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mercoledì 19 giugno 2019
 

V Domenica di Pasqua (Anno C) - 19 Maggio 2019

Portatori sani di gratitudine e perdono

«Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Giovanni 13,31-35
   

Giuda lascia il Cenacolo e in quel momento Gesù inizia uno strano discorso: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui». Qual è la connessione tra la gloria di Gesù e Giuda che va a tradirlo? Cos’è la gloria di Dio? Una manifestazione sensazionale di luci e suoni? No. In ebraico “gloria” significa il peso di una cosa, la sua sostanza, la sua verità. La gloria di Dio, il suo peso specifico è l’amore. Questo è il motivo per cui la liturgia include nel Vangelo di questa domenica la persona di Giuda. Il Signore ama l’uomo che lo condurrà al massacro. Gesù continua ad amare colui che lo tratta in modo subdolo, che lo svenderà per soldi.

È nella luce della benevolenza verso Giuda (e verso ciascuno di noi) che Gesù parla della sua gloria e conseguentemente consegna il nuovo comandamento: «che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi…»

Va ben distinto dal comandamento vecchio che, nell’Antico Testamento, recitava: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Quel comando dava un parametro per l’amore: come ami te stesso ama il prossimo tuo. Ora tutto cambia: amarci gli uni gli altri, certo, ma non come amiamo noi stessi, ma come Gesù ci ama. Il criterio dell’amore non si trova in noi ma in Lui.

Dopo la Pasqua di Gesù i discepoli avranno il tempo di guardare indietro e capire che ognuno di loro, come Giuda, è stato amato da Gesù nonostante la propria defezione, perché sono tutti venuti meno.

Che cos’è il tempo di Pasqua che stiamo celebrando? È il passaggio da un’esistenza basata su noi stessi a un nuovo parametro, l’amore che Cristo ci ha usato; è un ingresso nella gloria di Dio, che ci permette di amare non come sappiamo poveramente fare noi, ma come sa fare Lui.

UNO SFORZO MEDIOCRE. Quanti, anche nella Chiesa, si ingannano e si torturano credendo che l’amore sia una questione di forza di volontà… Quando si pensa che l’amore abbia origine nelle proprie capacità e sia fondato sulle caratteristiche individuali si scivola in qualcosa che, nascendo da noi, non ci porterà mai oltre noi stessi. E diventa uno sforzo mediocre.

Cristo frantuma questo cerchio chiuso, amandoci in un modo che va oltre la nostra logica e allora ci ritroviamo visitati da un amore più grande di noi. Allora accade che Cristo ami in noi, una volta invasi dal suo amore. Il Signore ci conosce e sa che siamo fragili, deboli. Il nostro è un amore di risposta al Suo.

In certe valli, se si grida a voce alta, il grido risuona. È un’eco. Cosa ritorna indietro? Il suono della nostra stessa voce. Questo è ciò che Dio fa in noi. Ci ama e siamo come una valle, che riceve un suono, non lo produce di suo, ma è capace di farlo riverberare. I cristiani non si riconoscono dalle loro bravure personali, ma dal fatto che sono eco dell’amore che hanno incontrato e non amano perché sono coerenti ma perché sono stati amati. Hanno conosciuto la gloria di Dio, la sua misericordia senza limiti, quella che Gesù ha manifestato nella sua Pasqua. Sono portatori sani di gratitudine e di perdono.


16 maggio 2019

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