidando il tema alla competenza e alla sensibilità di monsignor Enrico Solmi, padre sinodale e da sempre impegnato, come uomo, come prete, come vescovo, ad accompagnare da vicino gli sposi».

A chi è diretta questa collana?

«A tutti coloro che vogliono approfondire le questioni di cui si discuterà al Sinodo. Con uno sguardo che va anche oltre l’evento di ottobre. Abbiamo colto l’invito del Papa a far uscire il dibattito dalle strette aule sinodali e abbiamo pensato di usare un linguaggio molto accessibile a chi vive la storia quotidiana della famiglia, le fatiche, le ferite del “per sempre”, dell’educazione, di generare oggi delle persone che possano vivere il Vangelo in questo tempo. Abbiamo pensato a un accompagnamento che sia dare cibo buono alla portata di chi deve mangiarlo. Un po’ come la mamma di famiglia che spezzetta la stessa carne per i più piccoli e dà la fettina intera per i più grandi. C’è una esplorazione del Magistero, dei documenti della Chiesa, del Vangelo, uniti alla concretezza del vivere quotidiano».

Come si fa, in una società dai costumi mutati, a far arrivare il messaggio del “per sempre”, della castità, del progetto?

 «Credo che dal Papa abbiamo avuto un segnale molto forte quando il 4 ottobre è andato ad Assisi facendo il viaggio al contrario di san Francesco. Il Poverello d’Assisi aveva fatto il viaggio a Roma per chiedere una regola per il suo Ordine e il Papa è andato ad Assisi per chiedere una regola nuova per la Chiesa. Una regola che è il Vangelo. Questa radicalità del Vangelo è la vera chiave per spalancare un nuovo modo di vivere l’amore.  Che significa andare controcorrente, avere maggiore sobrietà rispetto al consumismo dilagante, coppie che costruiscano il loro matrimonio non come un lusso. Il che significa anche avere coppie di fidanzati con il coraggio di scoprire che ci vuole molto più amore per attendere di avere rapporti coniugali piuttosto che lasciarsi inebriare dai costumi di questi tempi. È l’amore che cambia tutto. E quindi la castità, per esempio, non diventa una prigione, ma una forma di libertà di amare. Il corpo non è più dato in prestito, ma regalato totalmente all’altro all’interno di un progetto solido, di un “sì” per sempre. Il Papa ci sprona a passare dalla cultura del provvisorio a relazioni che diano stabilità e futuro alla nostra società. E la famiglia fondata sul matrimonio è la maggiore stabilità che possiamo dare alla nostra convivenza civile. Nella collana abbiamo anche pensato a una nuova luce per le famiglie ferite».

C’è bisogno però di una formazione continua su questi temi. Come si muove, in questo campo, l’Ufficio della Cei per la famiglia?

«Abbiamo fatto una esperienza quest’estate  con un master fatto insieme tra coppie di sposi con i loro figli, sacerdoti, religiosi e religiose. Eravamo circa 350 persone, per due settimane. Alle relazioni della mattina seguivano i laboratori pastorali del pomeriggio, ma soprattutto è stata la vita insieme che ci ha insegnato tanto. Direi che possiamo parlare di una “santità del pannolino”. Abbiamo vissuto insieme le discussioni con i figli adolescenti, la difficoltà delle persone inferme o più anziane che vivono in famiglia. Il vero luogo di formazione è stata questa vita in comune. La famiglia, allora, diventa la vera palestra di formazione. Voglio citare l’esempio del seminario regionale delle Marche, ad  Ancona, dove ogni seminarista viene “affidato” a una famiglia presso la quale il giovane va una sera a settimana e con la quale condivide la quotidianità, dalla febbre del più piccolo alla scelta della scuola del più grande. Stiamo sperimentando una modalità nuova, quella di rendere le famiglie soggetto della pastorale su tutti i temi: la formazione e l’accompagnamento delle giovani coppie, il maschile e il femminile, una liturgia più adeguata alle famiglie, le ferite della famiglia, il mondo dei social network, le unioni di fatto, le convivenze. Facendo anche sì che, in alcune stagioni, sia la casa più che la parrocchia il luogo preponderante della pastorale».

Fra i tanti temi affrontati dalla collana c’è anche quello del “Dov’è tuo fratello?”. Anche il tema dell’immigrazione ha a che fare con la vita e l’esperienza della famiglia?

«Certamente. Ne abbiamo discusso anche di recente in un convegno in Sicilia – balcone sul Mediterraneo – sul tema Famiglia e immigrazione organizzato con altri cinque uffici della Cei. L’idea è che se mio fratello vive in una situazione di guerra, di povertà e di fame e da questo sta fuggendo, io ho un dovere di allargare le braccia e di creare dei veri percorsi di accoglienza che sappiano guardare nel futuro, per creare anche le condizioni perché un giorno quel fratello possa tornare a casa. Ma che, soprattutto, possa sentirsi in una comunità che vive la vera civiltà dell’amore. Chi chiude le porte non sa che quello è suo fratello.  Questo insegna moltissimo alle famiglie, perché fa capire che i beni più ricchi e belli sono quelli condivisi. Il valore vero delle cose viene dal farne dono agli altri. Senza contare che, in futuro, visto che gli studi dicono che nel 2020 avremo 0,8 figli per coppia, noi avremo sempre più bisogno della creatività di questi popoli».

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