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1925-2023
 

Addio a Napolitano, il capo dello Stato che "regnò" due volte

22/09/2023  Primo post comunista a salire al Quirinale fu costretto a prorogare il suo mandato per superare lo stallo del Parlamento. Una vita politica appassionata improntata all'atlantismo e al riformismo politico

«Giorgio Napolitano is my favourite communist», amava dire Henry Kissinger del grande uomo politico scomparso a Roma a 98 anni. Il famoso segretario di Stato americano lo diceva già prima della caduta del muro, prima cioè che il Pcus si disintegrasse nel generale discredito per poi riaffiorare sotto forma di autocrazia.
La battuta di Kissinger rivolta "al mio comunista preferito"  rivela l’apertura cosmopolita, culturale e politica del primo (e probabilmente ultimo) ex marxista salito al Quirinale. Napolitano era una sorta di principe illuminato della sinistra: colto, anglofilo, raffinato e con tratti nobili al punto da guadagnarsi l’appellativo di “re Giorgio” (la nobiltà piemontese ereditata dalla madre, non quella balcanica e un po’ cialtrona del concittadino Totò ma anche la sua somiglianza da giovane con il re di maggio Umberto e il piglio con cui prese in mano la situazione nel 2011, il copyright è nientedimeno che del New York Times). E ancora: austero pur nella sua affabilità partenopea, rigoroso e a volte ambiguo come un vero dirigente del Pci. Una via di mezzo tra Togliatti e Amendola. Certamente il più internazionale e occidentale dei comunisti.

Chi lo aveva conosciuto in gioventù non si sarebbe certo sorpreso della sua ascesa politica. L’undicesimo presidente della Repubblica italiana era nato a Napoli il 25 giugno 1925. Lo hanno preceduto al Quirinale altri due partenopei veraci: Enrico De Nicola e Giovanni Leone. L’ambiente familiare è quello dell’alta borghesia avvocatizia. Suo padre Giovanni è un avvocato di idee liberali, poeta e saggista. La madre, Carolina Bobbio, vanta addirittura quarti di nobiltà savoiarda, come abbiamo detto.

Il quattordicenne Giorgio si iscrive al liceo classico Umberto Primo per poi trasferirsi per vicissitudini familiari a Padova, dove si diploma al “Tito Livio”. Nel 1942 torna a Napoli e si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’università Federico II, dove i grandi giuristi abbondano e dove si laurea a pieni voti (titolo della tesi: Il mancato sviluppo industriale del Mezzogiorno dopo l'Unità e la legge speciale per Napoli del 1904).

Ma il giovane Giorgio coltiva anche passioni teatrali e letterarie, grazie anche a una formidabile cerchia di amici, tra i quali Massimo Caprara, che costituiranno il futuro gruppo dirigente comunista napoletano, respirando un ambiente di forte vivacità intellettuale. Tiene anche una rubrica culturale sul settimanale dei Giovani universitari fascisti IX Maggio e recita parti secondarie in una compagnia teatrale con amici tra i quali Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi, Antonio Ghirelli, Luigi La Capria e Antonio Compagnone.

Nel 1944 entra in contatto con il gruppo di comunisti e antifascisti napoletani (tra i quali Mario Palermo e Maurizio Valenzi), che prepararono lo sbarco a Napoli di Palmiro Togliatti, deciso a seminare nel capoluogo campano una nuova dirigenza comunista. «Aderii alle idee marxiste in nome di una giustizia sociale migliore», scriverà nella sua biografia politica. L’adesione al Pci è dell’anno successivo. Napolitano ne scalerà tutti i ranghi, locali e nazionali. Solo la segreteria nazionale, affidata prima a Berlinguer e poi a Natta e Occhetto, gli verrà preclusa.

Nel 1953, a 28 anni, è già deputato alla Camera, l’inizio di una formidabile carriera politica, con un cursus honorum politico e istituzionale ineguagliabile nel partito. Deputato fino al 1996, parlamentare europeo, membro della direzione del Pci e di numerose commissioni del Comitato centrale, ministro ombra degli Esteri, presidente della Camera, ministro degli Interni, senatore a vita, presidente della Repubblica.

Come per tutti i dirigenti del Pci ha fatto periodicamente i conti con la storia, la sua carriera è costellata di ripensamenti e auto da fè. Quanto alla tempistica dei ripensamenti, sarà compito degli storici analizzarla. Nel 1956, all’epoca dell’invasione sovietica dell’Ungheria, starà dalla parte del Pcus e si opporrà alle posizioni critiche e riformatrici di Antonio Giolitti, che condannerà come controrivoluzionarie, per poi pentirsene (ma solo successivamente), con «grave tormento autocritico», specialità della nomenklatura ed ex nomenklatura del Pci. Ma va detto che successivamente il suo pensiero politico si caratterizzerà sempre all’insegna di un riformismo democratico, come quello del suo maestro Giorgio Amendola. «La mia storia», dirà, «non è rimasta al punto di partenza ma si evolverà attraverso decisive evoluzioni della realtà internazionale e nazionale e attraverso personali, profonde, dichiarate revisioni».

Il vento ideologico della nave di Napolitano è sempre stato atlantista.Fu il primo a ricevere un visto per volare negli Usa nel 1978, dove va a «spiegare il Pci agli americani», come poi raccontò sul periodico marxista "Rinascita" (titolo sbarazzino: «Il Pci spiegato agli americani: le conferenze a Harward, Princeton e Yale, le domande degli studenti sulla politica italiana, l’incontro con economisti come Tobin, Modigliani e Samuelson»).  È stato uno degli esponenti storici moderati della corrente della “destra” del Pci, nata verso la fine degli anni 1960 e ispirata ai valori del socialismo democratico e sarà sempre uno degli esponenti più vicini al Psi, oltre a condividere in pieno le svolte riformiste dell’allora segretario del Pci, poi Pds, poi Ds Achille Occhetto dopo la caduta del muro. Napolitano coltiverà sempre anche un grande interesse per la politica internazionale, anche con una girandola di conferenza nei quattro angoli della Terra. La sua visione politica non era priva di una certa doppiezza togliattiana. Nel febbraio 1974, pochi giorni prima dell'espulsione di Aleksandr Solzenicyin, è autore di una nota riservata del Pci che attaccava lo scrittore in quanto avrebbe danneggiato lo stato sovietico e la distensione, ma al contempo invitava il Pcus a tollerarlo poiché la repressione sarebbe stata un aiuto ai nemici dello Stato sovietico. A espulsione avvenuta tuttavia scrive su l’Unità e poi su Rinascita un articolo in cui definisce “aberranti” i giudizi politici espressi da Solzenicyn, mantenendo un giudizio ambiguo sulla decisione del Cremlino di esiliarlo.

Negli anni di maggior scontro interno la corrente di questo "comunista keynesiano" viene detta dagli avversari “migliorista”, nome coniato anche con una certa accezione dispregiativa facendo riferimento a un’azione politica che servisse a migliorare le condizioni di vita della classe lavoratrice senza però rivoluzionare strutturalmente il capitalismo. Durante Tangentopoli molti esponenti che dicevano di ispirarsi a questa corrente nell’area milanese finirono per essere coinvolti nell’inchiesta di Di Pietro, dimostrando una certa intraprendenza e guadagnandosi l’appellativo di “piglioristi”.

Nel 1991 Napolitano, in piena guerra del Golfo contro Saddam, fece uno storico viaggio in Israele, riportando le posizioni del Pci verso una maggiore attenzione alle istanze della comunità ebraica. Il 10 maggio 2006, alla quarta votazione, è eletto undicesimo presidente della Repubblica. La scadenza naturale del primo mandato avrebbe dovuto essere il 15 maggio 2013. Non sono mancati i frangenti in questo settennato. Non piacque a molti italiani  il suo rifiuto di promulgare il decreto del governo Berlusconi che interrompeva il processo di disidratazione (fino alla morte) di Eluana Englaro, la ragazza in coma vegetativo da 17 anni, nel febbraio 2009.

L’8 novembre 2011, giorno in cui il governo Berlusconi IV verifica di non avere più una maggioranza parlamentare alla Camera e si scatena una tempesta finanziaria sul debito pubblico Napolitano fa il suo capolavoro politico attraverso le prerogative costituzionali dei "poteri a fisarmonica" del capo dello Stato: si accorda con Berlusconi perché si dimetta e il giorno successivo Napolitano nomina Mario Monti senatore a vita, per poi incaricarlo a capo di un governo di tecnici sostenuto da tutti i partiti tranne la Lega. Sono i giorni dello “spread”, che verrà tenuto a bada con una cura da lacrime sudore e sangue, anche a spese dei pensionati (immortalati icasticamente dalle lacrime del ministro del Lavoro Fornero). Da presidente a "quasi-monarca", come scrisse il New York Times e al seguito tutta la stampa italiana.

Quando scade il primo settennato il mondo politico non riesce a trovare un’alternativa. Difficile, in quei frangenti, trovare un successore del livello di Giorgio Napolitano. Le ragioni sono molteplici: la statura politica e istituzionale dimostrata, il ruolo eccezionale svolto nel corso del mandato , la particolarità del momento storico in cui ha saputo rendere il Quirinale un faro per un Paese smarrito e una bussola per un Parlamento paralizzato. Anche la first lady, Clio Bittoni, docente di Filosofia che gli ha dato due figli, Giovanni e Giulio, contribuirà allo stile elevato di questa presidenza. E così si opta per la “prorogatio”, un caso senza precedenti, con la rielezione dello stesso capo dello Stato. Un precedente che verrà confermato con Sergio Mattarella. Una rielezione “non cercata e non voluta” al Quirinale, unico punto di equilibrio possibile tra i partiti, incapaci di trovare un successore. Certa stampa di destra, oltre a quella filogrillina, ha addirittura gridato al “golpe”, ma di uno strano golpista si tratterebbe, se è vero come è vero che dopo il trionfo di Matteo Renzi alle primarie del Pd Napolitano non ha esitato (tra i mal di pancia dell’ormai minoranza del partito, quella postcomunista da cui proveniva e con cui aveva mantenuto i legami di una vita) ad affidargli il nuovo incarico di Governo al posto di Enrico Letta.

Nel fare il bilancio del suo “novennato” gli storici dovranno certamente tener conto anche del fatto che l’ex comunista riformista, l’ex senatore a vita nominato undicesimo presidente della Repubblica, ha portato avanti la missione di coesione nazionale avviata dal suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi. La decisione delle dimissioni, pare maturata da oltre un anno, fu presa senza indugi. L’inquilino del Quirinale si sentiva sempre più inquilino pro tempore. E così re Giorgio abdica. La decisione era stata comunicata a papa Francesco, il Pontefice che Napolitano considerava una guida morale per sé e per il Paese e con cui instaurò un rapporto di stima e amicizia. L’anziano presidente si era rivolto agli italiani, nel suo ultimo messaggio di fine anno da capo dello Stato, con parole semplici e dirette, per annunciare le sue dimissioni. In quell'occasione aveva  citato il percorso delle riforme del Paese ormai avviato: il superamento del bicameralismo paritario, la legge elettorale, il rapporto tra Stato e Regioni, ma anche le riforme sociali, di cui l’Italia ha più bisogno, come quella sul lavoro (l’assillo del vecchio presidente per la disoccupazione giovanile era palpabile per chi gli è stato vicino) e sulla pubblica amministrazione. Come si vede, tutti problemi ancora più che mai attuali di un Paese che gira a vuoto.

 

Nella foto: Giorgio Napolitano (1925-2023)
 

 

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Le immagini del funerale laico di Napolitano con Mattarella, Ravasi e Macron
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