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È morto Remo Girone e possiamo dire senza tema di smentita che è stato un pezzo della nostra storia non solo cinematografica. Aveva 76 anni, se ne è andato all'improvviso il 3 ottobre nella casa di Montecarlo in cui viveva con la moglie Vittoria.
Quando le serie Tv si chiamavano sceneggiati e non esisteva l'on demand, ogni puntata era un appuntamento collettivo. Così è stato di sicuro con La Piovra che tra gli anni Ottanta e Novanta è stato, attraverso la prima serata dell'ammiraglia Rai, un potente strumento di educazione civica: Remo Girone portò, prima che la sentenza definitiva del Maxiprocesso e le stragi di Capaci e via D'Amelio riempissero le cronache, tramite la Tv le dinamiche della mafia nelle case degli italiani, mostrando loro attraverso l'efficacia di un racconto ben costruito, e recitato da grandi attori, i rapporti inconfessabili tra i boss e la finanza, le relazioni pericolose tra politica e criminalità, le responsabilità congiunte tra mandanti ed esecutori.
Se Michele Placido, nei panni del commissario Cattani (e dopo di lui Vittorio Mezzogiorno che gli è succeduto nel ruolo del buono), fu per l'Italia di quegli anni e per La Piovra quello che era stato il capitano Bellodi, impersonato da Franco Nero, nel Giorno della civetta, Tano Cariddi è stato il lato opposto dello specchio: il volto più insidioso di Cosa nostra, quello senza coppola, mascherato dal doppiopetto.
Se la nozione di quel ruolo oggi sembra scontata allora non lo era. Non lo era neppure il successo, che fu enorme, anche grazie alla prova di grandi attori, tra questi Remo Girone, che pure aveva lo svantaggio di non godere del vento un poppa di un eroe cui ci potesse affezionare, di trovarsi anzi, nella finzione sul set, in partibus infidelium.
Correva l'anno 1987 e quel personaggio detestabile recitato con tutti i crismi allargò a dismisura la scala del successo di quello che fin lì era stato un attore eclettico soprattutto in teatro.
Era nato il primo dicembre 1948 ad Asmara, in Eritrea da genitori italiani che si erano trasferiti lì. Aveva iniziato ragazzino con il teatro, per poi formarsi a Roma alla Silvio D'Amico. Il teatro era rimasto l'antico amore, ma in tanti film aveva dato prova di versatile bravura: da Diceria dell’untore di Cino, al Viaggio di Capitan Fracassa di Scola, fino all'Angelo con la pistola di Damiani. Passato sempre con disinvoltura dal dramma alla commedia a teatro con Fiore di cactus diretto da Gabriele Ferro, in coppia con Eleonora Giorgi e, più di recente al cinema, con Claudio Bisio in Benvenuto presidente. Era stato, in quella difficile e insidiosa prova che è sempre il cinema sportivo, lo storico presidente Ferruccio Novo nel film per la Tv dedicato al Grande Torino ed Enzo Ferrari in Le Mans, la grande sfida con Matt Damon e Christian Bale.
Nel 2023 scherzava sul fatto che lo avremmo visto sempre più spesso dalla parte dei buoni, consapevole com'era di essere rimasto potenzialmente intrappolato in quella faccia da cattivo del 1987 che ci ha impedito di dimenticarlo e forse anche un po' di dimenticare.




