Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
giovedì 30 maggio 2024
 
Parliamone insieme
 
Credere

Giovani e spiritualità, un appello che richiede ascolto dalla Chiesa

11/04/2024  «Una recente ricerca dell’Università Cattolica interpella anche le comunità cristiane ad “attrezzarsi”» L'editoriale di Credere. “Parliamone insieme” di don Vincenzo Vitale

Cari amici lettori, essere in ricerca, avere una qualche forma di spiritualità, non è ancora credere. Però cercano, i giovani, come documenta un recente rapporto curato dall’Università cattolica di Milano, Cerco, dunque credo? (vedi servizio a pag. 16). E hanno anche una loro dimensione spirituale. Questo fatto è una buona notizia: i giovani, che talvolta bolliamo già in partenza come indifferenti, materialisti o edonisti, rivelano invece –  a chi si avvicina al loro mondo in punta di piedi – un’interiorità inquieta, interrogante, così come ferite esistenziali che rimangono senza risposta. Insomma sono aperti a una dimensione “ulteriore” della vita. Ma – e questo è motivo di ri­flessione – non è detto che ciò automaticamente diventi apertura a una dimensione religiosa, cioè a una relazione con Dio. La ricerca della Cattolica, molto attenta ad ascoltare il vissuto dei soggetti interpellati, ci dice anche che i giovani sono indifferenti o distanti dalla Chiesa ma non alla fede: il 77,8% di giovani tra i 18 e i 34 dichiara di credere in Dio, ma si sente lontano

dall’istituzione. È una realtà, quella del mondo dei giovani, che non può non interrogarci come credenti.

C’è stato un sinodo dedicato ai giovani nel 2018, che purtroppo l’esplosione della pandemia ha messo in ombra. Si pone ai noi credenti un interrogativo forte: come comunità cristiane, sappiamo intercettare, interpretare, o perlomeno ci lasciamo inquietare dalla ricerca spirituale dei giovani? Anche sulle pagine di Credere, con la rubrica “Ultima generazione”, abbiamo raccolto tante voci del mondo giovanile: a volte esperienze sofferte, anche in giovani che pure sono vicini agli ambienti credenti o li cercano. Si sentono spesso incompresi, lontani anni luce dagli interessi e dalle pratiche dei credenti più adulti. Chiedono ascolto disinteressato, vicinanza, accompagnamento discreto che non bypassi la loro soggettività e libertà, capacità di attraversare insieme con loro dubbi, inquietudini, delusioni. Ma anche di aprire orizzonti, di saper vedere il positivo che si muove in loro: una ricerca può anche approdare a una scoperta di Dio inedita. Come ci testimonia padre Viscardi, cappellano della Cattolica (servizio pag. 19), le università sono un luogo di grande presenza giovanile e un’opportunità immensa di accompagnamento in questa ricerca, da

non sprecare. Una Chiesa vicina, fraterna, che sappia accendere delle luci senza sovrastare la loro libertà: è quanto i giovani si aspettano. Le nostre comunità sanno esprimere adulti, educatori, catechisti, sacerdoti così? Una cosa è certa: se come comunità non ci si lascia interpellare da quanto emerge dal mondo dei giovani, se non si ri­flette, se non ci si “attrezza” – insomma se, come dice papa Francesco, non si passa da una “conversione pastorale” –, di­fficilmente l’annuncio cristiano toccherà le nuove generazioni. Il problema

forse non sono i giovani inquieti, ma comunità troppo “sedute” e ripiegate su di sé. Possa lo Spirito effuso in questo tempo pasquale aiutarci a spalancare gli orizzonti e ad aprire i cuori al “nuovo” che Dio sta creando.

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo