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giovedì 23 settembre 2021
 
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Assegno unico alle famiglie, si intravede il traguardo

29/03/2021  Oggi, martedì 30 marzo si discute in Aula l'approvazione che non dovrebbe portare sorprese. Tutti i partiti, nelle ultime settimane, hanno dichiarato il loro sostegno alla misura. Restano altri passaggi, non facili, nei circa 100 giorni che mancano da qui al 1 luglio 2021, per far arrivare i primi assegni sui conti correnti delle famiglie

L’iter parlamentare dell’assegno unico sembra finalmente giunto in dirittura d’arrivo, almeno per una prima importantissima fase, quella dell’approvazione in Aula. Infatti mercoledì 24 marzo, dopo l’approvazione all’unanimità in Commissione Lavoro del Senato (che fortunatamente dovrebbe blindare, di fatto, il testo già approvato dalla Camera), la Conferenza capigruppo ha calendarizzato per martedì 30 marzo 2021 la discussione del disegno di legge in Aula, per un’approvazione che non dovrebbe proporre problemi né sorprese, visto che tutti i partiti, nelle ultime settimane, hanno dichiarato il loro pieno sostegno alla misura. Restano altri passaggi, non facili, nei circa 100 giorni che mancano da qui al 1 luglio 2021, per far arrivare i primi assegni sui conti correnti delle famiglie; decreti attuativi, nuovi pareri delle commissioni competenti, procedure amministrative… Però il traguardo si intravede, e l’esplicito impegno assunto pubblicamente dal Premier Mario Draghi nella conferenza stampa di venerdì 26 marzo ne è ulteriore conferma. Per una volta anticipiamo volentieri una riflessione ottimistica: al di là di quanto arriverà davvero alle famiglie, a luglio 2021, l’introduzione di questa misura potrebbe davvero essere una svolta, in quanto misura strutturale, organica, di lungo periodo.

D’altra parte, diversi nodi sono ancora da sciogliere, e vanno ricordati, per non essere travolti, poi, da una retorica trionfalistica unanimista, del tipo “abbiamo fatto quello che nessuno aveva fatto finora”,  che potrebbe nascondere qualche “piccolo grande” difetto. Un po’ come quando è stato approvato l’ISEE, nel 2013, con una riforma attesa da anni, accolta da quasi tutti con favore, salvo poi accorgersi che gli algoritmi selezionati penalizzavano in modo eccessivo le famiglie con più figli (che infatti sono molto più esposte al rischio povertà). Come era stato peraltro puntualmente segnalato, in sede di discussione dell’ISEE, dal Forum delle associazioni familiari e dall’Associazione Famiglie Numerose, ovviamente inascoltate. Conviene ricordare questa vicenda dell’ISEE, perché in ultima analisi quella scelta ha generato oggi una pesante distorsione del Reddito di Cittadinanza (RdC), che è sotto gli occhi di tutti (anche della nuova commissione di valutazione dell’RdC, presieduta da Chiara Saraceno); infatti il 40% delle risorse del RdC sono finora andate a single e a famiglie di 2-3 componenti, penalizzando così le famiglie più numerose, e mancando un bersaglio prioritario del nostro Paese, l’abbattimento della povertà minorile.

L’ISEE sarà in effetti discriminante anche per l’ammontare dell’assegno unico per le varie famiglie: il modello che si intende attuare (ma bisognerà attendere i decreti attuativi) è infatti quello di fissare una quota uguale per tutti, e poi di modulare una quota variabile in funzione del reddito. Le stime oggi circolanti parlano di un valore massimo dell’assegno sui 250 Euro mensili, salvo incrementi per figli disabili e/o a partire dal terzo figlio (una buona partenza, oggettivamente). Ma se la quota fissa è troppo bassa (si è parlato di 50 Euro mensili, come valore comune minimo – francamente troppo basso!), si rischia di continuare a penalizzare quelle famiglie del ceto medio, che riceveranno sì un assegno, ma ben distante dai costi reali di cura dei figli. Ricordiamo che già nel 2009 il Rapporto Cisf stimava in circa 300 Euro il costo mensile di un figlio per i bisogni primari (cibo, vestiti, tetto, istruzione essenziale), e certo tali costi non sono diminuiti, dopo oltre dieci anni. Bisognerebbe fissare una quota base decisamente maggiore (almeno 100 Euro fisse al mese più le integrazioni, con una grossolana stima delle compatibilità complessive di spesa), per parlare di una vera politica familiare a sostegno della natalità e dei figli minori.

Un altro elemento da monitorare con attenzione è il finanziamento complessivo della misura, il cui costo a regime è stimato in circa 20 miliardi annui, solo in parte coperti con risorse aggiuntive (3 miliardi per i 6 mesi del 2021, 6 miliardi per il 2022), ma soprattutto da recuperare cancellando e riunificando tutte le misure oggi attuate, dai bonus bebé fino agli assegni al nucleo familiare – si stima di riuscire a recuperare circa 14 miliardi, da questa riorganizzazione di ben otto altre misure.  Ma non sarà facile costruire un meccanismo equo di cancellazione/sostituzione delle vecchie misure con l’assegno unico; politica, burocrazia e sistemi istituzionali e organizzativi non hanno certo brillato per efficienza, in questi mesi, e anche in questo caso i decreti attuativi e la capacità operativa della pubblica amministrazione – da approvare entro 100 giorni! - verranno seriamente messi alla prova. Per questo sarà fondamentale garantire quella “clausola di salvaguardia” che tanti hanno chiesto di inserire – senza successo - già nell’articolato della legge, e che quindi dovrà necessariamente essere inserita e definita nei decreti attuativi. Tale clausola dovrebbe garantire che la cancellazione degli interventi precedenti non comporterà per nessuna famiglia la perdita degli attuali livelli di protezione/supporto. Anche in questo caso la triste e prolungata esperienza degli “esodati” della riforma pensionistica Fornero costringe la società civile e le famiglie ad una vigilanza particolare, perché non basta affermare la protezione dei diritti perché essi vengano realmente garantiti.

Insomma, l’assegno unico potrebbe essere davvero un punto di svolta, per le politiche familiari del nostro Paese: ma, come avrebbe detto Trapattoni, “non dire gatto se non l’hai nel sacco!”.

Un ultima riflessione, non direttamente legata all’assegno unico in quanto tale, ma con esso fortemente interdipendente, riguarda invece le altre politiche di welfare e di protezione sociale che si stanno discutendo in questi giorni, con l’impari confronto tra i 32 miliardi di Decreto Sostegno e i circa 290 milioni di Euro impegnati per sostenere i compiti di cura delle famiglie verso i propri figli minori, soprattutto per la chiusura delle scuole. Al di là del durissimo dibattito sulla insufficienza complessiva degli interventi su tanti settori, colpisce che questa manovra si caratterizzi ancora “senza figli” e senza dimensione familiare, ma rimanga saldamente ancorata ad un modello di welfare solo lavoristico, ormai superato. Sulle famiglie da oltre un anno si sono scaricati giganteschi compiti di cura, educazione, istruzione, coesione sociale, ma il sostegno è stato sempre riorganizzato senza vedere le famiglie. Nella prospettiva della conciliazione famiglia lavoro, 290 milioni dedicati a congedi e bonus baby sitter sono meno dell’1% dell’intera manovra (mentre un miliardo aggiuntivo è stato  allocato nuovamente al Reddito di Cittadinanza, di cui abbiamo già ricordato gli effetti “antifamiliari” e “antibambini”). E se ipotizziamo che una famiglia debba ricorrere al bonus baby sitter solo per un mese (il decreto prevede 100 euro a settimana, quindi 400 Euro a famiglia – e gli altri mesi?), i 290 milioni possono soddisfare solo 730.000 famiglie (senza contare i costi per congedi, ecc.), a fronte di oltre due milioni e mezzo di bambini nelle scuole elementari e circa un milione e mezzo di bambini nelle scuole medie inferiori. Una quota molto parziale sarebbe coperta, e le altre famiglie dovrebbero continuare a fare i salti mortali, senza  particolari sostegni diretti – come del resto hanno fatto finora. Un parziale correttivo potrebbe essere determinato dall’implementazione completa del Family Act, intervento quadro che prevede nuovi e più forti interventi per la conciliazione famiglia-lavoro, per sostenere almeno parzialmente i costi delle famiglie per istruzione, sport e impegno culturale dei propri figli, per la rete dei servizi in età prescolare (soprattutto nidi e servizi di cura per la fascia 0-3 anni). Ma, anche in questo caso, la strada è ancora lunga.

Quindi, bene l’avvio dell’assegno unico, potremmo dire “comunque  vada”, ma nella consapevolezza che occorrerà vigilare perché sia implementato in modo organico, e soprattutto che la sua introduzione, pur importante, non è che un primo passo nella necessaria riorganizzazione di un sistema complessivo di politiche familiari, sociali e di welfare che finalmente riconosca il ruolo che la famiglia tuttora svolge, con crescenti fatiche,  a protezione della coesione sociale e del futuro della società tutta.

* Direttore Cisf (Centro internazionale studi famiglia)

 
 
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