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martedì 23 ottobre 2018
 
RECENSIONE
 

Un film sull'utero in affitto, dalla parte dei figli

22/11/2017  Il figlio sospeso, nelle sale dal 23 novembre, affronta, senza facili giudizi ma evidenziandone comunque la drammaticità, il tema della maternità surrogata,attraverso la storia di un fotografo alla ricerca della sua identità

Quando si fanno film che affrontano temi etici come l'utero in affitto, è facile costruire opere a tesi, in un senso o nell'altro. Ma così non si fa arte, che non ha lo scopo di convincere, ma di emozionare e, semmai, di far riflettere. Da questo punto di vista, Il figlio sospeso di Egidio Termine, nei cinema dal 23 novembre, è una scommessa vinta.

Il protagonista è Lauro (Paolo Briguglia), un giovane fotografo che ha perso il padre in un incendio che ha segnato per sempre le sue mani, quando aveva appena due anni. La madre Giacinta, infermiera in un istituto religioso, inspiegabilmente ha sempre fatto di tutto per cancellare la memoria. Ma un giorno Lauro trova un indizio che lo spinge a credere che il padre avesse avuto, in Sicilia, una relazione dalla quale è nato un bambino. 

Ha dunque un fratello? Così parte e sull'isola incontra Margherita (Gioia Spaziani), una pittrice affermata che lui pensa possa essere la chiave per risolvere il mistero. A questo punto la narrazione intreccia abilmente presente e passato, in un gioco di scatole cinesi che rivelano pian piano a Lauro e allo spettatore che la verità lo riguarda molto più direttamente.

Il regista, che aveva lasciato il cinema 20 anni fa dopo essersi convertito al cattolicesimo, dice di essere partito dalla frase evangelica "La verità ci rende liberi". Anche se questa verità può essere dolorosa, solo da qui si può partire per una riconciliazione: "La maternità surrogata è una tematica attuale e quanto mai complessa dei nostri tempi che ha creato, e continua a creare, divisioni. La sfida del film, invece, è quella di mettere tutti d’accordo, spostando il punto di vista da quello delle due madri, quella naturale (biologica) e quella culturale (sociale), a quello del figlio".

Questo scarto, unito al fatto che il trauma da cui tutto inizia è avvenuto nel passato, lontano dunque delle polemiche contingenti con cui altrimenti per forza il film avrebbe dovuto confrontarsi, consente alla narrazione di procedere con levità, facendo emergere solo con la forza dell'emozione la ferita all'identità che Lauro ha subito e il dolore che, oltre a lui, il trauma iniziale ha provocato. Il fatto dunque di non essere un film di "denuncia" non significa affatto che "Il figlio sospeso" sia un film inerte. Solo che non ha bisogno di costruire "mostri" per far capire che il legame tra una madre e suo figlio non può mai essere spezzato.
 

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