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martedì 23 luglio 2019
 

Domenica 26 giugno - VI dopo Pentecoste

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (19,30-35)

In quel tempo. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.

 

Dalla Parola alla vita

In questa domenica ci viene offerto per la meditazione uno dei brani più densi di tutto il Vangelo. Vi troviamo infatti il senso della croce di Gesù. L’evangelista Giovanni legge la morte di Gesù pensando alla creazione della prima coppia umana: Gesù è il nuovo Adamo dal cui costato è tratta la nuova Eva, cioè la Chiesa. In croce si celebra l’amore sponsale di Dio per l’umanità e la dedizione incondizionata di Gesù per la sua sposa.

1. «È compiuto». Gesù, morendo in croce, porta a compimento la sua missione. Questo compimento può essere visto con due significati: Gesù porta a termine quanto richiesto dal Padre; nello stesso tempo la croce rivela in pienezza la realtà stessa di Gesù: «Veramente quest’uomo è Figlio di Dio». La croce è lo “spettacolo” dell’amore di Dio: in esso si compie la rivelazione. Alla croce nulla si può aggiungere e nulla si può togliere e ad essa tutti volgeranno lo sguardo.

2. «Consegnò lo spirito».  Giovanni “gioca” con le parole: Gesù muore esalando l’ultimo respiro e, nello stesso istante, manda lo Spirito Santo che fa nascere la Chiesa. Gesù esce dalla visibilità del mondo e con l’ultimo “soffio di vita” invia lo Spirito Santo che renderà visibile, mediante la Chiesa, la salvezza guadagnata per tutti. Lo Spirito è l’«avvocato difensore» della croce che, diventando l’unica ragion d’essere e l’unica ricchezza della Chiesa, non sarà più tolta dal mondo.
Lo Spirito Santo tiene viva la tensione amorosa verso Gesù e così rende possibile la fede in lui. Gesù morendo ha “restituito” lo Spirito al Padre («Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito») e allo stesso tempo lo dona ai discepoli. Perciò sappiamo che il frutto della croce, cioè la nostra salvezza, non si può realizzare se non per l’azione dello Spirito Santo.

3. «Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco». Il gesto del cuore aperto è la rivelazione simbolica della bellezza, dell’altezza e della profondità dell’amore di Gesù per me e per l’umanità intera. Gesù aveva detto: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore». Ora che vediamo il sacro cuore, sappiamo che quello è il luogo in cui la nostra vita è custodita; squarciando il fianco di Gesù il soldato ci ha aperto l’accesso al suo cuore. La Chiesa sa come portare l’intera umanità nel cuore di Gesù e noi sappiamo che, stando in quel santo cuore, rendiamo più amabile e amorevole la nostra vita.

4. «Ne uscì sangue e acqua». Queste parole, a cui Giovanni dà una straordinaria importanza, hanno un significato battesimale ed eucaristico: il sangue rappresenta la passione di Gesù che si rinnova nell’Eucaristia; l’acqua è quella del Battesimo, dal quale risorge ogni giorno la Chiesa. Nell’Eucaristia il simbolismo del sangue e dell’acqua è ripreso in un gesto significativo e poco valorizzato, quando al vino viene aggiunta qualche goccia d’acqua. Nell’acqua sono simboleggiati tutti coloro che stanno attorno all’altare: la loro vita è unita alla croce di Gesù in un matrimonio indissolubile e in una fraternità intensa che si chiama popolo santo di Dio.

Commento di don Luigi Galli


23 giugno 2016

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