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giovedì 21 febbraio 2019
 
politica
 

Grillo e i giornalisti, quelle parole che possono diventare proiettili

27/09/2016  Più che gli episodi di minaccia e talvolta persino linciaggio alla convention di Palermo spaventano le frasi all'indirizzo dei giornalisti, paragonati addirittura a degli assassini. E' questa la democrazia diretta dei Cinque Stelle?

Julian Assange
Julian Assange

Mentre domenica guardavo scorrere le immagini degli insulti, delle intimidazioni e persino dei linciaggi da parte dei militanti Cinque Stelle contro i giornalisti, arrivati a Palermo per raccontare la convention grillina, pensavo alle parole dette da papa Francesco ai dirigenti del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, riuniti nella Sala Clementina del Vaticano, due giorni prima: il pontefice argentino aveva parlato di responsabilità di una professione cruciale, dei rischi di un’informazione asservita, della necessità di mettersi al servizio della democrazia e della pace attraverso uno scrupoloso e onesto lavoro di analisi e di verifica delle fonti. Una visione un po' diversa, per usare un eufemismo, della visione dei grillini nei confronti del giornalismo e dell'informazione.

Questa faccenda del rapporto tra i Cinque Stelle i giornalisti comincia a diventare inquietante. Non alludo solo agli insulti e ai pestaggi del popolo grillino. Mi inquietano di più le parole volate sul palco. Parole che, come è noto, a volte possono arrivare a diventare pietre e in taluni casi non impossibili persino proiettili. Non c’è bisogno di essere un massmediologo della scuola di Birmingham per capire che il rapporto tra i Cinque Stelle e l’informazione è del tutto nuovo e basato sul progresso tecnologico. In tutti i comizi di Grillo salgono sul palco decine di militanti armeggiando i-Phone, tablet, Pc, telecamerine, smartphone agganciati a prolunghe e congegni vari. Quella panoplia di diavolerie elettroniche mostrate sul palco non ha solo uno scopo tecnico, sta anche a significare la democrazia diretta e ha un alto valore simbolico: ha sostituito quelle che negli altri partiti sono le bandiere, i gonfaloni, gli striscioni. Uno sfoggio postmoderno e suggestivo di potenza, di identità. Come a dire: vedete? Siamo la democrazia diretta, non abbiamo bisogno di filtri, il potere da noi è nudo, chiunque di noi può riprendere le parole del leader e portarsele a casa, quegli infami di giornalisti non ci servono, non occorre nemmeno che i nostri politici concedano loro interviste (che infatti sono rare, distillate e probabilmente concordate con i vertici, pena l’espulsione), sono dei servi del potere, siamo legittimati a insultarli.  

Peccato che nel biasimare e sbeffeggiare i giornalisti non è che Grillo anteponga modelli di informazione più corretta. Semmai è il contrario. Che il giornalismo sia conciato come è conciato in Italia lo sappiamo tutti, che ci siano casi di asservimento al potere lo sappiamo altrettanto, ma sappiamo anche che non dobbiamo generalizzare. Tra l'altro, se non sbaglio, alle "Quirinarie", la consultazione on line per il candidato alla Presidenza della Repubblica i grillini votarono per Milena Gabanelli, che è una giornalista, come pure è un giornalista uno dei personaggi più apprezzati da Grillo e dal movimento, Marco Travaglio. Del resto quale sarebbe l’alternativa all’informazione italiana, piuttosto malconcia, anche per via delle trasformazioni tecnologiche, ma pur sempre democratica, varia ed eterogenea (migliaia di organi di stampa e centinaia di televisioni), di Grillo? Il suo Sacro Blog, dove i grillini possono abbeverarsi per gustare il nettare della Verità? E’ questa l’informazione politica ideale? Un Blog dove si leggono in esclusiva i comunicati del Movimento, compresi quelli della sindaca di Roma Virginia Raggi è la risposta alla mancanza di trasparenza?

In realtà proprio la concezione dell’informazione da parte dei grillini non fa che rafforzare l’importanza del ruolo dei giornalisti, fondamentali non solo per raccogliere le informazioni e verificarle, ma anche per orientarsi nel mare magnum degli eventi, della propaganda e della documentazione offerta in quest'epoca della globalizzazione dove tutti possono accedere alle fonti o riprendere un evento con uno smartphone. “Lo storico sceglie e distingue, in una parola: analizza”, diceva Marc Bloch. Vale anche per il giornalista. Tra l’altro l’accusa di informazione nemica e fedele al potere è funzionale al movimento e ai suoi capi per polarizzarlo e tenerlo unito, secondo la vecchia regola dell’amico-nemico che conoscono tutte le matricole di Scienze Politiche. Dobbiamo sempre ricordarci che ai partiti (dai più democratici a quelli totalitari) è sempre servito un nemico, utilissimo anche a far dimenticare le magagne interne e le faide di potere. Per Berlusconi erano i "comunisti". Per i "dem" Berlusconi. Per Bossi Roma Ladrona. Per Renzi la sinistra dem. Il caso dei Cinque Stelle non sembra sfugga a questa regola individuando come nemico la categoria dei giornalisti.

Ma se la Raggi a tre mesi dal mandato non ha ancora completato la sua giunta non è colpa dei giornalisti, i giornalisti raccontano quello che accade. E' un po’ come dare colpa della febbre al termometro. E invece si sono inventati persino la gogna mediatica, fatta passare attraverso la rubrica “il giornalista del giorno” sul Sacro Blog. Nel mirino della gogna, nel gennaio di due anni fa, era finito pure Nando Pagnoncelli, politologo e sondaggista a capo dell’Ipsos (che non è un giornalista ma è stato fatto passare come tale), un galantuomo serio, indipendente e competente, colpevole di aver diffuso un sondaggio per il quale il 60 per cento degli intervistati era favorevole alla legge elettorale di Renzi. Grillo sbeffeggia lui e gli altri colleghi della lista nera come “giornalista di regime”. Desidera forse solo peana e buone notizie per i Cinque Stelle?    

Nonostante qualche timido ripensamento da parte di Grillo (“i giornalisti fanno solo il loro mestiere”) l’atteggiamento  del grillismo nei confronti della stampa non promette nulla di buono. Domenica a Palermo hanno fatto sentire – in collegamento dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra -  la voce di un signore che si chiama Julian Assange, altro idolo grillino della democrazia diretta, il protagonista di Wikileaks (la fuga di documenti diffusi via Internet), che ha praticamente derubricato i giornalisti a degli assassini (“Le menzogne pubblicate dalla stampa provocano la guerra. Credo che ogni giornalista sia responsabile di almeno dieci morti”). Lo vada a dire ai parenti delle vittime di terrorismo e mafia morti per aver esercitato il loro mestiere fino in fondo, da Carlo Casalegno a Mauro de Mauro, da Mario Francese a Walter Tobagi, da Peppino Impastato a Giancarlo Siani.  

Beppe Grillo si è sempre vantato di aver costituito un movimento democratico per incanalare la rabbia che sale dal Paese contro la “casta”  ma deve fare di più, altrimenti nell’asserire che fa argine alla rabbia in realtà l’alimenta, perché questo clima non è per nulla rasserenante. Le parole, come detto all’inizio, sono pietre, anzi possono diventare proiettili. Se qualche squilibrato volesse passare alle vie di fatto non farebbe molta fatica a individuare qualche bersaglio. La storia è lì che ce lo insegna.                  

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