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venerdì 12 aprile 2024
 
Fede e sport
 
Credere

Antonio Fantin: «Con Dio vicino posso fare tutto»

20/10/2022  La fede sincera e profonda del campione paralimpico Antonio Fantin: «Quando le forze umane non riescono a darmi quel senso di vita che il mio cuore cerca, mi affido al mio amico Gesù»

Il profumo del cloro, l’acqua fredda, un bambino sul bordo della piscina, che si rifiuta di entrare. Ma non è la fine della storia, è l’inizio o, meglio ancora, è la rinascita. «Per nuotare, occorre innanzitutto tuffarsi. E non sempre il primo tuffo è memorabile». E, se lo dice Antonio Fantin, 21 anni, di Bibione (Venezia), medaglia d’oro di nuoto 100 metri stile libero S6 maschili ai Giochi paralimpici di Tokyo 2020, c’è proprio da crederci. Perché l’Antonio dei record non ci sarebbe, se non ci fosse stato l’Antonio piccolino che «sperava, lottava, piangeva, sorrideva e… pregava». E se non ci fosse stata mamma Sandra, che non si è mai arresa alla rarissima malformazione artero-venosa, diagnosticata a suo figlio a poco più di tre anni.

Seduto ma non accomodato

Se l’unico modo affinché Antonio potesse recuperare un qualsiasi residuo di uso delle gambe era la riabilitazione in acqua, allora Antonio avrebbe imparato a nuotare, a costo di trascorrere pomeriggi interi a bordo vasca a cercare di convincerlo. Mamma e papà Marco per quel figlio volevano la normalità. «Mi hanno sempre spronato a vivere come tutti i miei amici. Sono andato ovunque, alle gite, ai campi scuola, alle feste, in parrocchia, ho recitato sul palco, ho giocato a calcio. Ho fatto tutto, da seduto, ma non accomodato, perché accomodarsi è il verbo della resa. La mia normalità è questo: carrozzina, tutori, i miei “stivaletti miracolosi”, e stampelle. Non ho mai voluto che i miei successi venissero apprezzati, o i miei fallimenti compatiti, attraverso il filtro della disabilità».

Il nonno e la "comare"

  

A fianco di Antonio ci sono medici, ortopedici e fisioterapisti, e tanti, tanti amici «che non hanno mai guardato la mia carrozzina, hanno sempre guardato me», e la sorella Anna «che ha capito e saputo rinunciare alle attenzioni dei miei genitori quando loro erano maggiormente concentrati su di me». Un posto di riguardo nel cuore di Antonio spetta a nonno Rino. Il giorno in cui il nipote fu operato, suonò all’impazzata il campanello della canonica chiedendo al parroco, don Andrea Vena, di pregare assieme. «Nonno era devoto alla Madonna, che lui chiamava affettuosamente “la Comare”. Questa devozione me l’ha trasmessa. La Madonna non mi lascia mai solo, mi prende in braccio e mi sostiene. Sono andato a “trovarla” a Lourdes e a Medjugorje dove, sulle spalle di papà, sono salito fino alla collina Podbrdo. Ma non fui io a raggiungerla sulla collina, fu Lei a raggiungermi nel mio cuore». E, senza mai perdere l’entusiasmo («un altro regalo di nonno: lui era sempre gioviale, tanto che per il suo funerale ha voluto il suono delle campane a festa»), Antonio ha affrontato la malattia: «Quando qualcosa sembra impossibile, è il momento in cui bisogna crederci di più».

La fatica e la soddisfazione

Quest’esperienza di forza, di costanza e di fede nella Provvidenza «respirata in famiglia», ora è diventata il libro Punto. A capo. Dalla malattia all’Oro paralimpico (edizioni Piemme), aperto da un messaggio di papa Francesco. «L’ho scritto per ringraziare tutti coloro che vivono con me questo viaggio, ma anche affinché la mia storia possa essere di supporto a chi sta affrontando un progetto ambizioso, a chi è caduto e vuole rialzarsi. Ho imparato che, più grande e difficile è la sfida, più intensa sarà la soddisfazione nel vincerla». Da ragazzino le sfide di Antonio sono state quelle della quotidianità, a partire dai 16 anni la sfida è diventata il nuoto agonistico. Quattro ore al giorno in vasca, per circa dieci chilometri, 10 allenamenti a settimana, per 11 mesi all’anno. Obiettivo: Tokyo.

7 volte campione del mondo

  

«Lavori un intero anno per un minuto di gara. Quella fatica sembra sproporzionata, invece quel minuto è il più importante della tua vita. Quando vinci e sali su un podio mondiale, assapori l’inno d’Italia che suona per te, e vedi il tricolore alzarsi, realizzi che assieme a te c’è tutta una nazione in festa. Allora riesci a dare forma ad una parola astratta come sogno». I successi sono stati tanti – Antonio è sette volte campione del mondo e otto volte campione europeo – ma non si sente un eroe, anzi. «Mi detesto quando non sono in grado di operare un cambio di ritmo indispensabile per migliorare, quando non mi schiodo da un crono che si ripete. Quando le sole forze umane non riescono a darmi quel senso di vita che il mio cuore cerca, mi affido a Gesù, per me un amico. Sono fragile, ma con Lui vicino, posso tutto». In questi anni ci sono stati anche il diploma al liceo scientifico e l’iscrizione all’Università. Ma è all’acqua che Antonio appartiene: «Mi avvolge, mi custodisce, mi culla, ma soprattutto sa adattarsi al mio corpo. Niente limiti, niente barriere, neppure quelle mentali, perché in quel mondo azzurro è tutto ovattato. Quando ci si tuffa, l’impatto con l’acqua è violento, talvolta addirittura doloroso, così come lo è ogni esperienza nuova. Bisogna buttarsi, rischiare, mettere da parte la paura in favore di scelte più grandi e coraggiose. Con la testa sott’acqua, io vedo tutto più chiaramente. Allora fatica e sacrificio diventano opportunità. E se anche a volte il mio corpo dice di arrendermi, il mio cuore non ci sta».

 
 
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