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lunedì 21 gennaio 2019
 
Chiesa
 

Sacerdoti, il celibato non è un dogma

20/02/2015  "E' una legge vigente nella Chiesa occidentale, che il Papa o un concilio ecumenico potrebbero cambiare". L'intervento di don Sciortino sul celibato dei religiosi.

Don Antonio Sciortino (foto Rossetti).
Don Antonio Sciortino (foto Rossetti).

Sul tema del celibato dei sacerdoti, don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, è intervenuto nel libro-intervista con Giovanni Valentini intitolato La morale, la fede, la ragione, edito da Imprimatur. Ecco l'intervento.


Lei è favorevole al voto di castità o pensa che ormai si dovrebbe ammettere il matrimonio dei sacerdoti?

II celibato non è un dogma. E mai nella storia ne è stata rivendicata l'origine divina. Nella Chiesa occidentale si è affermato più per ragioni pastorali o di opportunità, che per ragioni teologiche e dottrinali. In certi periodi storici,  infatti, era meglio non aver a che fare con i figli dei preti, per evitare che reclamassero diritti ereditari sui beni ecclesiali. La Chiesa, quindi, potrebbe un giorno decidere diversamente da quanto avviene oggi. Non l'ha fatto finora, sebbene se ne sia dibattuto, a lungo, in più occasioni. Ma il discorso non è affatto chiuso. Anzi, esigenze pratiche come il calo numerico dei preti in Europa e in altre parti del mondo, potrebbero riaprire la riflessione, in vista dell'ordinazione di persone sposate, «mature nella fede» e dotate di una buona formazione.

Ogni volta che, oggi, si parla di celibato dei preti, il tema fa notizia, soprattutto se legato a episodi di cronaca. I mass media, di solito, se ne occupano con una certa morbosità, non disgiunta da superficialità. Un prete che lascia il sacerdozio e si sposa, dà la stura alle cronache di gossip. Ci si dimentica che la Chiesa cattolica, da san Pietro in giù, ha sempre avuto preti e vescovi sposati. E anche oggi, nelle Chiese cattoliche di rito orientale, non c'e l'obbligo del celibato per i preti: ci sono sempre stati e continuano a esserci sacerdoti sposati. Ma già Pio XII aveva concesso ai sacerdoti anglicani passati alla Chiesa cattolica di esercitare il loro ministero restando sposati e uniti alla famiglia. E, più di recente, Papa Benedetto XVI ha aperto ancora agli anglicani e permesso che i preti che, per una ragione o l'altra, passano alla Chiesa cattolica, possano restare sposati.

II Concilio Vaticano II aveva esplicitato che «la perfetta e continua continenza per il Regno dei cieli certamente non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chie­sa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l'aiuto della grazia il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati» (Presbyterorum ordinis, 16). Non si tratta, quindi, di materia che abbia a che fare con la sostanza del Sacramento del sacerdozio, ma di una legge vigente nella Chiesa occidentale, che il Papa o un Concilio ecumenico potrebbero cambiare in qualsiasi momento.

Ma, allora, perché finora non lo si è fatto? Nell'opinione pubblica la richiesta del matrimonio dei preti si fa pressante quando un sacerdote è coinvolto in qualche scandalo sessuale o non rispetta il voto di castità. Ma il caso limite non è un buon punto di partenza per una riflessione su un tema cosi delicato. Normalmente, il prete è uno che vive con serenità il proprio celibato, all'interno di una comunità ecclesiale, e stabilisce rapporti felici con tutte le persone con le quali viene a contatto. Se vissuto con la maturità affettiva necessaria, il celibato dei preti può rivelarsi una situazione impagabile. Ma deve essere una scelta autentica, che richiede una seria formazione umana e spirituale. Ben lontana dall'accettazione passiva di qualcosa, più o meno sgradito, di cui purtroppo non si può fare a meno se si vuole diventare sacerdoti. Anche perché non esiste un "diritto al sacerdozio" da parte del singolo individuo, per cui l'imposizione del celibato sarebbe, secondo alcuni, un abuso o la negazione di diritti umani.

II sacramento dell'ordine non è in funzione di aspi­razioni individuali, di tipo carrieristico, né è dato per il bene di chi lo riceve. Ha la sua ragione d'essere nel ser­vizio da rendere alla comunità e le norme che lo regolano sono misurate su questo servizio, non sulle esigenze e le aspirazioni dell'individuo. Nessuno è obbligato a farsi prete, cosi come nessuno può pretendere d’esserlo, rivendicandone il diritto. II sacerdozio è una chiamata, cui si può corrispondere o non corrispondere, nella massima libertà e responsabilità.

A mio parere, tenuto conto di tutte le buone ragioni favorevoli al mantenimento del celibato in una prospettiva di fede (riferimento a Gesù che fu celibe, con­dizione ideale di chi vuole mettersi a servizio della comunità, richiamo profetico alle "realtà ultime"...),  sarebbe bene che si approfondisse il dibattito su questo tema, per giungere alla possibilità che chi è chiamato al sacerdozio possa scegliere di essere ordinato da celibe o da sposato. Ma è illusorio pensare che la semplice abolizione del celibato, sia la risposta all'attuale crisi di vocazioni e all'abbandono del ministero sacerdotale da parte di molti preti.

 

 
 
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