È una notte di festa, preghiera e riflessione. Papa Leone arriva allo Stadio Olimpico che prende il nome da Lluís Companys, il presidente del governo catalano durante la guerra civile fatto fucilare da Francisco Franco nel 1940 e i 40 mila che lo attendono esplodono di gioia. Prima aveva incontrato Salvador Illa, il presidente della Generalità di Barcellona e i circa 200 partecipanti all’Incontro Mediterraneo Med26, che si svolge fino al 13 in città e li ha incoraggiati a raggiungere, «in senso geografico e spirituale, quei porti dove gli uomini e le donne attendono la buona notizia».

Nello stadio Leone viene accolto con i castellers, le torri umane espressione della cultura catalana e patrimonio immateriale dell’Unesco.

I castellers, le torri umane espressione della cultura catalana e patrimonio immateriale dell’Unesco (REUTERS)

Tra canti e danze, il cardinale di Barcellona, Juan José Omella Omella gli dà il benvenuto in quella che chiama la «capitale del Mediterraneo» che ora «è casa sua». La gioia, però, non dimentica le croci del mondo e quelle personali. Il Papa, appena prima di entrare nello stadio, benedice 33 ambulanze dirette in Ucraina e, dopo aver salutato gli spalti, comincia la veglia intessendo un dialogo con i giovani. Con chi ha da poco ricevuto il battesimo e si interroga sulla sua inquietudine e su una società che indica come unico obiettivo produrre, avere successo e curare la propria immagine. Con chi ha tentato il suicidio sentendo dentro di sé un dolore immenso e muto e chiede come avere fiducia in Dio «quando sembra che per nulla, nemmeno per noi stessi, ne valga la pena». Con chi si chiede dov’era Dio quando, nella sua infanzia, il padre aveva cercato di uccidere sua madre e questa era stata salvata da un ragazzo che, invece, aveva perso la vita. Con chi vorrebbe perdonare quel padre, ma non ce la fa. Il Papa non da facili risposte. Dice ai ragazzi di non aver paura dell’inquietudine, un «dono di Dio», che ci apre a orizzonti più ampi. «Siamo fatti su misura per l’infinito e per questo ogni orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, pur soddisfacendoci, allo stesso tempo ci spinge avanti e ci invita a continuare a cercare, a cercare avanzando, ma, soprattutto, a cercare “scendendo interiormente”, cioè andando in profondità». Questa inquietudine sana va coltivata perché è lei che ci mette sulle tracce di Dio. «L’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine», spiega, «non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza e adattarla a una certa idea di società. Quando le persone imparano a fermarsi, a dare valore alle cose importanti, ad apprezzare il tempo in modo nuovo e a riflettere sulla propria vita lasciandosi illuminare dal Vangelo, sviluppano anche un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a diversi livelli. Ecco perché l’inquietudine fa paura, così come la scoperta dell’interiorità, della spiritualità e ancor più del Vangelo».

Ma l’inquietudine non deve portare alla solitudine, alla depressione. Le tracce di Dio devono essere cercate assieme, con i catechisti, con i maestri, con la comunità. Il Papa incoraggia chi racconta il suo aver toccato il fondo, ma di aver avuto una seconda possibilità per non essere riuscito a farla finita. «Ti sei rialzato e hai ripreso il cammino, e questo è un miracolo meraviglioso che vediamo in molti personaggi del Vangelo: a contatto con Gesù, anche chi si sente perso ritrova fiducia nella vita, guarisce dalla malattia e può rialzarsi per tornare a vivere». E sottolinea come «la salute mentale sia sempre più minacciata nel contesto di società che si considerano avanzate. È un segnale che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in una certa idea di crescita che sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni che compromettono equilibri fondamentali. Ecco perché è necessario un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani».

«Il dolore mette alla prova la fede e il senso che attribuiamo alla vita. Questo vale per tutti, non solo per coloro che, in un determinato momento, devono affrontare la prova della malattia». Parla anche di Gesù e della sua notte di oscurità e angoscia «quando si avvicinava l’ora della sua morte». E del buio che si fece su tutta la terra mentre stava morendo. Perché quella di Gesù non è una sofferenza personale: «il Figlio di Dio sta assumendo nella propria carne tutta l’angoscia, la solitudine e la sofferenza dell’umanità. In quelle ore buie, morendo sulla croce, Gesù condivide il nostro dolore e ci rivela il volto di un Dio compassionevole, che porta il peso delle nostre pene, che soffre con noi, piange le nostre lacrime e rimane al nostro fianco con la sua presenza piena di amore e misericordia». Nei momenti in cui possiamo pensare che Dio ci abbia abbandonati, «Egli rimane crocifisso con noi nel momento del dolore e della solitudine estrema» e «raccoglie non solo le nostre lacrime, ma il grido della nostra sofferenza che gli altri non ascoltano». È nelle ore di dolore che per quanto possibile «dobbiamo aprirci a qualcuno che ci aiuti a esprimere una semplice preghiera, che ci accompagni con discrezione senza la fretta di spiegarci quel dolore, che ci prenda per mano e ci faccia uscire da quel grido». E mette in guardia i credenti e tutta la Chiesa: «Non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla “volontà di Dio” o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone. Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza».

Parla della violenza e della domanda sulla presenza di Dio. Piuttosto, spiega, bisognerebbe interrogarsi «sull’uomo e sull’umanità, su come a volte siamo prigionieri del male fino a diventare violenti con gli altri, su come non riusciamo a coltivare l’amore e a rispettare gli altri nella loro dignità e libertà». Sottolinea come le «tante notizie di cronaca nera, ancora oggi, riflettono un clima avvelenato nei rapporti familiari, caratterizzato da abusi e oppressioni, e in particolare dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi». E chiama tutti a riflettere su come affrontare questa «drammatica realtà sia personalmente che come società, perché spetta a noi affrontarla in tutte le sue dimensioni. Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità; non possiamo immaginare che Dio dall’alto risponda automaticamente ai nostri bisogni o impedisca miracolosamente che il male accada». Ancora, insiste, «se esiste la violenza, se trionfa l’egoismo, se persino l’amore tra familiari si trasforma in odio, dobbiamo porci alcune domande su noi stessi, sulle dinamiche della nostra società, sulla cultura dell’individualismo, sulla tentazione della violenza, e non su Dio».

Infine il perdono, che va considerato come un «potente rimedio contro il male che guarisce le nostre ferite interiori, come parte di un processo, di un cammino. Lo stesso Vangelo, se lo leggiamo come un libro di indicazioni, di comandamenti e di doveri, rischia di causarci grande scoraggiamento e frustrazione, perché mentre Gesù ci invita al perdono noi ci rendiamo conto di non esserne capaci. Invece non è così. Il perdono dobbiamo soprattutto invocarlo dal Signore; continuare a chiedere – forse per tutta la vita – che il Signore allarghi in noi lo spazio dell’amore proprio là dove siamo stati feriti, che ci aiuti a riconciliarci con noi stessi e con quella parte della nostra storia segnata dalla sofferenza, che trasformi lentamente il risentimento in misericordia e compassione. È un cammino lungo, è un processo che richiede molta pazienza, è un lavoro che dobbiamo fare su noi stessi, sia personalmente sia attraverso altri percorsi di accompagnamento e di riconciliazione interiore». Senza pensare che questo comporti tornare alla situazione precedente oppure vivere un rapporto pieno con chi ci ha ferito, «specialmente quando il fatto è stato caratterizzato anche dalla violenza. Si può mantenere una buona disposizione del cuore verso la persona, rifiutare ogni forma di odio o di vendetta, sforzarsi di ricomporre il rapporto per quanto possibile e, magari, pregare per lui o per lei: questo ci aiuta ad entrare sempre più nella dinamica del perdono e a riconciliarci con Dio e con gli altri».

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