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Ai copti non bastano le promesse di Al Sisi

27/05/2014  Dopo le violenze degli islamisti, la comunità copta è pronta a sostenere Al Sisi. Ma chiede anche la fine delle discriminazioni di Stato.

Il papa copto Tawadros II al voto (Reuters).
Il papa copto Tawadros II al voto (Reuters).

IL CAIRO – “Le rappresaglie degli Ikhwan non mancheranno. Ma con Sisi ci sentiamo più sicuri”. Botros Amrani dà già per scontata la vittoria di quello che definisce “l’uomo della provvidenza”, mentre si reca al proprio seggio a Shubra, uno dei quartieri della capitale egiziana dove più alto è il numero dei cristiani copti. Qui il sostegno incondizionato nei confronti di Sisi è persino più granitico che altrove. Specie dopo i fatti dello scorso agosto, quando l’ira delle frange estremiste islamiche, per la repressione sanguinosa dei sit-in di Nahda e Rabaa Al Adaweya, si scagliò contro chiese, istituti religiosi e proprietà della minoranza copta.

Almeno sessanta gli edifici dati alle fiamme nel giro di due giorni. Decine i morti e i feriti. “Da allora ho paura a lasciar andare da soli i miei figli a scuola – commenta ancora Botros – ogni giorno attaccano un check-point della polizia, massacrando agenti e civili. Il mese scorso una bomba è esplosa in metropolitana creando il caos. E’ necessario riportare ordine in questo Paese. E sappiamo che Sisi lo farà”.

 

“Qualunque sia il candidato scelto, che la comunità dei copti vada a votare”, l’appello super partes lanciato dalle colonne del Watani, il settimanale dei cristiani ortodossi d’Egitto, da parte del direttore Youssef Sidhom. Un invito reiterato più volte da vari organi istituzionali, in primis il presidente ad interim Adly Mansour. “Facciamo vedere al mondo che quella del 30 giugno è stata una rivoluzione” aveva esplicitamente richiesto il capo di Stato provvisorio uscente.

Un seggio femminile al Cairo (foto G. Mastromatteo).
Un seggio femminile al Cairo (foto G. Mastromatteo).

Del resto l’unico dato che potrebbe in qualche modo scalfire la vittoria annunciata di Sisi, è quello dell’affluenza alle urne. Già il referendum costituzionale di gennaio aveva segnato la tendenza. Malgrado i ripetuti appelli al voto, solo il 38 per cento degli egiziani aventi diritto si era recato ai seggi. Un’affluenza appena superiore rispetto a quella registrata un anno prima, in occasione del precedentereferendum costituzionale indetto da Morsi. “E’ vero, a gennaio hanno votato in pochi – osserva Sara Saied, anch’essa in fila per votare, davanti al seggio femminile di Qasr El Dobara, a pochi passi da piazza Tahrir – ma il referendum è stato approvato con il 96 per cento. E ci sono stati migliaia di voti annullati perché già allora c’era chi scriveva il nome di Sisi sulla scheda”.

Eppure, anche tra i cristiani, non mancano gli analisti scettici nei confronti dell’operazione che sta portando Sisi alla presidenza del Paese. E soprattutto dell’atteggiamento che il nuovo presidente potrà avere verso la minoranza copta. “Troppe cose non sono chiare in questa storia – dice Ishak Ibrahim, commentatore politico per il Watani e per il portale Madamasr.com – finora Sisi ha schivato ogni domanda circa il futuro dei copti e della legislazione che ancora li vede discriminati in vari ambiti della società egiziana, su base settaria e religiosa”. 

“In troppi hanno dimenticato cosa è accaduto nell’ottobre del 2011 a Masbero – commenta anche Entisar Miniawi, blogger cristiana e supporter di Hamdeen Sabahi – all’epoca fu lo Scaf, di cui era membro anche Sisi, a sparare sui copti che manifestavano pacificamente, provocando una carneficina. Ora osanniamo un ritorno alla greppia militare, come fosse la conclusione naturale di una rivoluzione costata sangue e speranze per oltre tre anni”.

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