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martedì 20 febbraio 2018
 

Domenica 11 febbraio - Ultima dopo l’Epifania

Lettura del Vangelo secondo Luca (18,9-14)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.

Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
    

Dalla Parola alla vita

Questa domenica è detta «del perdono» ed è l’ultima del tempo dopo l’Epifania: tra una settimana infatti inizierà la Quaresima e siamo invitati dalla liturgia di oggi a prepararci ad accogliere la grazia del perdono.

Ma che significa accogliere questo dono? C’è in realtà una condizione di fondo che potrebbe sembrare banale, ma non è così. Per accogliere il dono di grazia che il Signore ha in serbo per noi, è necessario riconoscersi bisognosi di perdono, riconoscere che la misericordia di Dio è per noi indispensabile. Ma non è scontato.

L’evangelista Luca ci racconta in questa domenica una delle parabole più belle e più provocatorie sul tema del perdono, che ha però una piccola premessa: «Gesù disse questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri». Ecco dunque spiegato l’ostacolo fondamentale che può impedirci di accogliere il perdono del Signore, quello che il Vangelo definisce «l’intima presunzione», cioè l’essere convinti di non avere nulla di cui pentirsi e chiedere perdono; per questo ci si crede migliori degli altri, vedendo solo i limiti altrui e non i propri. L’effetto immediato è il disprezzo, il giudizio senza possibilità di appello. Come se le due cose fossero strettamente legate: se non riesci a vedere i tuoi peccati, inevitabilmente disprezzerai gli altri credendoti giusto. Ed ecco allora la parabola che racconta di due uomini che salgono al tempio a pregare: un fariseo e un pubblicano. Sono due categorie di persone del tempo di Gesù, che però ritroviamo in ogni situazione della storia. Entrambi hanno qualcosa da farsi perdonare: la differenza è che uno ne è consapevole, l’altro non si rende neppure conto quanto è lontano da Dio, pur credendosi molto vicino.

Uno non osa avvicinarsi, rimane in fondo a testa bassa e si batte il petto in segno di pentimento, tutti lo considerano una persona “sbagliata” e si sentono autorizzati a giudicarlo. L’altro è un uomo molto religioso, va al tempio a pregare, digiuna addirittura due volte la settimana, paga le decime, insomma un uomo che davanti a Dio ha fatto il suo dovere. In questi due è rappresentata tutta l’umanità, nei due modi di stare davanti a se stessi, a Dio e agli altri, indipendentemente dal fatto che uno sia davvero una persona religiosa.

A volte crediamo di essere davanti a Dio e invece siamo davanti a noi stessi, come davanti allo specchio. Il fariseo, come noi a volte, in fondo non sta neppure pregando, crede di ringraziare Dio, ma in realtà fa un elenco di opere pie, come se gli dicesse: «Non ho bisogno di te, ho fatto tutto quello che dovevo fare, puoi solo farmi i complimenti!». È colui che si esalta.

Il pubblicano, ripiegato su se stesso, corre il rischio di vedere solo le sue colpe, come a volte capita anche a noi, ma stare davanti a Dio lo libera da se stesso e lo fa tornare a casa perdonato. È colui che si umilia.

Cosa chiedere al Signore? Liberami dalla presunzione di essere giusto o dall’essere ripiegato su me stesso, apri il mio cuore per accogliere il tuo perdono.

Commento di don Marco Bove


08 febbraio 2018

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