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lunedì 25 ottobre 2021
 
LO STATO CONTRO LA MAFIA
 

Che cos'è il maxiprocesso di Palermo, perché è così importante

24/05/2021  Falcone, Giordano, Ayala, Buscetta e Cosa Nostra: ecco tutto quello che c'è da sapere sul processo che ha cambiato la storia della lotta alla mafia

È passato alla storia come il maxiprocesso di Palermo alla mafia. Deve quel nome, rimasto scolpito nella memoria, alle dimensioni, inedite, per un processo penale. Per calcolarle bastano pochi numeri: innanzitutto i 476 imputati, l’infinita teoria di testimonianze, requisitorie, arringhe difensive repliche dell’accusa snodatasi per 20 mesi tra il 1986 e il 1987, un tempo non enorme, se si calcola che nel 2016 la durata media del primo grado del processo penale in Italia era di 514 giorni. Contenere tutto in quei tempi è stato possibile, a dispetto della mole del dibattimento (la parte pubblica del processo che ha inizio con il rinvio a giudizio e si conclude con la sentenza), per il fatto di avere a disposizione un’aula ad hoc (passata alla croncaca come aula bunker o Astronave) in cui si sono tenute udienze di fatto ogni giorno, mattina e pomeriggio sabato compreso, mentre in condizioni normali nelle aule di tribunale si devono alternare le udienze di molti processi diversi. La camera di consiglio, il luogo fisico e metaforico nel quale la Corte si ritira per deliberare, è durata 35 giorni. Il dispositivo della sentenza, quello che per intenderci viene letto in aula al termine del processo e serve per dire chi, in base a quali articoli di legge, è stato condannato a quale pena o oppure assolto, ha richiesto ben 53 pagine e una lettura, a tambur battente, durata un’ora e mezza; mentre di regola, in processi per così dire “normali”, prende appena qualche minuto. 7.000 pagine, divise in 37 tomi, sono state necessarie a rendere conto della decisione della Corte d’Assise di Palermo nel testo della motivazione della sentenza di primo grado, stesa a quattro mani dal Presidente Alfonso Giordano e dal Giudice a latere Pietro Grasso (rispettivamente a destra e a sinistra nella foto di apertura) .

QUATTROCENTOMILA ATTI DA STUDIARE

A rendere l’idea delle dimensioni mostruose concorre la testimonianza di Pietro Grasso che ha più volte ricordato in occasioni pubbliche: «Quando seppi di esservi stato assegnato come giudice a latere andai da Giovanni Falcone, che aveva istruito il processo. Mi disse: “Benvenuto, ti presento il maxiprocesso”. Aprì una porta e vidi una stanza con gli scaffali fino al soffitto: quattro pareti piene di fascicoli e di carte processuali, erano circa 400 mila atti da studiare... E Falcone ho visto che mi osservava. Dissi: “Dove si trova il primo volume?”. In quel momento si distese in un sorriso, aveva capito che non ne ero sopraffatto e che mi sarei impegnato, perché quella era la sua creatura, il lavoro di anni condotto con Paolo Borsellino». A quello che ne sappiamo quel lavoro potrebbe rientrare tra le cause, molte delle quali ancora oscure, che sono costate a Falcone e Borsellino la vita pochi anni dopo per mano di Cosa nostra.

Per capire l’episodio narrato da Grasso, va detto che fino al 1989 in Italia ha avuto corso un processo penale di tipo cosiddetto inquisitorio, in cui l’indagine era segreta e condotta dal giudice istruttore, mentre era previsto che la Corte chiamata a giudicare conoscesse prima le carte processuali, non come ora che la prova si forma integralmente davanti al giudice, ignaro dell’attività di indagine, nell’aula del dibattimento.

UN GRANDE VALORE NELLA STORIA DEL CONTRASTO ALLA MAFIA

  

In realtà il "maxi" non ha avuto una grande importanza soltanto per le dimensioni cui deve il nome, ma anche per ciò che storicamente ha rappresentato. Si è trattato infatti del processo che è stato in grado di dimostrare, fino a scriverne per la prima volta il nome in una sentenza definitiva, l’esistenza di una associazione mafiosa chiamata Cosa nostra, unitaria e verticistica, “governata” da una commissione o “cupola” come organismo di direzione e controllo. Da quel momento in poi non sarebbe più stato necessario in ogni singolo processo, in cui fosse stato contestato a qualcuno il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, dimostrare daccapo anche l’esistenza della mafia siciliana, che da quel momento ha cessato di essere soltanto una categoria storica per acquisire anche un preciso significato giuridico. In questo senso il maxiprocesso è stato anche letto storicamente come lL processo dello Stato contro Cosa nostra: una sorta di spartiacque dopo tante, troppe, assoluzioni per insufficienza di prove. Anche se, in realtà, come tutti i processi penali, è servito non consegnare se non indirettamente Cosa nostra alla storia, ma ad assicurare alla giustizia i condannati tra quei 476 imputati. Dopo di esso anche altri processi di mafia con molti imputati sono stati chiamati maxiprocessi, ma il maxiprocesso per antonomasia resta quello di cui parliamo, non per caso seguito dai cronisti di tutto il mondo e, aperto, per massima trasparenza alle telecamere della tv di Stato.

TUTTI GLI UOMINI (E LE DONNE) DEL MAXIPROCESSO

Come tutte le cose umane anche il maxiprocesso è stato una realtà possibile grazie al contributo delle persone: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, innanzitutto, giudici istruttori, entrambi uccisi da Cosa nostra, rispettivamente il 23 maggio e il 19 agosto 1992, pochi mesi dopo la Cassazione diede loro definitivamente ragione. Sappiamo come sono morti, non ancora tutti i perché: una delle ipotesi include anche la vendetta di Cosa Nostra per il maxiprocesso, anche se è lecito pensare che la ragione complessiva che ha convinto la mafia a due azioni eclatanti come le stragi di Capaci e via D’Amelio possa nascondere un percorso più complesso della semplice rappresaglia.

Dal febbraio 1986, inizio del dibattimento, Alfonso Giordano, che aveva esperienza di penale ma preferiva il civile, dopo che molti colleghi, adducendo motivi di salute e altri motivi, rifiutarono di assumersi l’incarico di presiedere la Corte d’Assise del maxiprocesso, prese su di sé l’amaro calice di quel ruolo che tutti sapevano rischioso e impervio. Seppe condurlo con fermezza ed equilibrio, senza mai perdere la calma e l’autorevolezza neppure nei – non pochi - momenti di tensione, in cui l’aula bunker si trasformava in una bolgia, con gli imputati che dalle gabbie urlavano di tutto, dagli insulti alle velate minacce. Ai mesi del maxiprocesso Giordano ha dedicato, anni dopo, un memoriale Il maxiprocesso alla mafia, 10 febbraio 1986, vivido e personalissimo, che costituisce un prezioso documento storico (e umano) ricco di dettagli e di interessanti ritratti e retroscena, da poco ristampato da Carlo Saladino Editore. Con Giordano fecero parte della Corte Pietro Grasso, giudice a latere, futuro Procuratore nazionale antimafia e, dopo, presidente del Senato e sei giudici popolari (2 uomini e 4 donne) estratti a sorte tra comuni cittadini. Anch’essi non facili da trovare, perché la paura aveva comprensibilmente "fatto 90" e i certificati medici e gli impedimenti piovvero. L’ipotesi dell’accusa secondo la procedura di allora fu sostenuta in dibattimento dai Pubblici ministeri Giuseppe Ayala e Domenico Signorino.

IL RUOLO DI TOMMASO BUSCETTA

  

Dall’altra parte della barricata impossibile non ricordare Tommaso Buscetta, noto alle cronache come il boss dei due mondi, il collaboratore di giustizia che svelò prima a Giovanni Falcone e poi di nuovo in aula i segreti dell’associazione Cosa nostra di cui lo Stato aveva saputo fin lì molto poco. Benché la vulgata dell’epoca lo qualificasse come “pentito”, anche nel suo caso la decisione di collaborare non fu con ogni probabilità dettata da una presa di distanza interiore rispetto alla decisione di appartenere a Cosa nostra, quanto piuttosto a un calcolo, che per molti collaboratori è stato di convenienza in sede giudiziaria (“dico allo Stato quello che so in cambio di alcuni benefici nelle sanzioni che mi toccheranno”), nel suo caso fu la vendetta di chi, parte dell’ala perdente, soccombente nella faida interna a Cosa nostra che stava passando di mano ai Corleonesi, si vendicò dell’associazione, da cui aveva subito gravi lutti, “tradendola”. Di qui la definizione di “traditore” che ha dato il titolo a un recente film e che viene dallo stesso Buscetta, come testimoniò Falcone nel suo libro-testamento Cose di Cosa nostra scritto nel 1991 con la corrispondente di Le Nouvelle Observateur Marcelle Padovani.

TRE SPADE DI DAMOCLE

Sul maxiprocesso pendevano tre spade di Damocle, il rischio della ritorsione di Cosa nostra: dopo tanti uomini dello Stato uccisi, tra magistrati e membri delle forze dell’ordine, si sapeva che la mafia sarebbe stata capace anche di un’azione eclatante e sanguinosa pur di fermare il processo. Proprio per tutelare lo svolgimento del dibattimento e le persone che vi erano coinvolte si costruì ad hoc, adiacente al carcere palermitano dell’Ucciardone dove molti imputati erano detenuti, l’aula bunker, blindata, anche perché si ritenne simbolicamente importante che il processo restasse a Palermo. Per la medesima ragione furono designati supplenti per l’intera Corte, tra i giudici togati e popolari, per evitare che l’impedimento di uno dei titolari potesse fermare tutto.

Pendevano poi altri due rischi: il bisogno di andare veloci, per evitare che la maggior parte degli imputati, che si trovavano in quella che allora si chiamava carcerazione preventiva e oggi custodia cautelare, uscissero prima della fine per scadenza dei termini. E, specularmente, l’arma legale in mano agli avvocati: la possibilità di chiedere la lettura effettiva e integrale degli atti del processo, rara ma prevista dalla procedura, che avrebbe di fatto paralizzato tutto. Entrambe le spade furono risolte dal Parlamento con la Legge Mancino-Violante che il 17 febbraio 1987 stabilì che il computo della durata della custodia tenesse conto dei giorni di udienza e che la lettura degli atti potesse sostituirsi con la specifica indicazione di essi al fine dell’utilizzabilità successiva.

COM'È ANDATA A FINIRE

  

La sentenza di primo grado (19 ergastoli, 2.665 anni complessivi di reclusione, 11.542.000 di lire di multa, 114 assoluzioni) fu pronunciata il 16 dicembre 1987, dopo i 35 giorni della camera di Consiglio più lunga della storia della Repubblica, durante i quali gli otto giudici impegnati vissero nelle stanze blindate predisposte nel retro dell’aula bunker, senza contatti con il mondo avendo cura di non incrociare neppure le persone incaricate di provvedere loro i pasti. Mentre i giudici togati scelsero di non tagliare mai la barba quasi a rendere fisicamente l'idea del tempo intercorso.

La sentenza di Appello del dicembre del 1990 aveva ridimensionato le pene inflitte in primo grado e in parte mutato la ricostruzione d’insieme riguardo alle responsabilità dei membri della Commissione, pur riconoscendo la struttura verticistica di Cosa nostra. Ma la lettura dei giudici di secondo grado non convinse la Corte di Cassazione che, prima, accolse con rinvio il ricorso del Procuratore generale di Palermo e poi (1995) rese definitiva la sentenza della nuova corte d’Assise d’appello che riprendeva e confermava la sentenza dei giudici di primo grado, restaurandone le pene e riconoscendo ai membri della commissione la responsabilità di “mandanti” degli omicidi eccellenti.

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